Potatura alberi Sassari
La potatura consiste in una gamma di interventi atti a modificare il modo naturale di vegetare e di fruttificare di una pianta.
Si tratta di interventi cesori, di modificazioni di posizione dei rami e di altri interventi quali trattamenti con fitoregolatori che modificano in modo analogo ai tagli l’habitus della pianta o di sue parti, la cosiddetta “potatura chimica”. Pur essendo possibili interventi di potatura sulle piante erbacee (es. cimatura del tabacco), normalmente la potatura è condotta sulle piante arboree da frutto e ornamentali. La potatura è necessaria solo quando si nota nella pianta qualche problema o qualche ramificazione troppo estesa, che può ledere il benessere e la produttività (sia in termini di crescita generale sia in quanto a fiori e frutti). I polloni, ad esempio, vanno generalmente eliminati subito. Ogni pianta ha bisogno di una potatura differente, ed è bene scegliere sia la tipologia sia il periodo migliore per effettuarla.
Obiettivi della potatura
La potatura si propone di modificare la pianta per raggiungere una serie di obiettivi:
- dare alla pianta una forma idonea all’utilizzazione ottimale della luce (ma anche per facilitare le operazioni colturali);
- accelerazione dello sviluppo dei giovani alberi per raggiungere al più presto lo scheletro definitivo e l’entrata in produzione;
- avere una migliore e più rapida produzione di frutti:
- raggiungimento di un equilibrio chioma/radici e fase vegetativa/fase riproduttiva, per una produzione alta, costante, di qualità;
- far sì che le piante si adattino alla fertilità agronomica;
- estendere il ciclo produttivo nelle piante senescenti.
Metodi di potatura
Gli interventi praticati con la potatura sono:
- Soppressione: asportazione con un taglio netto, alla base, di branche, rami e germogli
- Cimatura: eliminazione dei nodi terminali di un ramo (potatura verde)
- Spuntatura: eliminazione dei nodi terminali di un ramo (potatura invernale)
- Scacchiatura: eliminazione di germogli avventizi presenti sul tronco
- Raccorciamento: asportazione di una porzione più o meno lunga della parte distale di un ramo
- Speronatura: accorciamento che lascia solo i 2-3 nodi prossimali
- Stroncatura: taglio del tronco alla base, per favorire il ricaccio
- Spollonatura: asportazione dei polloni
- Diradamento: eliminazione di fiori, frutti o rami ritenuti in soprannumero
- Sfogliatura: eliminazione di una parte delle foglie
- Decorticazione anulare: asportazione di un anello di corteccia per favorire la fruttificazione della parte apicale del ramo
- Intaccatura: vengono praticati due tagli a V sopra una gemma per asportare una parte di corteccia e favorire l’emissione di un germoglio
- Incisione: consiste in un taglio che si approfondisce fino all’alburno con lo scopo di indebolire il vigore vegetativo nelle piante da frutto
- Infrangimento: parziale rottura di rami eccessivamente vigorosi per forzarli a fruttificare
- Intaglio: serie di tagli ottenuti con una sega a lama spessa per poter inclinare branche di grosse dimensioni
- Curvatura: non sono previsti tagli ma il piegamento ad arco di rami di cui si vuole rallentare lo sviluppo vegetativo
- Inclinazione: non sono previsti tagli, se non per le branche o rami di grosse dimensioni (vedi l’intaglio), ma l’inclinazione del ramo senza curvatura per favorire l’emissione di nuovi rami
- Divaricazione: non sono previsti tagli ma l’utilizzo di divaricatori per una giusta inclinazione delle branche
- Piegatura: non sono previsti tagli ma l’inclinazione verso il basso di un ramo per rallentare lo sviluppo vegetativo
- Torsione: non sono previsti tagli ma la parziale rotazione di un ramo intorno al suo asse con parziale rottura dei vasi legnosi e stimolazione a fruttificare
Gli strumenti utilizzati nella potatura sono le forbici manuali o pneumatiche, la sega, la scuretta (nel caso dell’Ulivo) e recentemente le potatrici meccanizzate per le coltivazioni specializzate (ad esempio la Vite).
Tipi di potatura
La potatura è distinta in base allo scopo e alla stagione in cui viene eseguita, ricordiamo di seguito quelle più utilizzate:
- Potatura di allevamento o di formazione: praticata con l’intento di dare alle giovani piante la forma ottimale per lo sfruttamento razionale dello spazio e della luce
- Potatura di fruttificazione o di produzione: praticata con l’intento di: favorire lo sviluppo dei rami che portano fiori e/o frutti per migliorarne la qualità; e per mantenere il giusto equilibrio tra attività produttiva e vegetativa della pianta
- Potatura di trapianto: eseguita alla fine dell’inverno, nel momento della messa a dimora delle piantine, per eliminare le radici rovinate, contorte o mal disposte e per effettuare il taglio o intestatura dell’Astone all’altezza dell’impalcatura
- Potatura di riforma o di ristrutturazione: praticata quando sorge l’esigenza di variare la forma di un albero, ritenuta non più idonea ai fini produttivi (ad esempio l’adozione di macchinari per la raccolta dei frutti meccanizzata) od ornamentali
- Potatura di ringiovanimento: praticata con l’intento di rinnovare le piante ormai senescenti, con una drastica riduzione della chioma con la capitozzatura, al fine di ottenere nuovi getti che sostituiranno le branche invecchiate
- Potatura di risanamento o di rimonda: praticata per eliminare le parti di chioma disseccate, spezzate o attaccate da parassiti
- Potatura invernale: praticata per attivare la vegetazione con tagli più o meno drastici a seconda degli scopi, come per il melograno che si consiglia la potatura verso la fine dell’inverno, tra febbraio e marzo
- Potatura verde o estiva: eseguita durante il ciclo vegetativo con lo scopo di deprimere il vigore vegetativo di alcune parti della pianta a favore di altre, con operazioni di spuntatura, scacchiatura, sfemminellatura, diradamento dei frutticini, sbottonatura dei bottoni floreali, cimatura, spollonatura, etc..
- Potatura in ambito forestale praticata su:
- Rami verdi: per ottenere il sollevamento della chioma, nelle conifere si parla di spalcatura; non viene effettuata sulle specie di difficile cicatrizzazione come il Faggio o l’Abete rosso e nelle piante più vecchie
- Rami secchi: praticata nell’Arboricoltura da legno per evitare l’inglobamento dei monconi dei rami nel legno, onde evitare la formazione di nodi e il conseguente deprezzamento commerciale; in Silvicoltura viene a volte praticata allo scopo di migliorare le condizioni di luminosità del sottobosco e per attenuare i pericoli di incendio e gli attacchi dei parassiti
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Potatura

Deposito, trasporto e montaggio mobili Sardegna
Il mobile (plurale mobilia) è un contenitore per suppellettili, abiti, biancheria, documenti o altri oggetti.
Sono parte fondamentale dell’arredamento dell’abitazione o di locali adibiti ad altra attività umana (come un ufficio). Il termine mobile pone in evidenza la possibilità di spostare, trasferire e ricollocare tali oggetti in altre parti degli edifici o in altre abitazioni (trasloco).
Le primitive funzioni erano volte a proteggere e conservare i cibi dall’attacco degli insetti e dagli animali (anche domestici), a contenere gli abiti non indossati con particolare riferimento a quelli tessili, a svolgere più agevolmente le operazioni familiari o artigianali divenute più frequenti con il progredire delle tecniche.
Storia
Il mobile inizia ad apparire stabilmente nell’uso comune soltanto al termine della vita nomade e con la costruzione di abitazioni solide in legno, mattoni o pietra.
Alcuni tipi di mobili (tavoli, cassoni, sedie, troni, sgabelli) erano già conosciuti al tempo degli egiziani. La storia del mobile la si può definire in modo preciso a partire solo dal XV secolo quando si affermano alcune uniformità di orientamenti stilistici che assumono di volta in volta connotati estetici riferibili al periodo od al potente del momento.
Nell’antichità
L’uso di mobili è documentato già presso le antiche civiltà, tra gli Assiri, nell’antico Egitto, nell’antica civiltà cinese.
Le raffigurazioni dei vasi greci ci mostrano vari tipi di mobili: troni, sedie , tavolini.
Presso gli Etruschi e gli antichi romani troviamo l’uso di tavoli, sedili ed anche armadi. Nelle case più ricche esistevano tavoli e arredi di materiali quali bronzo, ferro, marmo e avorio.
