Traslochi e facchinaggio Sardegna
Organizzare un trasloco senza impazzire: come si fa
Tante persone sono convinte che traslocare sia una fonte di stress. In effetti è vero ma è possibile organizzare un trasloco senza impazzire se segui i consigli contenuti in questa guida che prende in esame diversi aspetti tra i più complicati che incontri durante il cambio di casa.
Procurati tutto il necessario
Se anche tu hai in vista un trasloco da organizzare, devi iniziare preparando tutto quello che ti serve per la fase dell’imballaggio. Se richiedi un preventivo trasloco online ricorda di includere anche i materiali per imballare le tue cose. Fai una stima degli scatoloni in cartone che ti serviranno e poi aggiungine un paio perché tutti tendono a sottovalutare la mole di oggetti da spostare. Sempre meglio avere qualche scatolone in più piuttosto che restare senza nel bel mezzo delle operazioni.
Altri materiali che tornano sempre utili durante i traslochi sono il nastro adesivo, pennarelli, le etichette, materiale da imballaggio tipo pluriball, carta dei giornali vecchi, sacchi di plastica. Inoltre, puoi utilizzare anche altri contenitori alternativi come le borse riutilizzabili di grande formato per la spesa e anche le cassettine dell’ortofrutta per il trasporto degli ortaggi.
Non aspettare l’ultimo momento
Un errore che moltissime persone commettono nel momento in cui organizzano dei traslochi è non prendersi per tempo e organizzare tutte le operazioni solo all’ultimo momento. Se il trasloco non è improvvisato, puoi iniziare con largo anticipo a organizzare le due cose per il trasloco.
Ci sono un sacco operazioni che puoi svolgere mesi prima della data effettiva del trasloco. È fondamentale per non arrivare all’ultimo minuto con l’acqua alla gola, prenderti per tempo e prepara scatoloni con tutti gli oggetti che non servono tutti giorni come i soprammobili, le scarpe e gli accessori da viaggio.
Attenzione alle questioni burocratiche
Quando si parla di trasloco è importante non tralasciare tutte le piccole questioni amministrative e burocratiche. Per iniziare, preoccupati delle forniture di luce e gas che vanno chiuse nell’appartamento vecchio e attivate in quello nuovo. Lo stesso vale per la gestione dei rifiuti.
Ricordati anche di comunicare il cambio di indirizzo alla banca, l’assicurazione, alla scuola e via dicendo. Chiunque ti invii della posta regolarmente, deve avere il tuo nuovo indirizzo. Vai all’anagrafe per il cambio di residenza ma non preoccuparti dei documenti perché l’indirizzo verrà modificato solo nel momento in cui scadono.
Altri consigli utili
Ci sono poi tanti piccoli trucchetti e stratagemmi che ti aiutano in questo frangente. Per esempio, non occorre svuotare i cassetti ma ti basta estrarli e sigillarli utilizzando della pellicola trasparente di grande formato. Per non perdere le viti e i meccanismi dei mobili, sistemali in un sacchetto chiuso e poi scotchalo al mobile a cui appartengono. È un sistema ottimo per evitare di non perdere i pezzi e non riuscire a montare il mobile una volta entrata in casa nuova.
Infine, procurati un carrello con ruote per il trasporto degli oggetti più ingombranti come il divano oppure gli elettrodomestici tipo frigorifero, lavatrice e lavastoviglie.
Fonte: https://www.ilsitodifirenze.it/content/668-organizzare-un-trasloco-senza-impazzire-come-si-fa

Piattaforma aerea Sassari
Una piattaforma di lavoro aerea è una macchina che permette il sollevamento e lo stazionamento in quota di uno o più operatori, evitando il montaggio di ponteggi o trabattelli. Queste attrezzature sono generalmente usate nel settore edile e impiantistico e negli ultimi anni hanno avuto un’enorme diffusione con il crearsi in tutto il territorio italiano di numerose aziende noleggiatrici.
Storia della piattaforma aerea
La prima piattaforma aerea fu inventata negli Stati Uniti d’America da John L.Grove nel 1969. La sua idea nacque immaginando di far eseguire lavorazioni in altezza con del materiale, risparmiando tempo, denaro senza il bisogno dei ponteggi: ad un carro motorizzato aggiunse un braccio sollevatore e all’estremo del braccio montò un cestello porta persone, un’idea semplice che cambiò la concezione di lavorare. Oggi questa macchina è custodita nel museo della più grande e rinomata azienda mondiale, produttrice di piattaforme aeree: la JLG (che ha come fondatore John L. Grove).
Nel 1973 venne introdotta per la prima volta, sempre dalla JLG, la piattaforma di lavoro “verticale” o “scissor lift”, ossia una piattaforma con un pantografo apribile idraulicamente posto sotto il cestello.
Tipologie di piattaforme aeree
Piattaforme elevatori verticali di persone (“Vertical mast”)
Sono le più piccole piattaforme, sono esclusivamente elettriche, dotate di un carro semovente e un cestello per una sola persona che si innalza senza l’ausilio di un pantografo. Macchina usata in interni con spazi ristretti; essendo molto leggera può lavorare anche in superfici con un limite di sovraccarico, inaccessibili per qualunque altra piattaforma a pantografo.
Piattaforme verticali elettriche (“Electric Scissor”)
La piattaforma verticale elettrica è composta da un carro, la parte di elevazione verticale a pantografo idraulico e la cesta porta individuo con i comandi della macchina. L’alimentazione principale della piattaforma è costituita dalle batterie di trazione in serie (4-8-12 a seconda dei modelli) che alimentano il motore elettrico e che insieme alla pompa forma il gruppo motor-pompa che crea ogni movimento della macchina; il “cervello” che gestisce e controlla l’insieme è costituito dalla centralina.
Piattaforme verticali Diesel (“Combustion powered scissor”)
La piattaforma verticale Diesel ha il funzionamento identico a quello delle piattaforme verticali elettriche, cambia solo l’alimentazione che è a motore Diesel. Il motore Diesel innesca una pompa principale che permette ogni movimento idraulico della macchina. Questi modelli diesel raggiungono altezze molto più elevate di quelle elettriche variando da un minimo di 10 metri fino a 20 metri di altezza. La piattaforma diesel è concepita per lavorare in esterni anche su terreni duri e accidentati. La maggior parte di questi modelli sono provvisti di martinetti (stabilizzatori per il terreno) come optional dalla casa costruttrice: lo stabilizzatore è un pistone idraulico che si apre verso il terreno avendo a capo dello stelo una piastra di appoggio piana che stabilizza la pressione del pistone sul terreno, potendo così avere un innalzamento della macchina; in tutto sono 4 gli stabilizzatori sulle verticali diesel, posti nei quattro angoli della macchina.
Piattaforme articolate elettriche (“Electrical boom lift”)
Piattaforme articolate/telescopiche Diesel (“Engine powered boom lift”)
Sono le più grandi piattaforme aeree di lavoro capaci di raggiungere altezze di lavoro straordinarie grazie ai loro bracci articolati e telescopici. Esistono svariati modelli dal più piccolo che raggiunge un’altezza di 15 metri fino alle più imponenti che superano i 40 metri di altezza. Alcuni modelli tra i più sofisticati sono capaci di possedere 5 centraline di controllo, ulteriori sicurezze speciali e assali estendibili che aumentano la capacità e la stabilità della macchina.