Il Medioevo
Nel Medioevo il mobilio è ridotto all’essenziale e l’elemento più comune rimane il mobile in legno, spesso realizzato in forme semplici e rustiche. Presso le case più ricche dei nobili, per le chiese ed i monasteri, si producono mobili più elaborati sia di uso civile (troni, panche, sedili, tavoli, cassapanche) o di uso religioso (altari, banchi, reliquari, cofani, cubicoli, armadi da sagrestia, scaffali per libri) anche in serie protratte nel tempo o con materiali pregiati, quali avorio, metalli preziosi, marmi.
Tavoli e bauli sono spesso costruiti in modo da essere trasportati facilmente (smontabili).
Il Rinascimento
Durante il Rinascimento alcuni mobili nelle case nobili e ricche, assumono maggiore importanza con l’aggiunta di rialzi e di baldacchini chiusi con teli e stoffe.
Negli edifici pubblici e religiosi i banchi, le librerie, gli scanni e i cori lignei sono più imponenti, intarsiati e decorati.
Questo stile si sviluppa inizialmente in Italia, dove gli artisti si ispirano alle fonti classiche, a Roma e alle sue vestigia; solo in seguito la nuova cultura si espanderà in Europa attraverso le guerre condotte da Luigi XII e Francesco I.
Successivamente tale tendenza sarà presente nel Regno di Napoli e Sicilia, nella Spagna, nelle Fiandre, nella Germania ed Inghilterra.
Il Barocco
Nell’epoca del Barocco si affermano parti a colonna tornita, si diffonde la tecnica delle tarsie e si inizia a far uso delle impiallacciature.
Il Settecento
Durante il secolo dei lumi, il Settecento, viene introdotto l’uso di nuovi tipi di mobili; ciò è dovuto al mutare dello stile di vita delle famiglie e all’allargamento delle possibilità economiche.
Queste nuove esigenze emergono per prime in Francia e si diffondono dalle corti reali agli strati emergenti della borghesia. consoles, cassettiere, mobili d’angolo e scrivanie non sono solo mobili innovativi, ma anche più leggeri ed eleganti.
In quello che viene definito, per la metà del XVIII secolo, il tempo del Rococò (che si sviluppa nell’ambito dello stile Luigi XV dal nome del Re francese), emergono in Italia centri di produzione con vivaci e affermate botteghe di maestri artigiani: gli ebanisti genovesi eredi dei Maragliano, Pietro Piffetti a Torino, i seguaci di Andrea Brustolon a Venezia, e tanti altri nomi di maestri artigiani, più o meno noti, chiamati ad abbellire e dar lustro alle varie Corti italiane.
Neoclassicismo
Sicuramente in Italia il principale mobiliere ed ebanista del periodo, fu Giuseppe Maggiolini, operante a cavallo tra i secoli XVIII e XIX, prima per la corte milanese degli Asburgo, poi per Napoleone e altre corti europee, come ad esempio la Polonia. Egli viene considerato “Maestro ebanista e d’intarsio“, ma è più corretto parlare di lui, solo per la prima disciplina, poiché in ebanisteria si utilizzano soltanto legni pregiati, mentre nell’intarsio vi si affiancano altri materiali, come avorio od osso. Maggiolini utilizzava svariati tipi di legno per realizzare decorazioni, trame e disegni, ad ornare i suoi mobili; pare inoltre che sia stato proprio lui ad inventare il tavolo da letto in seguito ad un periodo d’influenza dell’Arciduchessa Maria Beatrice d’Asburgo.
Unitamente alle botteghe lombarde influenzate dalla fama acquisita dal Maggiolini, nell’ultimo quarto del XVIII secolo e durante l’Impero di Napoleone I prosperarono altri centri e maggior fama acquisirono quelli ove aveva collocato alcuni membri della sua famiglia: la corte fiorentina con gli ebanisti Francesco Spighi e Giovanni Socci, Siena con il mobilio realizzato sui disegni di Agostino Fantastici, Lucca dove oltre alla fiorente bottega di Pietro Massagli, Paolina Bonaparte aveva fatto venire dalla corte del fratello ebanisti francesi e la corte napoletana di Gioacchino Murat. Unica eccezione di rilievo (libera dall’influenza della committenza napoleonica) fu senz’altro la bottega torinese di Giuseppe Maria Bonzanigo, grande ebanista alla corte dei Savoia.
L’Ottocento
Con la caduta di Napoleone anche gli stili si susseguono ad ondate successive: dalla Restaurazione al Carlo X, al Biedermeier austriaco, al Luigi Filippo, alla riscoperta del gotico e del rinascimento. Da ultimo, lo stile Eclettico cercò di recuperare e citare vecchi stili combinandoli insieme.
Lo scorrere di tanti stili viene, nell’Ottocento, accompagnato da una vera e propria rivoluzione tecnica e produttiva. La grande richiesta di mobili causa il parziale superamento della bottega artigiana verso una vera e propria industria del mobile e una suddivisione dei compiti tra chi disegna, costruisce e propone i mobili. È il caso di Herny Thomas Peters, che trasferitosi dall’Inghilterra nel 1817 a Genova vi aprirà una bottega semi industriale: introdurrà le macchine nella lavorazione del legno, riuscendo a mantenere un’ottima qualità esecutiva. Il suo successo, seguito a ruota da altri casi simili sparsi in tutta Italia, segnò il declino inarrestabile della bottega artigiana tradizionale.
Il Novecento
Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento si affermano gli stili Floreale e dell’Art Déco; quest’ultima si protrae per buona parte della prima metà del secolo combinando vari stili.
Dal 1960 inizia a diffondersi lo stile lineare e razionale dei mobili cosiddetti svedesi, progettati e prodotti da architetti per lo più dei paesi nordici dell’Europa: danesi, norvegesi, svedesi.
Si diffonde sempre più anche l’impiego dei materiali più svariati quali: acciaio, plastica, vinile.
Lo stile Shakers dei mobili negli Stati Uniti
Credenze particolari del puritanesimo degli Shakers hanno sviluppato anche un proprio stile a tema puritano non solo nell’abbigliamento ma anche nell’arredamento, in questo ultimo caso spogliato di qualsiasi tipo di aggiunte decorative . A lungo considerati puramente utilitaristi, i mobili degli Shakers negli ultimi anni hanno attirato l’attenzione di molti designer negli Stati Uniti che vedono in anteprima del minimalismo attuale. Negli Stati Uniti, gli Shakers sono principalmente conosciuti per questo motivo, molto più che per le loro opinioni religiose, e i loro mobili d’epoca sono venduti a prezzi molto elevati e ricercati soprattutto da esperti del mondo del design e dell’antiquariato.
Materiali utilizzati
I primi materiali utilizzati furono dei vegetali (rami degli alberi, giunco, steli) per produrre contenitori o tavoli, oppure, pietra per sedili e tavoli.
In seguito, il miglioramento delle tecniche di lavorazione del legno, vide l’utilizzo di tale materiale come principale componente per la costruzione dei mobili.
Si conoscono mobili costruiti nei materiali più disparati quali:
- Legno/legni
- Pietra, marmi e graniti
- Ferro e metalli
- Minerali quali gesso, calce, cemento
- Vetro
- Ceramica
- Cuoio, ossa e pelli di animali, avorio
- Materie plastiche (dalla loro invenzione nei tempi moderni)
o la combinazioni di alcuni di essi.
Tecniche di lavorazione
Scultura – Intaglio
La scultura del legno sottostava alle stesse regole di quella della pietra; gli strumenti utilizzati erano scalpelli, sgorbie, punteruoli, puntoni, mazzuoli e poteva essere:
- intaglio piatto o champlevé: consiste nello scavare il fondo e lasciare in rilievo il disegno piatto che veniva rifinito con punzonatura, stucco e ferro rovente
- intaglio basso, mezzo, alto rilievo: definito in relazione della differenza dei vari piani del disegno;le figure erano successivamente modellate sui contorni assumendo tridimensionalità
- a tutto tondo: la figura viene totalmente scolpita in modo che risulti leggibile da tutte le direzioni.
Intarsio
La tecnica dell’intarsio (dall’arabo “tarsi” che significa “connettere” ovvero mettere insieme tessere di materiale diverso in modo da ottenere decorazioni geometriche o naturalistiche) sono numerose:
- alla certosina si utilizza ebano, avorio, osso, madreperla, tartaruga ridotti in piccoli pezzi poligonali che successivamente venivano montati a rilievo sulle tavole ottenendo disegni policromi
- geometrico listelli di varie essenze e sezioni incollati fra loro (detto toppo) e successivamente tagliati nella sezione trasversale per ottenere effetti geometrici
- pittorico si utilizzano i disegni dei pittori cercando di imitarne i colori; per ottenere ciò si tingono le essenze facendole bollire con essenze vegetali
- prospettico ispirato alla pittura contemporanea ne adotta la tecnica creando trompe d’oeil di finestre aperte sul paesaggio opere ante di armadi aperte con esposizione del contenuto
Colorazione
La coloritura utilizza le essenze che naturalmente sono basi per determinate tinte:
| ciliegio, pero | rossi o rosati |
| mandorlo, bosso, limone, noce biondo | gialli |
| agrifoglio, acero | bianchi |
| noce, quercia | bruni |
| quercia affogata | neri |
| ebano (dopo il 1500) | neri |
L’essenza che meglio si presta ad essere tinta risulta essere l’acero.