Piattaforme a ragno (“Spider lift”)
Le Piattaforme Ragno si compongono di un telaio di base a cui sono vincolati quattro stabilizzatori articolati, azionati idraulicamente, e una torretta girevole su ralla. Questa sostiene, nella parte superiore, un gruppo bracci telescopici o articolati con all’estremità il cesto; tutti i movimenti sono azionati da martinetti e motori oleodinamici. L’attrezzatura è sopportata da cingoli o ruote in gomma integrati nel telaio di base. Può disporre di diverse sorgenti di energia: generalmente motore Diesel e motore elettrico o batterie per la movimentazione dei bracci e la traslazione. Queste Piattaforme sono concepite per risolvere accessi difficili.
Carrelli telescopici (“Telehandlers”)
I carrelli telescopici o chiamati erroneamente “muletti diesel” sono mezzi edili impiegati spesso per la movimentazione e sollevamento di carichi mediante forche regolabili; a differenza di un comune muletto le cui forche si muovono unicamente in senso verticale, il carrello è costituito da un braccio telescopico che si muove in modo angolare, manovrabile dalla cabina, estendibile idraulicamente fino a lunghezze che variano a seconda dei modelli. L’uso degli stabilizzatori aumenta la stabilità e la portata massima di carico della macchina durante le operazioni di sollevamento; per avere un controllo sul carico un computer di bordo riconosce automaticamente se si opera su gomme o su stabilizzatori.
Auto-carrate
Furgoni diesel targati che possono circolare per le vie urbane e che montano nel retro-treno uno o più bracci idraulici ed estendibili come una qualsiasi piattaforma; risulta più comodo per un operatore scegliere questo tipo di mezzo in quanto può spostarsi senza l’ausilio di un camion per il trasporto; le auto-carrate sono progettate per lavorare esclusivamente su stabilizzatori piazzati ed alcuni modelli di enormi dimensioni possono raggiungere altezze di lavoro superiori ai 50 metri.
Principio di funzionamento di una piattaforma
Tutti i movimenti della macchina vengono assicurati dall’energia idraulica fornita da una pompa a ingranaggi azionata da un motore elettrico o Diesel a seconda dei modelli sopraelencati. I pistoni idraulici (martinetti) che permettono il sollevamento della macchina e il resto dei movimenti vengono comandati da un distributore, controllato a sua volta da una centralina che provvede alla progressività del movimento (la centralina negli ultimi 10 anni ha sostituito l’utilizzo dei vecchi azionamenti a relè). Il segnale elettrico prodotto dall’azione di un pulsante manovrato viene letto dalla centralina che a sua volta in uscita manda un segnale direttamente a un’elettrovalvola che propone il movimento desiderato. È importante sottolineare che tutte le piattaforme aeree sono normalmente frenate e lo sblocco dei freni avviene una volta che noi azioniamo il comando di spostamento (freno negativo). Ogni macchina, dalla più semplice alla più complessa, possiede 2 postazioni di controllo; mediante un selettore a chiave installato nel quadro comandi a terra è possibile selezionare quale postazione attivare per utilizzare la macchina:
comandi a terra: sono possibili tutti i movimenti tranne la traslazione; composto da un numero n° di swicht per ogni movimento possibile per la macchina; un display (MDI) che segnala le ore lavorative della macchina (si può paragonare a un conta-chilometri di un’automobile) e inoltre segnala possibili allarmi;
comandi in navicella (in cesta): sono possibili tutti i movimenti; composto da n° di switch per ogni movimento; un manipolatore (joypad) adibito alla traslazione, una sorta di potenziometro elettrico che a seconda dell’intensità del segnale che mandiamo aumenta o diminuisce la velocità di spostamento e la sterzata della macchina; pulsante per clacson; contatto normalmente aperto a pedale situato sul pianale della cesta, importante sicurezza della macchina, definita come uomo presente (uomo morto) che permette qualsiasi movimento solo se si preme costantemente quel contatto.
Una piattaforma aerea è composta principalmente da 4 parti o componenti essenziali:
Batterie di trazione (solo per piattaforme elettriche)
Le batterie di trazione sono pacchi di batterie ricaricabili in serie installate in gran scala dai più piccoli fino ai grandi carrelli elevatori e tutti i mezzi elettrici edili, comprese le piattaforme aeree elettriche. Le batterie forniscono una grande resa e durata nel tempo di lavoro ma sicuramente migliore è il carica batterie, tanto più le batterie saranno efficienti e durature. Una volta alla settimana è consigliata la procedura di manutenzione delle batterie controllando la quantità di acqua demineralizzata all’interno degli elementi e la densità del liquido acido che esercita la reazione chimica. Durante la fase di ricarica, si ottiene una produzione di idrogeno e ossigeno ai due poli delle singole celle, e se la produzione dei due gas è più alta della loro velocità di fuga, la batteria può esplodere; per questo ogni tappo della batteria possiede più di un foro di sfogo.
Gruppo motor-pompa (elettrico/Diesel)
Centralina di comando
Distributore idraulico
Sicurezze presenti sulle piattaforme
Trattandosi di macchine edili che operano in condizioni difficili quali possono essere i grandi cantieri e portando uomini a lavorare ad altezze sorprendenti, queste macchine sono dotate di impianti di sicurezza
Controllo dell’inclinazione
L’inclinometro è uno strumento di sicurezza, applicato ad una macchina, che consente il controllo dell’inclinazione.
Può essere elettronico o un semplice dispositivo a bolla d’aria con caratteristica on-off per interdire tutti i movimenti qualora la macchina si trovi su di un piano inclinato oltre i limiti ammessi. In posizione di lavoro oltre una certa altezza che varia da modello a modello, il modulo di controllo dell’inclinometro emette un segnale sonoro d’allarme se si supera la massima inclinazione ammissibile.
I comandi di sollevamento e traslazione vengono disattivati e per il ripristino del corretto funzionamento della macchina bisogna ridiscendere.
L’inclinometro capta sia la pendenza del piano longitudinale e sia quella trasversale.
Alcune case produttrici danno la possibilità di personalizzare l’effetto di questa sicurezza direttamente dalla centralina, potendo scegliere oltre al blocco di ogni movimento, al solo rallentarli tutti o addirittura di non bloccare niente avendo come unica segnalazione d’allarme la spia luminosa sui comandi in cesta e il segnale acustico. Questa è una sicurezza concepita a fronte dei luoghi di lavoro in cui andranno ad operare le macchine come cantieri sabbiosi, terreni in pendenza con buche e con qualsiasi inconveniente sul terreno che pregiudichi l’incolumità del personale.
Discesa d’emergenza
La discesa d’emergenza è un’operazione che permette di scendere con la macchina nelle situazioni di guasto, dando la possibilità all’operatore di portarsi a terra in sicurezza. Qualsiasi sia l’origine e la tipologia di guasto della macchina la discesa d’emergenza dovrebbe bypassare qualsiasi guasto:
Discesa d’emergenza modello 1
Modello di discesa d’emergenza utilizzato su verticali elettriche/diesel (soprattutto di marca Haulotte) che è composto da un filo metallico collegato alla valvola del pistone principale. Il principio di funzionamento è molto semplice, analogo a quello dei freni di una bicicletta; azionando da terra questo filo metallico, la tensione provocata giunge alla valvola che si aprirà forzatamente e provocherà un perdita di pressione del pistone che consentirà di abbassare la macchina del tutto.