Per ottenere le ombreggiature si usava un ferro rovente o si immergeva il legno in sabbia rovente.
Pittura e doratura
La pittura dei mobili utilizza la tecnica della pittura su tavola ed a grandi linee si operava in questo modo:
- Stagionatura delle tavole e loro giunzione con cavicchi e linguette
- Impannatura, che consiste nella posa sulle tavole di un panno imbevuto di un miscuglio di gesso e colla animale; stesura successiva di più mani dello stesso miscuglio ed infine levigatura a secco con pelle di pescecane o simili.
- Disegno con la tecnica a mano libera con carboncino od argilla rossa oppure con la tecnica dello spolvero (posare un foglio disegnato e forato densamente sulle linee del contorno del disegno e tamponare con polvere di fuliggine. Quest’ultima marcherà il gesso con una sottile linea nera).
- Pitturazione della base gessosa con pigmenti minerali e vegetali.
Per la doratura:
- Modellazione dei rilievi (bassorilievi a “pastiglia” e intaglio, altorilievi a intaglio) della zona destinata alla doratura
- Preparazione simile quella descritta per la pittura con finitura a Bolo d’Armenia.
- Applicazione con tecnica ad acqua (a guazzo) o a “missione” di una sottilissima lamina d’oro zecchino.
- Brunitura a secco con dente di cane o lupo o pescecane o pietra d’agata
Sia per la pittura che per la doratura la finitura avveniva con vari tipi di vernice o con cera d’api od olio di lino.
Motivi tipici dello stile
- alternanza di quadrati e tondi nel cui interno si trovano rosette
- semirosette inscritte in semicerchi
- zoccoli e cornici abbelliti da baccelli e godroni
- intaglio di dentelli posizionati sotto i piani
- palmette e drappeggi incorniciavano volti femminili
- stemmi nobiliari
- al centro delle specchiature in funzione di pomelli intagli a godrone e rosoni
Caratteristiche di alcune tipologie di mobili in stile rinascimentale (italiano)
Sedie
| tipologia: | sedia diritta, sgabelli, savonarola, dantesca, andrea del sarto(pittore) |
| materiali: | noce per la struttura, cuoio e velluo per rivestimento, borchie in bronzo, perni in ferro o bronzo |
| tecniche: | lavorazione a massello, intagli, torniture |
| ornamenti: | foglie d’acanto, cartigli, zampe di leone, rosoni, torniture a balaustrino |
Tavoli
| tipologia: | tavoli da refettorio o ciabatta, fratino, da centro |
| materiali: | noce |
| tecniche: | lavorazione a massello, intagli per i plinti, torniture |
| ornamenti: | colonne tortili, foglie d’acanto, sostegni ad asso di coppe, torniture a balaustrino e cipolla |
Cassoni
| tipologia: | cassone classico, a sarcofago |
| materiali: | noce |
| tecniche: | lavorazione a massello, intagli a basso ed alto rilievo |
| ornamenti: | foglie d’acanto, zampe di leone, rosette |
Credenze – armadi
| tipologia: | a gradoni, classico |
| materiali: | noce per la struttura, maniglie in bronzo |
| tecniche: | lavorazione a massello, intagli, modanature |
| ornamenti: | lesene scanalate e rudentate, cornicioni intagliati, corridietro a palmette |
La funzione del design
La progettazione di un mobile, specie se di stile innovativo o ricercato, ha sempre rivestito grande importanza. Grandi disegnatori e grandi architetti hanno disegnato i più bei mobili che conosciamo.
È però dalla fine degli anni cinquanta del Novecento che i designer sono diventati sempre più presenti, importanti e necessari ad un’industria del mobile che, pur realizzando una produzione di massa, punta ad un prodotto e ad un’immagine di qualità.
La funzione del design nella progettazione di un mobile deve sottendere a:
- Analizzare e realizzare la funzione
- Massimizzare l’ergonomia
- Innovare nello stile
- Innovare nei materiali
- Massimizzare la qualità
- Incorporare l’industrializzazione
- Veicolare un’immagine positiva o gratificante
- Valutare i costi.
In Italia, si è affermato – anche a livello internazionale – uno stile, un’industria e vari “designers” che hanno dato corpo e lustro ad un settore caratterizzato da punti di concentrazione produttiva localizzata in alcune aree:
Brianza
Il territorio brianzolo legato alla filiera del mobile si divide in tre parti: la prima è la Comasca che comprende sia famoso centro di Cantù sia Arosio, Cabiate, Inverigo e Mariano Comense.
La seconda è la Brianza mobiliera ex Milanese con Lissone, Barlassina, Bovisio-Masciago, Briosco, Cesano Maderno, Desio, Giussano, Lentate sul Seveso, Limbiate, Macherio, Meda, Seregno, Seveso, Verano Brianza. Dopo il 1967 Lissone da importante Centro di produzione Italiano del Mobile artigianale, diventa Centro Europeo dell’Arredamento. Non solo una città esposizione di prodotti brianzoli, ma provenienti anche dalle altre regioni italiane, dall’Europa e dagli altri continenti.
La terza è la Brianza dei settori ‘collaterali’ a quello più propriamente mobiliero. Il loro fulcro è nel Meratese: il tessile d’arredamento (Costa Masnaga dal 1800) e quello della meccanica-plastica (Osnago).
Veneto
In particolare con Bovolone, Cerea, Bassa Veronese e Bassano del Grappa.
Friuli-Venezia Giulia
Varie aree
Valdelsa
Con Poggibonsi; Valdera con Ponsacco, Cascina.
Provincia di Pistoia
A Quarrata vengono prodotti mobili fino dagli anni ’20 del Novecento, tanto che prende l’appellativo dei “Città del mobile”. La zona di Quarrata è conosciuta in particolare per la produzione di divani imbottiti o divani scorniciati, di alto livello qualitativo che vengono esportati in tutto il mondo.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Mobile_(arredamento)

Gestione del verde urbano Sassari
Il verde urbano ha sempre avuto uno spazio all’interno delle zone urbane o metropolitane. Già nell’antichità nelle “grandi città” egizie e babilonesi erano presenti giardini ed aree verdi, queste aree però, destinate alla nobiltà erano prettamente private, generalmente si trattava di giardini all’interno dei grandi palazzi nobiliari. Sempre nell’antichità, nel periodo di egemonia Greca e poi Romano i giardini restano relegati all’area interna dei palazzi patrizi. Nell’età medievale, con la diffusione dei monasteri, l’Hortus Conclusus, ovvero il giardino recintato, generalmente diviso in quattro sezioni, con una pianta a croce si afferma, prima in luoghi isolati, poi a partire dal XIII secolo anche nei comuni dell’Italia Centro-Settentrionale e nelle nascenti città europee. XIV secolo però vide nascere e svilupparsi il concetto di “giardino pubblico”, questo concetto si sviluppa dapprima in Francia, poi velocemente per il resto dell’Europa. Nel 1350 il nuovo re di Francia, Carlo V di Valois, decide di rinforzare e rinnovare il Castello del Louvre, le mura vengono fortificate, le torri diventano più alte, così come il dongione nella corte centrale, e vengono attuati numerosi abbellimenti, tra questi vanno ricordati “i giardini del re”, una serie di piccoli giardini e orti, dove venivano coltivate varie specie arboree, spezie , piante e rose. Parte di questi giardini erano destinati al re, l’altra parte il re la concesse ai parigini, a questo intervento seguì la ripavimentazione delle strade e delle arterie principali di Parigi. Il concetto di giardino pubblico si affermerà definitivamente solo tra il XVI e il XVII secolo quando gli interventi al palazzo delle Tuileries (sotto Caterina de Medici) e l’espansione dei giardini (sotto Enrico IV) cambiarono il volto della città. Tra il XVII e il XIX secolo gran parte del “verde urbano” risiedeva nei giardini pubblici e privati e a partire dal ‘700 dai primi parchi. Per quanto riguarda le piazze, fino alla metà del XIX secolo apparivano come semplici spiazzi, raramente pavimentati e privi di aree verdi. La nascita dei primi “giardini pubblici” non deve trarci in inganno, in quanto le città d’antico regime e quelle della rivoluzione industriale, apparivano sporche, sovraffollate e malsane, la crescita esponenziale della popolazione nei secoli XVI e XVII-XIX fu accompagnata da una crescita esponenziale della mortalità, delle malattie (legate alla qualità dell’aria e dell’acqua) e all’abbassamento del tenore di vita e della vita media dei cittadini nelle aree urbane. Se l’età media era di 45 anni per i cittadini delle città europee nel XV secolo, essa si abbasso a 35 nel XVIII secolo e 30 nei primi del XIX secolo. L’aumento della mortalità era legato anche alla crescita esponenziale anche delle città, che crebbero in modo caotico e senza un’adeguato criterio, lasciando spazio ad abusivismi e poco spazio alla circolazione dell’aria. La situazione divenne talmente urgente da essere denunciata più volte da autori autorevoli come Charles Dickens.
Smembramento e risanamento
Le città e di conseguenza la gestione degli spazi verdi conobbero una vera e propria rivoluzione sotto la Parigi del barone Haussmann, nel giro di pochi decenni dal 1857 e poi dal 1870 fino agli inizi del secolo successivo, la pianificazione urbanistica per la “Nuova Parigi” voluta da Haussmann diede il via allo smembramento, interi quartieri malsani furono lottizzati e completamente distrutti, vennero aperte ampie strade, alberate e viali come l’Avenue des Champs-Elysées, uno dei più maestosi viali di Parigi. Le principali vie furono adornate d’alberi, che furono piantati a migliaia, vennero creati nuovi parchi pubblici, furono imposte norme più severe riguardo l’igiene , cosa che sommato alle scoperte in campo medico e scientifico ridussero l’incidenza delle malattie respiratorie. Per tutto il tardo XIX secolo varie città seguirono l’esempio di Parigi: Londra, Madrid, Milano , Firenze e Napoli. Nelle città Italiane tra gli smembramenti più interessanti va ricordato quello di Napoli, che nel periodo del Risanamento, vide sotto i Savoia ( Umberto I e con interventi successivi di Vittorio Emanuele III) la creazione di nuovi quartieri e la creazione del Corso Umberto, il grande viale alberato con palazzi ben ordinati, tutt’ora uno dei luoghi più importanti della città. L’opera di smembramento vide il recupero Di Castel Nuovo (Maschio Angioino) e l’abbattimento di tutti gli abusivismi e i capannoni cresciuti col tempo accanto al castello, recuperato il castello negli anni ’30 furono aggiunti i giardini sia accanto al castello, che vicino al municipio (sostituendo i precedenti giardini risorgimentali).
Il XX secolo
Il XX secolo seguì inizialmente la gestione del “verde urbano” del tardo XIX secolo, Le piazze si popolarono di alberi ad alto fusto e di giardini recintati in ferro battuto, i viali adottarono alberi cadulcifoglie come le betulle. Negli anni ’30 al seguito delle campagne in Africa seguì un rinnovato interesse per la specie arborea delle Palme (già presenti nel mezzogiorno dal XVIII secolo), quest’interesse modificò l’spetto del verde pubblico a cavallo tra gli anni 30 e gli anni 70 del XX secolo. Nei giardini pubblici furono adottati palme che si sommarono a andarono a sostituire i precedenti alberi europei. Questo periodo fu caratterizzato da un massiccio impiego di siepi, per contornare i giardini. All’opera di smembramento delle città non seguì purtroppo un’adeguato piano edile per i piccoli centri e comuni che a partire dal secondo dopoguerra furono man mano cementificati e crebbero in modo anomalo. Il piano Ina, diede case nuove a migliaia di sfollati, ma la crescita caotica, la speculazione edile, accentuatasi durante il boom degli anni 50-60, rese i quartieri dove crescevano le unità condominiali, sporchi e sovraffollati. Lo stesso stile delle palazzine degli anni 50-70 fu oggetto di aspre critiche, spesso vennero additate come di cattivo gusto, costruite con materiali scadenti e quasi sempre senza un parco o un’aerea verde. Le denunce ambientaliste sempre più importanti diedero il via a partire dagli anni ’70 ad una nuova stagione per la storia del verde pubblico e delle città.
Tra gli anni ’70 e gli anni ’90 l’Europa fu investita da una forte attenzione verso le tematiche ambientali e la gestione del verde urbano, ovunque furono costruiti nuovi parchi condominiali con ampi spazi dedicati al verde, l’aumento delle aree verdi nelle città fu dovuta anche dalle pressioni, sempre più forti fatti dai partiti ecologisti a cavallo tra gli anni 70 e 80. Le città Italiane cambiarono volto, dato che piazze, rotonde e marciapiedi furono molto spesso adornati con pini e palme.
In Italia negli anni ’90 la spinta ecologista ebbe una prima crisi nel ’94, lo scandalo tangentopoli trascinò tutti i partiti della Prima Repubblica in una crisi senza precedenti, con essi anche i partiti ecologisti. Tuttavia la stagione verde entro realmente in crisi negli anni ‘2000, a causa proprio dell’indebolimento dell’interesse politico verso l’ecologia e la gestione degli spazi verdi in città. A peggiorare le cose fu anche la crisi globale del 2008, che spinse le nazioni europee, specialmente l’Italia a tagliare parecchi fondi, tra i fondi tagliati vi erano specialmente quelli destinati alla sanità, l’istruzione, infrastrutture e verde urbano. In Italia la decadenza in cui decaddero molte piazze e parchi negli anni ‘2000, spinsero le autorità comunali ad interventi di riqualificazione e di pavimentazione, che difatti ridussero col restyling notevolmente le aree verdi nelle piazze.
Il XXI secolo in Italia
Il XXI secolo si aprì quindi con una crisi del concetto di “verde urbano”, ad acuire questa crisi in Italia vi furono a cavallo tra anni 2000 ed anni ’10 pure i cambiamenti climatici ed una serie di scelte stilistiche del passato. Gran parte dei comuni italiani tra gli anni ’70 ed ’80 piantarono sui marciapiedi pini marittmi ed altri alberi ad alto fusto, dopo 30 anni questi alberi ormai cresciuti risultarono un intralcio alla circolazione e spesso le radici sollevarono i marciapiedi, per cui sempre più spesso vennero e stanno venendo sostituiti da alberi di basso-medio fusto, più sottili ed adatti alle città. Ad accelerare questo fenomeno concorrono anche le violenti piogge degli ultimi anni, che molto spesso hanno reso meno stabili gli alberi di alto fusto. Nell’ultima decade l’avvento del concetto di “Smart City”, bosco verticale e bosco urbano hanno inaugurato una nuova fase verde, spinta anche dai cambiamenti climatici sempre più evidenti. Il concetto di Smart City sta rivoluzionando le città europee, specialmente la Germania, i Paesi Bassi, in parte la Francia e l’Inghilterra. Ancora una volta l’Italia è rimasta indietro su queste tematiche, ma Milano, il centro più moderno e produttivo dell’Italia contemporanea sta facendo da pioniere. Tra il 2014 e il 2015, sono stati inaugurati nuovi palazzi, con bosco verticale, Milano è soggetta ad’un restyling ed aumento delle zone verdi consistente negli ultimi 5 anni. Molti parchi sono stati recuperati in questo periodo. A seguire l’esempio di Milano è stata con un netta distanza però, Napoli, che ha visto negli ultimi anni, riqualificazioni all’interno del centro storico e il rifacimento dell’area metropolitana e di Piazza del Municipio, dove sono stati piantati molti alberi e si spera ne siano piantati altri. Il rimboschimento di Napoli però non va confuso con l’aumento delle aree verdi, soprattutto giardini, che negli ultimi anni sono stati sostituiti dalla pavimentazione, l’esempio più visibile è proprio piazza del municipio, che ha visto aumentare gli alberi, ma scomparire del tutto erba e giardini. Per quanto riguarda i comuni invece, le iniziative sono assai timide e molto spesso quello che dalle propagande politiche sono presentati come “svolte verdi”, sono in realtà semplici sostituzioni di ceppi di alberi abbattuti o malati con alberi nuovi e dal fusto sottile.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Verde_urbano

Allestimento fiere e congressi Sassari
Il marketing fieristico è un particolare ambito della più ampia disciplina del marketing che attiene al comparto fieristico ed alla filiera ad esso correlata che comprende:
- Aziende utenti di fiere (espositori e visitatori)
- Enti fieristici (gestori degli spazi immobiliari, ovvero i quartieri fieristici all’interno dei quali si svolgono le manifestazioni)
- Organizzatori di eventi fieristici (possono essere sia gli stessi gestori degli spazi o altri soggetti privati come ad esempio le case editrici di settore)
- Fornitori di servizi (allestitori di stand, servizi di accoglienza e di noleggio di beni vari, catering)
- Servizi di trasporto merci e persone (linee aeree, treni, servizi di trasporto su strada)
- Accoglienza e ristorazione (hotel, ristoranti).