- Discesa d’emergenza modello 2
Modello di discesa d’emergenza usato su piattaforme diesel, composto da una elettropompa idraulica ad azione manuale; In caso di guasto sia dai comandi in cesta sia da quelli a terra, è possibile azionare la pompa mediante pulsante; prendendo completamente l’energia della batteria d’avviamento la elettropompa consente il movimento della macchina.
- Discesa d’emergenza modello 3
Alcune case costruttrici preferiscono installare questo modello di emergenza composto da una levetta metallica ad azione manuale da inserire su una pompa ausiliaria collocata a terra accanto all’intero blocco di valvole.
Riduzione/taglio della traslazione
La riduzione della traslazione è una sicurezza che consiste nel diminuire drasticamente la velocità di spostamento della macchina che abbia raggiunto una certa quota di altezza: il rischio di ribaltamento e incidenti è maggiore quanto più una macchina è spiegata in altezza e una velocità di spostamento troppo elevata comprometterebbe l’incolumità dell’operatore. Questa sicurezza è presente su tutti i modelli di piattaforma e interviene ogni qual volta che ci si alza con i bracci o pantografo per salire in quota; a far scattare tale sicurezza è un fine corsa elettrico (micro) che si comporta come un contatto normalmente chiuso che si attiva con l’innalzamento della piattaforma.
Il taglio della traslazione è una ulteriore sicurezza che annulla definitivamente lo spostamento della macchina dopo una certa altezza e ciò avviene sempre mediante fine corsa elettrico.
Allarmi sonori
Gli allarmi sonori sono avvertimenti acustici che attirano l’attenzione dell’operatore della piattaforma; ogni macchina può essere dotata di cicalino a suono ripetitivo che si eccita nel momento in cui ci muoviamo; tutte le macchine sono dotate di clacson ad azione manuale e un allarme sonoro di altro genere che segnala quando la macchina si trova ad una inclinazione pericolosa per lavorare.
Antischiacciamento
L’antischiacciamento è installato nelle piattaforme verticali a pantografo, per evitare che in fase di chiusura della macchina avvengano schiacciamenti tra i bracci incrociati: grazie all’installazione di un ulteriore finecorsa elettrico tutte le macchine verticali, 2 metri prima della chiusura completa, si bloccano in aria per 3 secondi evitando così di danneggiare cose o persone e consentendo all’operatore di verificare che nessuno sia nei pressi dei bracci della macchina.
Antiribaltamento
L’antiribaltamento è installato solo nelle piattaforme verticali elettriche e consiste in due minigonne azionate idraulicamente poste ai due lati della macchina che vanno ad appoggiarsi a terra per aumentare la stabilità della macchina; entrambe sono provviste di finecorsa elettrico per assicurare l’apertura totale di entrambe le minigonne; nel caso in cui una delle due non si aprisse interviene una sicurezza che blocca l’innalzamento della macchina a soli 2 metri.
Sovraccarico in cesta
Il sovraccarico è una delle sicurezze più importanti installate sulle piattaforme aeree, in quanto quantifica il peso reale che risiede in cesta durante le operazioni di lavoro; la macchina è tarata dalla casa costruttrice in modo tale da inibire qualsiasi movimento in caso ci sia un eccesso di peso che vada oltre la portata massima stabilita. Obbligatori per legge in Italia dal 2001, i sistemi di rivelamento carico più usati e installati sono:
- Finecorsa(micro-interruttori) meccanici
- Pressostati
- Celle di carico
Regole di sicurezza per gli operai addetti
La norma sulla sicurezza sul lavoro (il D. Lgs 81/2008 Allegato VI punto 4 “Disposizioni concernenti l’uso della attrezzature di lavoro che servono a sollevare persone”) obbliga gli operai addetti a usare la cintura di sicurezza. L’imbracatura di sicurezza con cordino agganciato al cestello trattiene l’operaio nel caso di sbalzi imprevisti nella movimentazione della Piattaforma, a causa di dislivelli del pavimento, di urti accidentali, di cedimenti strutturali del braccio telescopico. Non è consentito effettuare lo sbarco dal cestello per accedere a luoghi in altezza (es. nelle coperture di edifici), a meno di indicazioni specifiche fornite nel libretto della piattaforma.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Piattaforma_di_lavoro_aerea

Piacciamatura per controllo crescita erbe infestanti Sassari
La pacciamatura è un’operazione attuata in agricoltura e giardinaggio che si effettua ricoprendo il terreno con uno strato di materiale, al fine di impedire la crescita delle malerbe, mantenere l’umidità nel suolo, proteggere il terreno dall’erosione, dall’azione della pioggia battente, evitare la formazione della cosiddetta crosta superficiale, diminuire il compattamento, mantenere la struttura e mitigare la temperatura del suolo.
Materiali
Vari sono i materiali che si prestano a questa tecnica agricola, anche usati in combinazione tra loro: si va dai materiali organici (erbacei o legnosi, ottenuti spesso dalla trinciatura dei residui colturali), a quelli inerti, fin all’utilizzo di appositi teli pacciamanti in film sintetici o bioplastici o in fibre naturali:
- bucce di cacao
- paglia
- foglie secche
- erba di sfalcio
- corteccia di pino sminuzzata
- cartone
- strame
- film plastici o bioplastici
- tessuto non tessuto sintetico
- tessuto non tessuto in fibre di juta
- lapillo
- sabbia
- fibra di canapa corta semimacerata
- sassi per le piante grasse
- aghi di pino (essenziali per le fragole)
- lana
Tecnica
La pacciamatura è un’operazione attuata in agricoltura e giardinaggio che si effettua ricoprendo il terreno con uno strato di materiale, al fine di impedire la crescita delle malerbe, mantenere l’umidità nel suolo, proteggere il terreno dall’erosione, dall’azione della pioggia battente, evitare la formazione della cosiddetta crosta superficiale, diminuire il compattamento, mantenere la struttura e mitigare la temperatura del suolo. L’effetto è dovuto sia ad un’inibizione di tipo fisico (impedimento alla penetrazione dei raggi solari, mancanza di spazio per lo sviluppo delle erbe infestanti) sia ad azioni di tipo biochimico (rilascio di sostanze bio-inibitrici che intossicano i semi e le parti di propagazione delle erbe infestanti).
Questa tecnica permette di mantenere, al livello delle radici superficiali, una temperatura più elevata nei mesi freddi, mentre diminuisce il bisogno di annaffiature durante i mesi caldi. La pacciamatura è una metodologia molto utilizzata nelle pratiche agronomiche sostenibili, quali permacultura, agricoltura naturale e agricoltura biodinamica.
È un’operazione che va effettuata tra autunno ed inverno. È necessario zappare bene tutta l’area affinché il terreno si mantenga morbido durante l’inverno, al fine di poter ospitare nuove piante in primavera.
Vi è anche una tecnica chiamata pacciamatura viva o verde, ovvero quando la pianta in tal caso da coltivare è più potente con le sue radici delle erbe che la circondano, così facendo le stesse erbe fanno da pacciamatura. Bisogna fare attenzione nel caso di erbe come le gramigne, esse non vanno bene come pacciamatura viva e nemmeno se scerbate e fatte seccare.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Pacciamatura

Cippatura Sottobosco Sassari
Il cippato è legno ridotto in scaglie, con dimensioni variabili da alcuni millimetri a qualche centimetro, prodotto a partire da tronchi e ramaglie attraverso la cippatrice, e che può essere utilizzato come combustibile o materia prima per processi naturali e/o industriali.