Si tratta quindi di un aspetto che ha come specifica peculiarità quella di incidere direttamente sul territorio, in quanto gli eventi fieristici nel loro complesso costituisco un volano per incentivare l’economia di un determinato ambito geografico.
Anche il comparto degli eventi congressuali, sempre più legati per complementarità alle fiere, attiene al marketing fieristico ed ha una particolare valenza legata allo sviluppo del turismo, dell’accoglienza ad esso legata ed ai trasporti da e per la destinazione.
Da un punto di vista generale le azioni tattiche espresse da un piano di marketing fieristico sono strettamente influenzate dalle azioni politiche espresse sul territorio ed alle conseguenti ricadute economiche; ne consegue una stretta attinenza tra marketing fieristico e marketing territoriale.
Da un punto di vista pratico, per le aziende che partecipano regolarmente alle fiere, un piano di marketing fieristico, complemento del più ampio piano di marketing, permette di stabilire le linee guida e le azioni da implementare per gestire al meglio ogni partecipazione ed ottimizzare i relativi budgets impegnati.
Il mondo delle fiere è in continuo fermento ed il moltiplicarsi degli eventi in uno stesso settore, impone un’attenta valutazione di ogni evento fieristico proposto dal punto di vista del plus ed dei minus. Questa valutazione va effettuata sia nel caso di una partecipazione dell’azienda come espositrice sia nel caso di una partecipazione con un visita da parte di un dipendente.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Marketing_fieristico

Cippatura Sassari
Il cippato di ramaglie (CR), (BRF in francese, bois raméal fragmenté, ramial chipped wood in inglese, RCW), è un tipo di cippato di legno costituito da rami di piccole e medie dimensioni. Il CR è un prodotto forestale utilizzato in agricoltura per la pacciamatura e l’arricchimento del suolo. Può essere posato sul terreno (come nella pacciamatura), mescolato in esso (come concime verde) o prima compostato e poi applicato.
Il CR è costituito da ramoscelli, rami di alberi e arbusti legnosi, preferibilmente decidui, fino a 8 cm di diametro. Viene trasformato in piccoli pezzi mediante triturazione e il prodotto che ne deriva ha un buon rapporto cambio/cellulosa rispetto ad altri prodotti in legno cippato. Pertanto, più ricco di nutrienti, è un efficace promotore della crescita dei funghi nel suolo e della formazione del suolo in generale. L’obiettivo è sviluppare un terreno arioso e spugnoso che trattiene una quantità ideale di acqua e resista all’evaporazione e alla compattazione, contenendo una fonte a lenta cessione di fertilità. Può efficacemente fungere da panacea per terreni impoveriti ed erosi.
La materia prima è principalmente un sottoprodotto del settore della lavorazione del legno, dove viene tradizionalmente considerato un materiale di scarto. La ricerca sui suoli forestali e sugli ecosistemi presso la Laval University (Quebec, Canada) ha portato al riconoscimento del valore di questo materiale e alla ricerca dei suoi usi.
Tipi di legno utilizzabili
Il durame e rami di diametro superiore a 8 cm non sono desiderabili per l’elevato rapporto C/N (carbonio-azoto) (in media 600/1), che richiederebbe azoto aggiuntivo per la decomposizione. Vengono utilizzati l’alburno del legno e i rami giovani dei vari legni nobili (come quercia, castagno, acero, faggio e acacia), inoltre il durame nei rami più grossi è ricco di tannino.
A causa del contenuto di lignina, le conifere possono essere utilizzate solo in combinazione con CR di latifoglie e in un rapporto non superiore al 10-20%. La resina di conifere è sconsigliata perché è costituita da derivati di diterpeni (parte resinosa) e monoterpeni (trementina). Si noti che solo i generi Pinus, Picea, Larix e Pseudotsuga hanno canali resinosi. I cedri sono caratterizzati dai loro componenti del durame tossici per i microrganismi, derivati del tropolone (tujaplicine) di natura fenolica e sono pertanto da evitare nella produzione di CR.
L’acidificazione dei suoli da parte di RCW non è stata osservata. Al contrario, i terreni acidi tendono ad aumentare il loro pH dalle applicazioni RCW.
Mentre alcune specie, come la Robinia pseudacacia e il Noce americano, contengono sostanze che rallentano la marcescenza, nella pratica il loro CR si decompone bene su un terreno umido. Persino il CR di larice, conifera piuttosto resistente alla decomposizione, ha favorito con successo la rigenerazione delle foreste in Quebec ed è risultato essere la migliore delle gimnosperme per l’uso in CR (anche meglio di alcune latifoglie).
Composizione di CR
Poiché la ramaglia è la parte più esposta dell’albero alla luce ed è la parte più attiva nella crescita, i rami giovani utilizzati in CR sono le parti più ricche degli alberi: contengono infatti il 75% di minerali, aminoacidi, proteine, fitormoni e catalizzatori biologici (enzimi) presenti nell’albero.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Cippato_di_ramaglie

Melis Multiservizi Sardegna
La società MELIS MULTISERVIZI è una realtà di punta del Nord Sardegna che nel corso di un ventennio di attività ha maturato esperienze con numerosi enti pubblici ed aziende, qualificandosi come apprezzato erogatore dei seguenti servizi:
- Pulizie civili e industriali (Sanificazione e Disinfezione Locali privati e pubblici ai sensi della L. 82/94 e D.M. 7/7/97 N. 274 come da ns. visura camerale)
- Traslochi
- Montaggio mobili ed allestimenti
- Facchinaggio e lavori in economia
- Lavorazione e posa infissi e prodotti in ferro, alluminio e acciaio in collaborazione con le Officine Delogu di Sassari
- Deposito di 300 mq – Logistica e distribuzione merci
- Gestione depositi e piattaforme conto terzi
- Servizi ambientali e smaltimenti certificati
- Gestione del verde
- Giardinaggio
- Allestimenti floreali matrimoni ed eventi
- Distruzione documenti su scala industriale e conferimento al macero
- Servizi alberghieri
- Servizi studi professionali
Dispone delle seguenti Certificazioni:
- Albo Nazionale Cooperative – A115593
- Albo Nazionale conto terzi – SS 9253711/c
- Albo Nazionale Gestori Ambientali – CA 03167 per le categorie 1F 4F e 5F (trasporto rifiuti speciali pericolosi e non)
- Iscrizione sistri web_ss_332383
- Iso 9001:2015
- Iso 14001:2015
- Iso 18001: 2007
- Iscrizione SardegnaCat e MEPA per il bando “SIA104”, “Facility Management”, “Servizi di Logistica” e “Arredi 104”
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Sanificazioni professionali Sassari
La Melis Multiservizi effettua servizi di sanificazione e igienizzazione professionale a Sassari e in tutta la Sardegna.
Disponiamo di irroratrici con ipoclorito di sodio, idropulitrici e aerosolatrici per fumigazione con virucidi con le quali possiamo operare in ogni ambiente lavorativo.
Grazie alla autorizzazione CCIAA di Sassari ai sensi L. 82/94 (dal 18/4/2000) offriamo i servizi presso i settori pubblico e privato e in particolare siamo specializzati nella pulizia e sanitificazione di uffici, stabilimenti, reparti industriali, comunità, strutture sanitarie, banche, edifici scolastici, centri commerciali, strutture alberghiere, B&B, saloni di bellezza e appartamenti privati.
La società opera nel pieno rispetto della normativa vigente, assolvendo a tutti gli obblighi di legge, ed offre:
– Risoluzione di ogni problema e sanificazione ambientale;
– Pulizie locali di ogni genere, dal piccolo ufficio ai grandi spazi;
– Trattamenti speciali (sgrassaggio, cerature, piombatura pavimentazioni)
– Pulizia pareti verticali (vetrate) e rimozione graffiti.
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Trattamento palme Sassari
Le palme (Arecaceae Bercht. & J.Presl, 1820) sono una famiglia di piante monocotiledoni appartenenti all’ordine Arecales. Tale famiglia comprende oltre 200 generi con circa 2.800 specie, diffuse per la maggior parte nei climi tropicale e subtropicale. È una delle poche famiglie di monocotiledoni a portamento “arboreo”, pur sprovviste d’accrescimento secondario, ossia carenti di tessuti meristematici secondari di tipo cambio o fellogeno. Il legno delle Arecaceae deriva da una modificazione di un tessuto primario, il parenchima.