Caratteristiche
Come le altre biomasse ligno-cellulosiche, non può essere considerato di per sé una fonte rinnovabile come energia solare e energia eolica per i lunghi – quando possibili – tempi di formazione e crescita della pianta d’origine; tuttavia il cippato può costituire la materia prima per la crescita delle specie vegetali d’origine in un ciclo chiuso. Condizione necessaria per la rinnovabilità è che il prelievo dalla sorgente non sia superiore all’accrescimento della stessa. Può essere prodotto da scarti di lavorazioni agricole e forestali o da colture dedicate (short rotation).
Può essere utilizzato sia per la produzione di energia elettrica in centrali a biomasse, sia per produrre calore o in forma combinata in impianti di cogenerazione. Può alimentare sia impianti di piccola taglia (pochi kW) che grandi impianti fino all’ordine di diversi MW. In Italia si sta diffondendo il suo utilizzo a causa dei bassi costi di produzione e grazie all’incentivazione dei Certificati Bianchi (TEE) nelle caldaie a biomassa e negli impianti a Pirogassificazione. Data la sua origine biologica, se non contaminato, può essere un ottimo elemento, economico e naturale, per orti, terreni agricoli, giardini e per produrre compost.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Cippato

Giardinaggio Sardegna
Il giardino naturale (chiamato anche Giardino ecologico) è il risultato di un particolare stile di giardinaggio, basato sull’uso della flora autoctona, la ricostituzione di una vegetazione naturale, e il rispetto, fin dove è possibile, di tutte le componenti dell’ecosistema così realizzato.
Il giardino naturale è correlato al giardino a bassa manutenzione, con cui condivide l’efficiente sfruttamento di dinamiche naturali, con conseguente riduzione degli interventi colturali; se ne differenzia per l’uso della flora autoctona e per un più rigoroso rispetto delle forme di vita animale.
L’idea del giardino naturale si basa da un lato sulla sensazione crescente che gli ambienti naturali siano un bene ormai raro e gravemente minacciato, dall’altro su una più profonda consapevolezza dell’impatto quasi sempre negativo delle azioni umane – qualsiasi azione, anche quelle che costituiscono la “cura” del giardino – su equilibri di grande complessità, solo in parte conosciuti.
Obiettivi del giardino naturale
Chi vuole realizzare un giardino naturale si propone:
- di far insediare vegetazioni naturali, e di mantenerle in condizioni di equilibrio dinamico con il minore intervento possibile;
- di aumentare la naturalità delle componenti non vegetali del giardino, costituite dal suolo e dalla fauna;
- di individuare gli interventi comunque necessari per aumentare la diversità vegetazionale e quindi la diversità biologica.
Equilibrio dinamico
Lasciata indisturbata per tempi molto lunghi, qualsiasi vegetazione tende ad evolvere lentamente fino a raggiungere una situazione di equilibrio dinamico stabile, chiamato vegetazione climax. La vegetazione climax è caratterizzata dalla maggiore produttività possibile (ossia, dalla maggiore efficienza possibile) in base alle condizioni ecologiche locali.
Alle nostre latitudini, in quasi tutti gli ambienti (coste, pianure, rilievi fino alla media montagna) la vegetazione climax è costituita da vari tipi di foresta.
Il tempo per raggiungere la situazione di equilibrio è molto lungo, sia per il prolungato ciclo vitale dei grandi alberi forestali, sia perché lo stesso manto vegetale – durante la propria evoluzione – modifica sostanzialmente, con la sua presenza, vari elementi dell’ecosistema, influenzando ulteriori evoluzioni della vegetazione stessa. La serie temporale delle vegetazioni sempre più simili a quella climax, che si succedono l’un l’altra, prende il nome di successione vegetazionale.
A seconda delle condizioni di partenza e anche di fattori locali casuali, le successioni vegetazionali che portano ad uno stesso climax possono essere assai diverse. Le vegetazioni che per prime colonizzano aree di suolo denudato (come una pendice montana denudata da una frana, il letto di un fiume dopo una piena, o un’area in cui sono avvenuti lavori di movimento terra) prende il nome di “vegetazione pioniera”.
Nel caso particolare in cui il suolo è costituito da materiale inorganico ed organico, con alto contenuto di nutrienti, come nel caso di discariche di inerti, la vegetazione pioniera assume caratteristiche particolari e prende il nome di vegetazione ruderale.
Sottoposta a gravi azioni di disturbo, la vegetazione climax degrada a forme più primitive. La continua e secolare azione di disturbo fatta dall’uomo sulla quasi totalità del territorio della pianura fa sì che la vegetazione forestale climax della pianura sia praticamente inesistente; restano, a ricordare le antiche foreste, numerosi toponimi di località e di piccoli comuni.
Tuttavia, ogni volta che la pressione antropica si riduce, il processo di rinaturalizzazione si riavvia, e si assiste ad un rapido insediamento di forme pioniere di bosco. Il fenomeno è particolarmente evidente in aree marginali ed improduttive, come le discariche, le aree abbandonate, le aree racchiuse dagli svincoli autostradali.
Tipi di vegetazione nel giardino naturale
Il giardino naturale è costituito prevalentemente da tre tipi di vegetazione: il bosco, la siepe, il prato.
- Il bosco è costituito da un popolamento di alberi e arbusti abbastanza denso da impedire che, nella stagione vegetativa, la luce solare raggiunga il suolo. In assenza di interventi colturali tende ad occupare l’intero spazio disponibile; forte della propria dominanza, richiede manutenzione scarsa o nulla. Non c’è metodo più efficiente, per rimboschire un’area qualsiasi, di quello di lasciarla perfettamente indisturbata.
- La siepe è costituita da un allineamento fitto di alberi ed arbusti che crea un “muro verde”. Per alcuni aspetti è analoga ad una struttura naturale costituita dal margine del bosco. Lasciata indisturbata, tende ad allargarsi progressivamente evolvendo in bosco. L’equilibrio dinamico richiede un intervento esterno; nel giardino tradizionale, si esegue a intervalli regolari, una o più volte l’anno, la potatura; nel giardino naturale si esegue di preferenza la cippatura, ossia il taglio a livello dei ceppi, a intervalli molto più lunghi (vari anni).
- Il prato è costituito da sole piante erbacee, in assenza di arbusti ed alberi. Tende a essere sostituito dal bosco (o dalla siepe, che ne è il margine), sia per accrescimento laterale, che per disseminazione. Il suo equilibrio richiede pertanto regolari interventi di manutenzione che contrastino questa tendenza. La potatura della siepe/del margine del bosco evita che il prato sia sovrastato dall’accrescimento laterale del bosco. Lo sfalcio regolare evita l’insediamento di elementi arboreo-arbustivi per disseminazione.