La famiglia è una delle più antiche del regno: se ne hanno resti fossili risalenti al Cretacico, circa 70-80 milioni di anni fa.
Alcune specie di questa famiglia sono utilizzate, soprattutto in Asia, per la produzione del vino di palma e dell’olio di palma.
Distribuzione e habitat
Si tratta in massima parte di piante tropicali e subtropicali; soltanto poche specie si sono adattate a climi più freddi.
La maggior parte delle specie sono native di Africa, Asia e Australia, alcune del Nuovo mondo e due dell’Europa meridionale: la palma nana (Chamaerops humilis), tipica della macchia mediterranea, diffusa in quasi tutta la Francia meridionale, in gran parte del Portogallo e della Spagna, in Italia e a Malta, e il dattero di Creta (Phoenix theophrasti), nativa di Creta e della Turchia meridionale.
Tra le specie adattatesi ai climi più freddi, merita una menzione il genere Trachycarpus, nativo dell’Asia orientale.
Descrizione
I fiori sono unisessuati (per aborto della corrispettiva parte), ma ciascun individuo ne porta di maschili e di femminili; possiedono 6 tepali, piccoli e sepaloidi, cui si aggiungono o gli stami, in numero di 3, 6 o 9, o un gineceo, formato da 3 carpelli, liberi o riuniti in un unico ovario supero. Tale ovario possiede tre logge, ciascuna delle quali porta un solo ovulo. I fiori sono riuniti in un’infiorescenza, detta spadice, a spiga o a pannocchia; lo spadice, nei giovani individui, è circondato da una grande brattea, detta spata, con funzione protettiva.
Il frutto, a seconda dei generi, è una bacca (per esempio, il dattero), o una drupa (per esempio, la noce di cocco, il frutto di Cocos nucifera).
Avversità
Uno dei più temibili parassiti di queste piante è il Rhynchophorus ferrugineus, noto come punteruolo rosso delle palme. Si tratta di un coleottero curculionide originario dell’Asia, recentemente propagatosi in Medio Oriente e successivamente a tutto il bacino del Mediterraneo, rivelatosi resistente a tutti i mezzi di controllo convenzionali.
Colpisce parecchie specie di Arecaceae tra cui le più diffuse palme ornamentali del Mediterraneo, ma anche specie di interesse economico quali la palma da cocco e la palma da olio.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Arecaceae

Gestione dei rifiuti Sassari
Una discarica, nel ciclo della gestione dei rifiuti, è un luogo dove vengono depositati/stoccati e fatti marcire in modo non selezionato e permanente i rifiuti solidi urbani e tutti gli altri rifiuti (anche umidi) derivanti dalle attività umane (detriti di costruzioni, scarti industriali, ecc…) che, in seguito alla loro raccolta, non è stato possibile riciclare, inviare al trattamento meccanico-biologico (TMB) eventualmente per produrre energia tramite bio-ossidazione a freddo, pirolisi o, in ultima ratio, l’utilizzo come combustibile negli inceneritori (inceneritori con recupero energetico o termovalorizzatori).
Descrizione
La normativa italiana col d.lgs 13 gennaio 2003, n. 36 ha recepito la direttiva europea 99/31/CE che prevede tre tipologie differenti di discarica:
- discarica per rifiuti inerti;
- discarica per rifiuti non pericolosi (tra i quali i rifiuti solidi urbani, RSU);
- discarica per rifiuti pericolosi (tra cui ceneri e scarti degli inceneritori).
In particolare si definiscono:
- rifiuti pericolosi: i rifiuti non domestici precisati nell’elenco dell’allegato D del Dlgs. 22 del 05/02/1997
- rifiuti non pericolosi: i rifiuti che per provenienza o per le loro caratteristiche non rientrano tra i rifiuti contemplati come pericolosi
- rifiuti inerti: i rifiuti solidi che non subiscono alcuna trasformazione fisica, chimica o biologica significativa; i rifiuti inerti non si dissolvono, non bruciano ne’ sono soggetti ad altre reazioni fisiche o chimiche, non sono biodegradabili e, in caso di contatto con altre materie, non comportano effetti nocivi tali da provocare inquinamento ambientale o danno alla salute umana. La tendenza a dar luogo a percolati e la percentuale inquinante globale dei rifiuti, nonché l’ecotossicità dei percolati devono essere trascurabili e, in particolare, non danneggiare la qualità delle acque, superficiali e sotterranee;
La normativa definisce anche il piano di sorveglianza e controllo con i necessari parametri chimici, chimico-fisici, idrogeologici, meteoclimatici e topografici da determinare periodicamente con una stabilita frequenza delle misurazioni.
L’uso delle discariche per il rifiuto indifferenziato deve essere assolutamente evitato. L’Unione europea con la direttiva sopra citata (99/31/CE) ha stabilito che in discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico e materiali non riciclabili: in altre parole, dando priorità al recupero di materia, la direttiva prevede il compostaggio ed il riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti (del resto la legge prevede che la raccolta differenziata debba raggiungere il 65% entro il 2011).
Infatti, i residui di molti rifiuti, soprattutto di RSU organici, restano attivi per oltre 30 anni e, attraverso i naturali processi di decomposizione anaerobica, producono biogas e numerosi liquami (percolato) altamente contaminanti per il terreno e le falde acquifere per cui il conferimento senza preventivo trattamento di compostaggio è da evitarsi. Dati gli enormi tempi di degradabilità dei materiali normalmente conferiti in discarica (come le plastiche e ancor peggio i rifiuti pericolosi) è ragionevole stimare la possibilità di rilevare tracce di queste sostanze dopo la chiusura di una discarica per un periodo che va fra i 300 e i 1000 anni, per cui andrebbero trattati differentemente.
Alcuni paesi come la Germania, l’Austria e la Svizzera hanno eliminato il conferimento in discarica di rifiuti non trattati e le discariche sono utilizzate principalmente per lo stoccaggio delle ceneri dei termovalorizzatori o dei residui degli impianti di trattamento biologico e compostaggio.
Attualmente lo smaltimento in discarica in Italia è il principale metodo di eliminazione dei rifiuti, in quanto è semplice ed economico. Dati relativi al 2004 indicano che il 51,9% dei rifiuti totali prodotti è stato smaltito in discarica. L’uso della discarica è molto intenso nei paesi poco sviluppati, mentre la tendenza generale è volta a limitare il conferimento in discarica applicando attivamente politiche di riduzione, riuso e riciclo, e sfruttando tecnologie quali il compostaggio e l’incenerimento per i residui.
Dal punto di vista dell’emissione in atmosfera di gas responsabili dei cambiamenti climatici, le discariche per rifiuti non pericolosi e quelle per rifiuti pericolosi risultano nocive se il rifiuto non viene preventivamente trattato e/o differenziato (come spesso capita). È infatti scientificamente provato dall’organizzazione internazionale sui cambiamenti climatici, IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) che i rifiuti in discarica causano emissioni ad alto contenuto di metano e di anidride carbonica, due gas serra molto attivi; una moderna discarica deve pertanto prevedere sistemi di captazione di tali gas (in particolare il metano, che può essere usato anziché disperso in atmosfera).
I problemi delle emissioni di gas possono tuttavia essere ridotti o eliminati con l’adozione di tecniche costruttive specifiche e con il pretrattamento dei rifiuti: in particolare la raccolta differenziata di quanto riciclabile e della frazione umida (responsabile delle citate emissioni liquide e gassose), e il cosiddetto trattamento a freddo mediante cui si accelera la decomposizione dei rifiuti prima del conferimento in discarica. Come detto, la stessa Unione europea vieta il conferimento di materiale organico in discarica.
La discarica controllata, ha tre fasi di decomposizione:
- Prima fase, questa fase è piuttosto breve, si svolgono reazioni aerobie, possibili grazie all’ossigeno presente al momento dell’interramento. Dall’ossidazione del materiale organico si produce CO2 ed energia sotto forma di calore: la temperatura può raggiungere anche gli 80 °C. Vengono prodotti anche aldeidi, chetoni ed alcoli che conferiscono ai rifiuti freschi il caratteristico odore;
- Seconda fase: è acida anaerobia, in cui si svolgono reazioni di fermentazione acida che sviluppa ammoniaca, idrogeno CO2 e composti organici acidi parzialmente degradati. Il percolato che si forma in questa fase presenta BOD e COD elevati, risulta acido (PH = 5-6) e particolarmente aggressivo, al punto tale da rendere possibile la dissoluzione in esso di altri composti organici e inorganici. Le reazioni di degradazione anaerobia danno luogo alla liberazione di prodotti come acidi carbossilici volatili, esteri e tioesteri, responsabili dell’odore nauseabondo dei rifiuti nella seconda fase della decomposizione;
- Terza fase: è anaerobia metanogena e si svolge dopo almeno 6-12 mesi dall’interramento dei rifiuti. LA biodegradazione batterica anaerobia procede lentamente e decompone gli acidi organici e gli altri prodotti sviluppati nella fase precedente. La trasformazione degli acidi, provoca un innalzamento del PH fino a valori prossimi alla neutralità o superiori. I prodotti principali della terza fase di decomposizione sono metano e anidride carbonica. Il metano prodotto viene fatto uscire dalla massa dei rifiuti in decomposizione tramite sfiatatoi e immediatamente bruciato. Il calore prodotto può avere destinazioni diverse per realizzare un’economia di gestione.