Cosa non si fa nel giardino naturale
Giardino in generale
- Nella conversione a giardino naturale di qualsiasi area si analizza e si rispetta più possibile la vegetazione preesistente
- Non si eliminano i manufatti preesistenti, se coperti da vegetazione o utili come nicchia ecologica di piccoli animali
- Non si utilizzano fitofarmaci né concimi sintetici di alcun tipo
- Non si esegue alcuna lotta contro i “parassiti”, visti come importanti elementi delle naturali catene alimentari
- Non si realizzano aiuole
- Non si destina ampie superfici al calpestio (ma si realizzano percorsi a pavimentazione naturale o seminaturale)
Bosco
- Non si rastrellano le foglie e non si asportano i rami secchi caduti (creano humus)
- Non si potano né gli alberi, né i cespugli
- Non si falcia la vegetazione erbacea
- Non si abbattono gli alberi morenti tranne quando costituiscono reale pericolo
- Non si appiccano fuochi sotto alberi centenari
Siepe
- Non si esegue una potatura frequente né tantomeno si esegue una potatura geometrica
- Non si realizza una siepe con un’unica specie, ma si alternano varie specie sempreverdi e non sempreverdi
- Al momento della cippatura, non si elimina la ramaglia tagliata, ma in parte la si lascia a protezione dei ceppi, in parte la si ammucchia in un angolo, perché si trasformi lentamente in humus e nel frattempo costituisca punto di riparo per numerosi piccoli animali.
Prato
- Non si concima: il prato con la maggiore biodiversità richiede un suolo povero di nutrienti
- Non si annaffia: il prato con la maggiore biodiversità richiede l’alternanza di periodi umidi e secchi
- Non si semina un prato di sole graminacee: si incoraggia l’insediamento del maggior numero di specie fiorite (vedi sopra)
- Non si taglia l’erba frequentemente, e comunque non si usano tosaerba che sminuzzano il tagliato sul posto (l’erba tagliata va asportata più completamente possibile per ridurre la fertilità del suolo)
- Non si impiantano alberi sparsi: il posto degli alberi è il bosco
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Giardino_naturale

Piattaforma logistica Sassari
La piattaforma logistica è un’area di movimentazione e stoccaggio delle merci, collocata a monte dei terminal portuali ed integrata con un sistema di trasporto intermodale. Essa è dotata di magazzini, servizi gestionali, informativi e telematici e anche di capannoni, dove possono essere svolte attività manifatturiere per trasformare i semilavorati in prodotti. Per molti versi si tratta di un ampliamento del concetto dell’interporto.
Caratteristiche
La piattaforma logistica dovrebbe essere lo strumento per razionalizzare e meglio organizzare la catena trasporto – stoccaggio – distribuzione in modo strategico, garantendo una penetrazione efficace delle merci sui mercati nazionali ed internazionali. Essa rappresenta un nodo cruciale nel sistema infrastrutturale del territorio a cui è collegata e la sua area varia in base al volume delle merci da trattare. Due pertanto sono le funzioni cui una piattaforma logistica deve assolvere:
- attrarre e concentrare i flussi del traffico di merci
- organizzare, razionalizzando percorsi e consegne, la catena del trasporto intermodale.
Per soddisfare tali prestazioni, la piattaforma logistica è da collocarsi in una posizione geograficamente ottimale sfruttando assi di comunicazione viario ed infrastrutture idonei e progettando l’area come un vero e proprio insediamento produttivo di qualità per le imprese dei diversi settori, oggi più che mai nel rispetto dei criteri di eco-sostenibilità. Al concetto di piattaforma logistica si associa quindi quello di logistica sostenibile.
Esso comprende una serie di tecnologie, di procedure e d’attività che hanno il fine di ridurre l’impatto ambientale dei vari anelli della catena logistica, senza penalizzare la qualità del servizio e la redditività economica. La logistica sostenibile coinvolge diversi aspetti:
- il trasporto sulle lunghe distanze
- la distribuzione locale
- l’intermodalità
- gli impianti di stoccaggio
- le tecnologie per l’imballaggio.
La realizzazione di nuove piattaforme logistiche induce la realizzazione di nuove infrastrutture che, attraverso la semplificazione, organizzazione ed implementazione anche delle esistenti creano un sistema efficiente ed efficace in grado di ridurre le emissioni nocive dovute ai mezzi di trasporto, ad un uso del territorio più razionale e ad una diminuzione dell’impatto paesaggistico di strutture così grandi.
Utilizzando, d’altro lato, tecnologie per il risparmio energetico come: pannelli solari e generatori fotovoltaici, sistemi di riciclaggio e recupero delle acque e la piantumazione intensiva è possibile diminuire i consumi energetici degli impianti produttivi e di trasformazione dei semi-lavorati.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Piattaforma_logistica

Potatura siepi Sassari
La siepe è una struttura lineare, costituita prevalentemente da specie vegetali arboree ed arbustive. Nonostante sia del tutto artificiale, e che per questo motivo richieda l’intervento umano per conservarsi, costituisce un ecosistema di grande valore, soprattutto quando inserita in contesti territoriali molto degradati dal punto di vista biologico (aree destinate all’agricoltura intensiva, zone industriali, ambiente urbano, margini di infrastrutture, margini di corsi d’acqua artificializzati). La sua architettura inoltre le consente un’altissima produttività biologica (alta efficienza nella trasformazione dell’energia in biomassa).
La struttura della siepe
Architettura della siepe
L’architettura della siepe ha la particolarità – grazie alla sua conformazione lineare – di ricevere la luce non solo dall’alto, ma anche dai lati, fino al livello del terreno. Sono dei “muri verdi”, nei quali i germogli e le foglie si sviluppano sia verso l’alto, che lateralmente; possono pertanto convivere, nella siepe, sia le specie arboree (capaci di crescita verso l’alto) che tutte le specie arbustive (che sfruttano l’illuminazione laterale, che la siepe riceve fino a livello del suolo). Questa particolarità è la causa della elevata biodiversità potenziale della siepe e della alta produttività biologica.
Il vigore vegetativo delle siepi è tale che spesso la densità dei fusti e dei rami (specie se sono presenti specie spinose) la rende impenetrabile sia all’uomo, che a molti animali. Da qui, uno degli usi tradizionali delle siepi come confini delle proprietà e recinzioni viventi e produttive.
Analoghi naturali o spontanei delle siepi
In natura, i popolamenti vegetali arboreo-arbustivi si organizzano in modo da coprire superfici di varia ampiezza, i boschi, e non tendono a disporsi in allineamenti. Il limite naturale del bosco è in genere graduale, e ne costituisce il mantello: una zona marginale in cui il bosco diventa progressivamente meno alto e meno fitto, con notevoli cambiamenti sia della sua struttura, che della sua composizione floristica. Tuttavia, in alcuni, il bosco trova un limite netto ed invalicabile al suo sviluppo, sia per ostacoli naturali (come uno specchio d’acqua, o un precipizio) che per effetto dell’azione dell’uomo (un’area coltivata, una strada). In questo caso, il margine del bosco è netto ed assume l’aspetto di un “muro verde” verticale.
Se immaginiamo di restringere progressivamente il bosco, ad un certo punto questo si ridurrà ad una striscia sottile delimitata da due margini piuttosto vicini fra loro; questa struttura prende il nome di fascia boscata. Se lo stringiamo ancora, alla fine l’area boschiva centrale sparirà e i due margini opposti si toccheranno: abbiamo ottenuto una siepe. La siepe può essere quindi immaginata come un analogo di due margini naturali di un bosco fusi fra di loro; una struttura “limite” del bosco, quando la larghezza del bosco tende a zero.