Struttura di una moderna discarica
Per assolvere efficacemente al suo compito, e cioè limitare tali emissioni nocive e non diventare sorgente di inquinamento per il suolo o per l’idrosfera, una discarica deve essere progettata in modo adeguato e secondo tutte le relative norme di legge. Le discariche moderne devono essere costruite secondo una struttura a barriera geologica in modo da isolare i rifiuti dal terreno, rispettare gli standard igienici e la biosfera, riutilizzare i biogas prodotti come combustibile per generazione di energia. La struttura in genere è del tipo a “deposito sotterraneo”, costituita dal basso verso l’alto nel seguente modo:
- un terreno di fondazione e sottofondo della discarica;
- una barriera di impermeabilizzazione sul fondo e sui fianchi costituita da geomembrane per impedire la fuoriuscita del percolato;
- un sistema di drenaggio del percolato;
- l’ammasso dei rifiuti in strati compattati;
- le coperture tra i vari strati;
- un sistema per la captazione del biogas;
- la copertura finale provvista di piante.
Gli standard internazionali indicano che in una discarica moderna si riesce a recuperare anche il 90% del biogas, con valori anche superiori quando il singolo lotto della discarica sia chiuso e completato con una opportuna copertura captante.
È comunque importante che la frazione umida dei rifiuti venga raccolta in modo differenziato o che comunque i rifiuti subiscano compostaggio e/o trattamento meccanico-biologico (vedi gestione dei rifiuti) prima del conferimento in discarica (questi processi permettono di recuperare il 100% del metano dato che avvengono in reattori chiusi).
A titolo di esempio, da una discarica di circa 1.000.000 di metri cubi che cresce di 60.000 m3 ogni anno (pari a circa 51.000 t/anno), si possono estrarre quasi 5,5 milioni di metri cubi di biogas all’anno (oltre 600 m3 ogni ora).
Gestione di una discarica di rifiuti
La discarica deve essere costantemente controllata in tutte le sue fasi di vita, dalla realizzazione alla gestione dopo la sua chiusura. Tutti i controlli vengono fatti seguendo un piano di sorveglianza e controllo che prevede una serie di parametri da misurare attraverso dei sistemi di prelevamento ed analisi uguali per tutti in modo che non vi sia discordanza fra i dati. Il monitoraggio deve essere svolto su:
- acque sotterranee;
- acque meteoriche che attraversano la discarica;
- percolato prodotto dai rifiuti in fase di deterioramento;
- emissioni di gas dalla discarica e qualità dell’aria presente nelle vicinanze della discarica;
- discariche in cui vengono smaltiti rifiuti contenenti amianto;
- parametri meteoclimatici della zona in cui ha sede la discarica;
- morfologia della discarica.
Il prelievo di acqua sotterranea è possibile grazie ad alcuni pozzetti piezometrici presenti a monte e a valle delle discariche. Controllando l’acqua sotterranea è possibile scoprire eventuali danni alle geomembrane che comporterebbero la fuoriuscita del percolato e il conseguente inquinamento del suolo e delle acque sottostanti il sito. Un altro problema sono le acque piovane che dilavano la discarica e che potrebbero contenere anch’esse del percolato. Tali acque se non raccolte potrebbero finire in corsi d’acqua siti nelle vicinanze della discarica. Un’approfondita analisi del percolato prodotto dai rifiuti potrebbe rivelare la presenza all’interno della discarica di rifiuti non conformi alla tipologia di discarica (ad es. rifiuti pericolosi in discariche di inerti). Un controllo dei gas emessi può essere utile per individuare eventuali fuoriuscite del biogas prodotto frutto di rotture nel sistema di captazione dei gas. La fuoriuscita di biogas potrebbe provocare inconvenienti se nei pressi della discarica vi fossero abitazioni.
Per le discariche contenenti amianto è di fondamentale importanza la misurazione delle fibre di amianto disperse nell’aria per le problematiche ben note rispetto all’inalazione di amianto. Ogni discarica deve essere dotata di una centralina di rilievo dei dati meteoclimatici. Una discarica deve essere costruita in zone non troppo piovose e non troppo aride in base al tipo di rifiuti che deve contenere. Il monitoraggio della morfologia della discarica permette di seguire nel tempo la deformazione strutturale della discarica che avviene in modo lento con il deterioramento dei rifiuti e quindi con la loro diminuzione di volume. Il terreno in cui viene costruita una discarica deve essere un terreno solido, non deve situarsi in piane alluvionali e la zona non deve essere fortemente sismica. I siti costruiti in zone altamente sismiche potrebbero essere soggetti a rottura delle geomembrane e dei sistemi di captazione del percolato e del biogas.
Se la discarica è progettata e costruita correttamente, i rifiuti devono comunque rimanere sorvegliati per almeno 30 anni dopo la sua chiusura. Nel frattempo l’area è utilizzabile per altri scopi (in genere il terreno superficiale può essere usato per la crescita di piante).
Se la progettazione di una discarica è importante, non meno lo è la sua gestione. Infatti ogni discarica viene progettata per accogliere determinati rifiuti (inerti, non pericolosi o pericolosi) e quindi, salvo modifiche successive, deve accogliere solo quel tipo di rifiuti. Ogni discarica è progettata per accogliere un determinato volume di rifiuti e quindi ha una vita limitata, che può essere sì prolungata, ma non protratta indefinitamente. Anche le procedure di trattamento e di messa a dimora dei rifiuti devono essere eseguite in modo da non compromettere la sicurezza per chi vi opera e da non favorire fenomeni di inquinamento.
L’inquinamento ambientale legato a una discarica ben controllata e gestita può essere sensibilmente ridotto (anche per quanto riguarda i gas serra), oltre che attuando l’opportuna preselezione del materiale da conferirvi, sfruttando l’utilizzo della frazione compostabile per la produzione di biogas e ammendante agricolo. Vi sono comunque inconvenienti come la deturpazione del paesaggio e la necessità di sorvegliare l’area per un certo periodo di tempo dopo la cessazione dell’attività, oltre all’occupazione del terreno, che diviene inutilizzabile per altri scopi dopo la dismissione della discarica, che pure può essere trasformata in un’area verde.
I rifiuti solidi e la società
Esistono, specialmente in Italia, numerose discariche abusive (inquinanti e pericolose), non controllate, spesso connesse con attività mafiose come la camorra per il lucroso traffico illegale dei rifiuti (ecomafie); ma anche quelle legali comportano problemi di trattamento, che hanno dato luogo a condanne europee.
Dal punto di vista energetico i rifiuti solidi sono molto più efficientemente trasformati se li si recupera e ricicla con tecniche moderne. Altra possibilità è l’incenerimento che comunque necessita di discariche per i residui (le ceneri, rifiuti pericolosi e pari a circa 10% in volume e 30% in peso del rifiuto introdotto) non riutilizzati e per il materiale non combustibile non recuperato (cosiddetto inerte). Dal punto di vista ambientale entrambe le tecniche di smaltimento (discarica e termovalorizzazione) possono essere considerate un male minore, da limitare in favore delle tecniche di recupero e riciclaggio.
In Italia l’onere della gestione e del trattamento dei rifiuti è caricato sui bilanci dei comuni, che finanziano questo servizio con un’apposita tassa per la spazzatura (la Tarsu). In genere essa è proporzionale ai metri quadrati dell’abitazione e al numero delle persone che vi risiedono, ma sarebbe più corretto valutare l’effettiva produzione di rifiuti differenziati/indifferenziati come avviene in alcuni comuni più virtuosi, dove la tassa è sostituita dalla Tariffa di igiene ambientale (Tia), a norma di legge.
La spesa principale consiste nel costo di trasporto (operatori e camion) dalle utenze fino alla discarica, che di solito è sita in territorio demaniale, di proprietà dello stesso comune. Se la spazzatura è depositata nel terreno di un privato o di un altro comune, i rifiuti vengono pesati e viene pagato un corrispettivo proporzionale al volume e/o peso introdotto in discarica. Il costo è quindi proporzionale alla produzione di rifiuti.