Valore ecologico della siepe
Gli ambienti di transizione, detti ecotono, sono generalmente caratterizzati da elevato grado di biodiversità, perché costituiscono l’habitat, sia specie specializzate per l’ambiente ecotonale, che specie normalmente ospitate da entrambi gli ambienti di cui l’ecotono costituisce il limite. In alcuni casi la presenza delle specie è accidentale; in altri, l’ambiente ecotonale è sede specifica di particolari fasi dello sviluppo degli individui. Ad esempio, l’ecotono costituito dalla costa marina (limite fra la terraferma e il mare) è habitat elettivo di specie quali i molluschi della fascia di marea, ma è anche frequentato da predatori terrestri e marini (come presenza occasionale) o da specie di alto mare nel momento della riproduzione (ad esempio, le testuggini marine).
La siepe, ecotono fra gli spazi aperti e il bosco, ha analoga produttività e valore ecologico. In parte, mantiene il suo valore ecologico intrinseco anche quando la sua composizione floristica è estremamente semplificata (siepi artificiali monospecifiche o la sua architettura è fortemente innaturale (siepi potate geometricamente), come dimostra il fatto che comunque sono sede di frequente nidificazione di uccelli e riparo per altri piccoli animali.
Origine delle siepi
Le siepi, in quanto struttura inesistente in natura, derivano da effetti (attivi o passivi) dell’attività umana. Vi sono sostanzialmente tre modalità di formazione di una siepe:
- disboscamento, con rilascio di una sottile striscia perimetrale di bosco. In questo caso, la composizione floristica è strettamente correlata a quella del bosco preesistente; fin dall’inizio, sono presenti numerose specie arboree, arbustive ed erbacee proprie del bosco e del suo mantello. È questa la probabile origine di molte siepi che delimitano i campi chiusi”, ossia gli appezzamenti agricoli tradizionali, che caratterizzavano il paesaggio della pianura e della collina prima dell’avvento dell’agricoltura meccanizzata.
- assenza prolungata di disturbo antropico (aratura/sarchiatura/sfalcio) lungo ostacoli lineari. È il caso degli spazi immediatamente adiacenti alle recinzioni, che ostacolano le normali attività di manutenzione, come quelle autostradali. In questo caso, la siepe origina da germinazione di semi trasportati da agenti atmosferici o, molto spesso, da uccelli, che usano la recinzione come posatoio. La composizione floristica ha relazioni con quella dell’ambiente circostante, ma spesso è particolarmente ricca di specie che formano bacche appetite dagli uccelli, fino ad essere composte da poche specie o da una sola. Particolarmente evidenti, e di facilissima osservazione, le siepi che si formano spontaneamente lungo le recinzioni autostradali.
- impianto. In questo caso, la composizione floristica dipende esclusivamente dalla scelta delle specie da impiantare da parte dell’uomo. I criteri di scelta variano in base alla funzione della siepe (specie arbustive intricate e spinose per siepi difensive; specie sempreverdi, tolleranti la potatura per siepi con funzione ornamentale tradizionale, nel contesto del “giardino all’italiana” e suoi derivati; specie ornamentali di vario tipo, decidue o sempreverdi, fiorite o non fiorite, produttrici di bacche o meno, nelle siepi dei giardini moderni o informali).
Evoluzione naturale delle siepi
Lasciate indisturbate, sospendendo cioè ogni intervento di manutenzione, le siepi tendono a trasformarsi in aree boscate con due meccanismi:
- crescita tridimensionale delle chiome. Sia le specie arbustive, che quelle arboree, tendono a dilatare la propria chioma nelle tre direzioni, adombrando la base della siepe. La quantità di luce che raggiunge i rami più bassi si riduce, e la siepe perde la sua densità nella sua parte bassa.
- accrescimento naturale. Al limite della siepe, si formano perifericamente nuove piante, sia per riproduzione agamica (produzione di polloni radicali, riproduzione per stoloni) che per germinazione di semi. La siepe si trasforma in fascia boscata e successivamente in bosco.
Interventi di manutenzione delle siepi
La sopravvivenza della siepe come tale richiede un intervento umano adeguato a contrastarne l’evoluzione naturale.
- controllo della crescita tridimensionale delle chiome. Si attua mediante la potatura, ossia l’accorciamento dei rami. Questo impedisce che la base della siepe si sfoltisca.
- controllo dell’accrescimento laterale. Si attua semplicemente persistendo nelle normali attività di gestione del suolo fino al margine della siepe (sfalcio, sarchiatura ecc), che distrugge le plantule poco dopo il loro insediamento.
- ringiovanimento della siepe. Con il passare del tempo, gli individui arboreo-arbustivi che costituiscono la siepe maturano, e formano fusti di un certo diametro. Il vigore vegetativo (ossia, la capacità di emettere nuovi, vigorosi germogli) si riduce; le ripetute potature causano deformazioni antiestetiche dei rami (“teste di gelso”); la siepe tende a spogliarsi verso il basso. Per evitare questi fenomeni, a cadenza pluriennale si esegue la ceppatura, ossia il taglio di tutti i fusti a poca distanza dal suolo, lasciando sul posto i soli ceppi. I nuovi germogli assicurano un’ottima densità della vegetazione alla base della siepe, e sono più facili da potare adeguatamente. Naturalmente, l’intervento seleziona le specie arboree ed arbustive che sopportano tale forma di disturbo; nel caso delle siepi ottenute con il rilascio di una striscia di bosco, le specie non tolleranti la cippatura scompaiono rapidamente.
- eliminazione selettiva di specie. Nel caso delle siepi ornamentali, in cui la composizione floristica non ha rapporto con la vegetazione potenziale locale, la siepe è rapidamente colonizzata da specie arboreo-arbustive selvatiche, tendendo alla naturalizzazione. Se la conservazione della composizione originale della siepe va ritenuta indispensabile, occorre procedere all’eliminazione regolare delle specie insediatesi spontaneamente.
Le siepi nell’ambiente agricolo
La diffusione dell’agricoltura intensiva, basato sull’impiego di macchine sempre più potenti e veloci e su grandi quantità di sostanze chimiche, ha aumentato notevolmente la produttività delle campagne. Il paesaggio delle pianure è stato radicalmente modificato, nel senso di una drastica semplificazione. Le dimensioni degli appezzamenti sono enormemente aumentate, e ogni discontinuità è stata rimossa; perfino i fossi e i canali di irrigazione e di scolo sono stati sostituiti da canalizzazioni interrate. Con il passare del tempo, questo modello di agricoltura sta mostrando alcuni limiti. Non si tratta solo dell’impoverimento biologico della campagna, con riduzione o scomparsa di gran parte della biodiversità animale e vegetale, e del degrado del paesaggio, per quanto la sua godibilità dal punto di vista estetico. Si tratta dell’emergere di seri problemi di ecologia funzionale, che si ripercuotono direttamente sulla salute delle popolazioni residenti e sulla stessa produttività agricola. Eccone un elenco parziale.
- L’eliminazione delle barriere verticali, costituite dalle siepi e dalle fasce boscate, comporta un aumento della velocità del vento sulla superficie coltivata, accentuandone l’attività erosiva e la sua capacità di asportare l’umidità. Le coltivazioni risentono sia della perdita di particelle fini del suolo, sia della carenza idrica che richiede un maggiore ricorso all’irrigazione artificiale; in alcune zone, la disponibilità d’acqua è limitata.
- La lavorazione profonda del suolo sta riducendo marcatamente la quantità di humus del terreno, con grave interferenza dei meccanismi che ne assicurano la struttura e la fertilità.
- L’eliminazione dei corsi d’acqua superficiali (di ogni dimensione, comprese le canalette e i fossi) elimina la possibilità di autodepurazione che tali corsi d’acqua hanno naturalmente, soprattutto se vegetati sulle sponde. Una maggior quantità di agenti inquinanti (concimi e fitofarmaci) raggiunge le falde o i corsi d’acqua maggiori.
- La riduzione della biodiversità comporta la scomparsa o il marcato diradamento dei predatori naturali di vari parassiti. La lotta ai parassiti richiede maggiori quantità di fitofarmaci, con conseguente maggiore spesa e maggiore inquinamento ambientale.
- La riduzione della biodiversità riduce il numero e la varietà degli insetti impollinatori, diminuendo la produttività delle coltivazioni che richiedono la presenza e l’attività di questi insetti.
Nuove, moderne forme di agricoltura (agricoltura biologica; agricoltura biodinamica; lotta integrata) richiedono necessariamente che la biodiversità delle campagne sia conservata o ricostituita; le siepi e i corsi d’acqua naturali sono due elementi essenziali in questo contesto, e la loro ricostituzione è incentivata da direttive della Comunità Europea.
In alcuni paesi europei, sono già in atto da molti anni iniziative di riordino fondiario che, esattamente all’opposto di quello attuato usualmente in Italia, si propone l’obiettivo di ripristinare il paesaggio tradizionale, e di riattivarne i meccanismi ecologici naturali anche mediante la realizzazione di siepi.
In Italia, un progetto siepe per la ricostituzione delle siepi agresti è stato predisposto ed attuato dalla regione Veneto, per iniziativa della sua Azienda Foreste.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Siepe

Ritiro rottami e materiali ferrosi Sassari
Il riciclaggio dei materiali ferrosi (o riciclo dei materiali ferrosi) è un settore specifico del riciclaggio dei rifiuti, e consiste in un insieme di operazioni che vengono svolte sui rifiuti contenenti leghe ferrose per ottenere un nuovo materiale da reimmettere nei processi produttivi.
Il ferro, in lega con altri elementi, si utilizza in varie forme (ghisa, acciaio da costruzione, acciaio speciale, acciaio per utensili, ecc.) in base alle specifiche caratteristiche che sono richieste (durezza, malleabilità, resistenza meccanica o chimica, ecc.).
Tipologie di materiali
Il riciclaggio dei materiali ferrosi viene effettuato a partire da rifiuti provenienti da:
- raccolta differenziata su suolo pubblico;
- centri di raccolta industriali;
- impianti di incenerimento dei rifiuti, dove i materiali ferrosi vengono estratti magneticamente.
La raccolta differenziata di materiali ferrosi riguarda in particolare gli imballaggi in acciaio, usati nelle attività civili, industriali, artigianali e commerciali.
L’acciaio può essere presente negli imballaggi in varie forme:
- banda stagnata (latta): foglio di acciaio ricoperto su entrambi i lati da un sottile strato di stagno, che evita l’ossidazione e la corrosione dell’acciaio; viene impiegata per barattoli e scatolette per generi alimentari;
- banda cromata: foglio di acciaio ricoperto con cromo e ossidi di cromo, impiegata soprattutto nella produzione di fondi e coperchi di tappi corona;
- lamierino o banda nera: foglio d’acciaio laminato a freddo, senza rivestimenti di altri materiali, per la fabbricazione dei fusti a utilizzo industriale.
Cosa conferire nella raccolta dell’acciaio
- Barattoli per alimenti (ad esempio sugo di pomodoro, legumi, ecc.)
- Scatolette (ad esempio di tonno, carne in scatola, ecc.)
- Bombolette spray (che non abbiano contenuto sostanze pericolose come insetticidi, colle, diserbanti, battericidi, solventi, acidi, ecc.)
- Secchi e fusti
- Scatole da confezioni regalo (ad esempio scatola di latta per biscotti)
- Tappi e chiusure a vite o a corona, gabbiette
- Grucce per abiti in filo di ferro
- Piccoli oggetti che non sono imballaggi (ad esempio pentole, posate, viti, chiodi, forbici, graffette, lucchetti, ecc.).
Procedure
Gli imballaggi in acciaio, se raccolti assieme ad altre categorie, vanno sottoposti a operazioni di selezione, per separarli dalle altre frazioni, con sistemi magnetici. Seguono operazioni di pulitura, frantumazione, eliminazione dello stagno, ottenendo un materiale pronto per l’acciaieria e/o fonderia. L’acciaio è nuovamente fuso e trasformato in prodotti siderurgici (semilavorati dell’acciaio). Le industrie trasformatrici dell’acciaio provvedono infine alla lavorazione finale ottenendo nuovi prodotti.
Gli imballaggi in acciaio di grosse dimensioni (in particolare i fusti industriali), invece di essere avviati al riciclaggio, possono essere rigenerati, cioè sottoposti a un ciclo di operazioni che hanno come obiettivo il ripristino e la verifica delle caratteristiche del contenitore, rendendolo nuovamente utilizzabile. Le principali fasi sono il ripristino della forma del fusto (risanamento di bordi e ammaccature), pulizia (scolatura, lavaggio, asciugatura), verifica della tenuta e delle superfici interne, spazzolatura esterna e verniciatura. I fusti che nel processo si rivelano eccessivamente danneggiati per essere recuperati sono avviati al riciclaggio, seguendo il percorso descritto in precedenza per i materiali ferrosi.
I materiali ferrosi possono essere riciclati un numero illimitato di volte, con notevoli risparmi di materie prime ed energia.
Riciclaggio dei materiali ferrosi nel mondo
In Europa
In Italia esistono opportuni consorzi di filiera, nati con il Decreto Ronchi, che si occupano del recupero di differenti frazioni merceologiche. Per l’acciaio, tale entità è il RICREA, che ha lo scopo di favorire, promuovere e agevolare la raccolta e il riciclo degli imballaggi usati in acciaio, siano essi provenienti dall’utenza domestica che industriale.
Nel corso del 2005 il 63% degli imballaggi in acciaio immessi al consumo in Italia è stato avviato al riciclo (fonte: RICREA).
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Riciclaggio_dei_materiali_ferrosi

Sanificazione strutture alberghiere Sassari
Il Rapporto “Raccomandazioni ad interim sulla sanificazione di strutture non sanitarie nell’attuale emergenza COVID-19: superfici, ambienti interni e abbigliamento”, pubblicato il 15 maggio dall’Istituto superiore di sanità (ISS) sul suo sito istituzionale, fornisce indicazioni, basate sulle evidenze a oggi disponibili, in tema di trasmissione dell’infezione da SARS-CoV-2, di sopravvivenza del virus su diverse superfici e di efficacia dei prodotti utilizzati per la pulizia e la disinfezione/sanitizzazione dei locali. Le indicazioni contenute nel documento considerano anche l’impatto ambientale e i rischi per la salute umana connessi al loro utilizzo. Il Rapporto include anche indicazioni sul trattamento del tessile da effettuarsi in loco (sia abbigliamento in prova che superfici non dure quali arredi imbottiti, tendaggi, ecc) e precisa i termini usati nell’ambito della disinfezione chiarendo la differenza tra disinfettante, sanificante, igienizzante per l’ambiente e detergente.