La permanenza dei rifiuti per lunghi periodi di tempo in discarica (su terreno demaniale) comporta pochi oneri economici di gestione, se non ci si preoccupa dell’impatto ambientale. La saturazione delle discariche, con la conseguenza di non potervi più conferire rifiuti, è una questione molto attuale che tra l’altro rappresenta una delle principali cause del cosiddetto “turismo dei rifiuti”, che comporta spesso lunghi viaggi in attesa dello smaltimento finale: emblematico è ad esempio il caso della Campania che, in virtù di una «emergenza rifiuti» in corso da molti anni, ha esportato centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti in altre regioni italiane e all’estero, proprio mentre veniva ribadita l’importanza dell’autonomia delle singole province nella gestione dei rifiuti.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Discarica

Potatura in quota Sassari
LA POTATURA DEGLI ALBERI
Tipologie principali di potatura
Si possono distinguere vari interventi di potatura su esemplari maturi anche se sovente questi interventi possono venire eseguiti in contemporanea e in “dosi” diverse.
I principali interventi di potatura sugli alberi possono essere suddivisi in:
– potatura di rimonda
– potatura di alleggerimento
– potatura di selezione
– potatura di riduzione
– potatura di ricostruzione
– cura delle ferite
Potatura di rimonda
Per potatura di rimonda si intende l’eliminazione di tutte le parti secche, ammalate o deperienti presenti sulla chioma, oltre a tutte le altre presenze estranee (piante rampicanti, ferri, corde, nylon, ecc.) eventualmente rinvenute sugli alberi in oggetto. In questa voce rientra anche la potatura di messa in sicurezza che prevede l’eliminazione del rischio di schianto di branche e/o rami attuando interventi di potatura in maniera adeguata alla situazione particolare, così da prevenire l’eventuale rottura di parti deficitarie. Nel caso non fosse possibile ridurre il rischio se non eliminando le branche o i rami mal inseriti e/o pericolosi, si dovrà procedere in tal senso.
Questo tipo di potatura permette di ridurre le infestazioni di insetti e le infezioni di parassiti fungini oltre che diminuire i rischi di caduta di branche più o meno secche.
Potatura di alleggerimento
Per potatura di alleggerimento si intende una potatura effettuata sulla parte distale di rami, per lo più orizzontali, in maniera da scaricarli dell’eccessivo peso apicale, renderli strutturalmente più resistenti e facilitare lo sviluppo di rametti e/o gemme a legno più interne rispetto agli apici dominanti. A seconda dello stadio fisiologico della pianta, ma anche del singolo ramo, si può procedere all’eliminazione selettiva di epitoni o ipotoni.
Potatura di selezione
Consiste nell’eliminazione di una certa quantità di rami e branche secondarie. L’altezza ed il diametro della chioma dell’albero restano comunque immutati alla fine dell’intervento. La potatura di selezione ha lo scopo di diradare la chioma ed eliminare getti poco vigorosi ed in competizione tra loro, far penetrare maggiormente la luce all’interno ed aumentare la resistenza meccanica al vento operando in maniera tale da ottenere una distribuzione quanto più possibile regolare delle branche e dei rami rimanenti, senza lasciare parti di chioma troppo fitte e/o troppo rade. Generalmente questo tipo di potatura è effettuabile anche in estate.
Vanno inoltre asportati i rami destinati ad essere eliminati dalla pianta stessa (in funzione del visibile ingrossamento del collare) o ammalorati, rami e/o branche mal inseriti o che si intersecano tra loro, quelli troppo vicini e che occupano il medesimo spazio vitale (in competizione per spazio e luce), quelli orientati verso il centro della chioma e quelli inseriti con angolo troppo stretto sulla branca portante. Vanno risolti anche gli eventuali problemi strutturali (presenti o “in nuce”), selezionando rami codominanti o diminuendo problemi da corteccia inclusa. Nella potatura di selezione vengono anche eliminati in maniera corretta tutti i ricacci, i germogli epicormici e i polloni presenti al di sotto dell’impalcatura principale della pianta.
Facilitando l’ingresso dei raggi solari all’interno della chioma e diminuendo l’umidità relativa presente nella zona interessata dall’apparato fotosintetizzante questo intervento permette di irrobustire le branche, diminuire l’effetto vela della parte aerea e di limitare gli attacchi di parassitari.
Potatura di riduzione
E’ il modo più semplice, ma spesso anche il più semplicistico, per contenere lo sviluppo di una pianta. Per potatura riduzione e/o di contenimento si intende una riduzione in altezza ed in larghezza della chioma eseguita mediante il raccorciamento (al massimo di un terzo della lunghezza dei rami e/o delle branche) effettuato con la tecnica del taglio di ritorno ed il raccorciamento dei rami laterali quel tanto che occorre affinché non interferiscano con le linee elettriche, eventuali punti luce, facciate delle case e/o eventuali altre infrastrutture urbane. Il taglio di ritorno consiste nella potatura della parte terminale di un ramo o una branca con un taglio immediatamente al di sopra di un altro ramo o branca di dimensioni paragonabili e con andamento similare (asse dominante) in modo che questo possa fungere da punta di sostituzione (tiralinfa).
La pianta dovrebbe mantenere la stessa struttura principale che aveva prima dell’intervento. Il taglio di ritorno dovrà essere effettuato selezionando un “ramo tiralinfa” di adeguate dimensioni (non inferiore a 1/3 in diametro rispetto al diametro del ramo “freccia” tagliato, meglio se di dimenzioni paragonabili). Tale ramo tiralinfa dovrà avere inclinazione corretta, in modo da non essere troppo debole rispetto alla punta che dovrà sostituire (inclinazione non inferiore a + 30 gradi rispetto al piano orizzontale); l’esecuzione del taglio del ramo “freccia” dovrà essere netta e con la medesima inclinazione del ramo tiralinfa rimanente. Eventualmente il ramo tiralinfa potrà anch’esso subire interventi cesori in relazione alla necessità di renderlo maggiormente adatto allo scopo (ulteriori tagli di ritorno e/o di selezione per modificarne, nella maniera necessaria, la vigoria).
Dopo l’operazione la pianta provvede a riemettere nuova vegetazione, con il risultato che l’intervento deve venire periodicamente ripetuto, mediamente ogni 3 -5 anni a seconda della specie (notevole carico manutentivo). In ogni caso la riduzione della chioma non è la soluzione ai problemi della pianta, scatenando processi di disseccamento, marcescenza e fenomeni di degrado vegetativo. Resta comunque sempre da evitare l’intervento drastico di capitozzatura (topping) che oltre a distruggere i meccanismi di difesa della pianta ne deturpa irrimediabilmente anche l’aspetto estetico.
Potatura di ricostruzione della chioma
Nel caso vi siano state grosse rotture di branche per cause naturali o capitozzi pregressi cui sia seguito un notevole riscoppio vegetativo, la potatura di ricostruzione deve tendere a selezionare i nuovi getti tra quelli con migliore inserzione e distribuzione sulla branca e possibilmente ridare alla pianta anche una struttura tale per cui, nel tempo, si possa riconoscere l’habitus caratteristico della specie.
Gli interventi di ricostruzione permettono quindi, nel tempo, di ricostruire la struttura tipica di una pianta che abbia subito in passato drastiche riduzioni della chioma, attraverso un’adeguata selezione dei ricacci e dei polloni, risolvendo competizioni strutturali e/o fotosintetiche. E’ un intervento che, richiedendo una elevata conoscenza della biologia e della meccanica della pianta, deve essere effettuato solo da specialisti e nel complesso può essere costituito da tutti gli interventi di potatura precedentemente descritti, calibrati in funzione della pianta, dello stadio fisiologico e delle condizioni ambientali.
Cura delle ferite
Per cura delle ferite si intendono tutti quegli interventi, successivi ad eventi traumatici che hanno provocato ferite sulle radici, sul fusto e/o sulle branche, miranti a permettere alla pianta di creare in una prima fase adeguato callo di reazione e successivamente un adeguato legno di ferita così da diminuire i rischi di infezione da parassiti nell’immediato e fare in modo che il legno di reazione prodotto successivamente possa svilupparsi in maniera armonica e con caratteristiche di sostegno adatte (dendrochirurgia preventiva-conservativa).
Fonte: https://www.superalberi.it/la-potatura-degli-alberi/#:~:text=Per%20potatura%20di%20rimonda%20si,rinvenute%20sugli%20alberi%20in%20oggetto.

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