I prodotti che vantano un’azione disinfettante battericida, fungicida, virucida – sottolinea il Rapporto – o una qualsiasi altra azione tesa a distruggere, eliminare o rendere innocui i microrganismi tramite azione chimica, ricadono in due distinti processi normativi: quello dei Presidi Medico-Chirurgici (PMC) e quello dei biocidi. Tali prodotti, prima della loro immissione in commercio, devono essere preventivamente valutati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) (o altro organo tecnico-scientifico in ambito Nazionale) e autorizzati dalle Autorità Competenti degli stati membri dell’UE – per l’Italia il Ministero della Salute – sotto l’egida dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (European Chemicals Agency, ECHA). I vari prodotti per la disinfezione che possono vantare proprietà nei confronti dei microorganismi, sono diversi dai detergenti e dagli igienizzanti con i quali, pertanto, non vanno confusi. Per questi ultimi, che non possono vantare azione disinfettante, non è prevista alcuna autorizzazione anche se devono essere conformi alla normativa sui detergenti (igienizzanti per gli ambienti) o sui prodotti cosmetici (igienizzanti per la cute).
Di seguito una sintesi delle distinzioni tra i vari termini.
- Sanificazione: è un “complesso di procedimenti e operazioni” di pulizia e/o disinfezione e comprende il mantenimento della buona qualità dell’aria anche con il ricambio d’aria in tutti gli ambienti.
- Disinfezione: è un trattamento per abbattere la carica microbica di ambienti, superfici e materiali e va effettuata utilizzando prodotti disinfettanti (biocidi o presidi medico chirurgici) autorizzati dal Ministero della Salute. Questi prodotti devono obbligatoriamente riportare in etichetta il numero di registrazione/autorizzazione.
- Igienizzazione dell’ambiente: è l’equivalente di detersione ed ha lo scopo di rendere igienico, ovvero pulire l’ambiente eliminando le sostanze nocive presenti. I prodotti senza l’indicazione dell’autorizzazione del ministero della Salute che riportano in etichetta diciture sull’attività ad es. contro germi e batteri, non sono prodotti con attività disinfettante dimostrata ma sono semplici detergenti per l’ambiente (igienizzanti).
- Detersione: consiste nella rimozione e nell’allontanamento dello sporco e dei microrganismi in esso presenti, con conseguente riduzione della carica microbica. La detersione e un intervento obbligatorio prima di disinfezione e sterilizzazione, perché lo sporco è ricco di microrganismi che vi si moltiplicano attivamente ed è in grado di ridurre l’attività dei disinfettanti.
- Pulizia: per la pulizia si utilizzano prodotti detergenti/igienizzanti per ambiente – i due termini sono equivalenti – che rimuovono lo sporco mediante azione meccanica o fisica.
- Sterilizzazione: processo fisico o chimico che porta alla distruzione mirata di ogni forma microbica vivente, sia in forma vegetativa che in forma di spore.
Riguardo la stabilità nel tempo del virus SARS-CoV-2 su differenti superfici il rapporto fornisce una tabella di immediata fruizione dalla quale si evidenzia che sulla carta da stampa e velina le particelle virali infettanti sono state rilevate fino a 30 minuti dalla contaminazione; dopo 3 ore non sono più state rilevate. Sul tessuto, invece la presenza di tali particelle è risultata più duratura nel tempo: sono state rilevate fino a 1 giorno dalla contaminazione e non più rilevate dopo 2 giorni. Su banconote e vetro la presenza delle particelle virali infettanti è stata rilevata fino a 2 giorni dopo la contaminazione; non più rilevata dopo 4 giorni. Più lungo l’intervallo di tempo su acciaio inox e plastica: le particelle virali infettanti sono state rilevate, infatti, fino a 4 giorni dalla contaminazione; non più rilevate dopo 7 giorni. Testata anche la presenza delle particelle virali infettanti sulle mascherine chirurgiche: nello strato interno le particelle sono state rilevate fino a 4 giorni dalla contaminazione, dopo 7 giorni non sono state più rilevate; nello strato esterno invece le particelle virali sono risultate presenti fino a 7 giorni dalla contaminazione.
Fonte: http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=4778

Potatura del verde Sassari
La potatura consiste in una gamma di interventi atti a modificare il modo naturale di vegetare e di fruttificare di una pianta.
Si tratta di interventi cesori, di modificazioni di posizione dei rami e di altri interventi quali trattamenti con fitoregolatori che modificano in modo analogo ai tagli l’habitus della pianta o di sue parti, la cosiddetta “potatura chimica”. Pur essendo possibili interventi di potatura sulle piante erbacee (es. cimatura del tabacco), normalmente la potatura è condotta sulle piante arboree da frutto e ornamentali. La potatura è necessaria solo quando si nota nella pianta qualche problema o qualche ramificazione troppo estesa, che può ledere il benessere e la produttività (sia in termini di crescita generale sia in quanto a fiori e frutti). I polloni, ad esempio, vanno generalmente eliminati subito. Ogni pianta ha bisogno di una potatura differente, ed è bene scegliere sia la tipologia sia il periodo migliore per effettuarla.
Obiettivi della potatura
La potatura si propone di modificare la pianta per raggiungere una serie di obiettivi:
- dare alla pianta una forma idonea all’utilizzazione ottimale della luce (ma anche per facilitare le operazioni colturali);
- accelerazione dello sviluppo dei giovani alberi per raggiungere al più presto lo scheletro definitivo e l’entrata in produzione;
- avere una migliore e più rapida produzione di frutti:
- raggiungimento di un equilibrio chioma/radici e fase vegetativa/fase riproduttiva, per una produzione alta, costante, di qualità;
- far sì che le piante si adattino alla fertilità agronomica;
- estendere il ciclo produttivo nelle piante senescenti.
Metodi di potatura
Gli interventi praticati con la potatura sono:
- Soppressione: asportazione con un taglio netto, alla base, di branche, rami e germogli
- Cimatura: eliminazione dei nodi terminali di un ramo (potatura verde)
- Spuntatura: eliminazione dei nodi terminali di un ramo (potatura invernale)
- Scacchiatura: eliminazione di germogli avventizi presenti sul tronco
- Raccorciamento: asportazione di una porzione più o meno lunga della parte distale di un ramo
- Speronatura: accorciamento che lascia solo i 2-3 nodi prossimali
- Stroncatura: taglio del tronco alla base, per favorire il ricaccio
- Spollonatura: asportazione dei polloni
- Diradamento: eliminazione di fiori, frutti o rami ritenuti in soprannumero
- Sfogliatura: eliminazione di una parte delle foglie
- Decorticazione anulare: asportazione di un anello di corteccia per favorire la fruttificazione della parte apicale del ramo
- Intaccatura: vengono praticati due tagli a V sopra una gemma per asportare una parte di corteccia e favorire l’emissione di un germoglio
- Incisione: consiste in un taglio che si approfondisce fino all’alburno con lo scopo di indebolire il vigore vegetativo nelle piante da frutto
- Infrangimento: parziale rottura di rami eccessivamente vigorosi per forzarli a fruttificare
- Intaglio: serie di tagli ottenuti con una sega a lama spessa per poter inclinare branche di grosse dimensioni
- Curvatura: non sono previsti tagli ma il piegamento ad arco di rami di cui si vuole rallentare lo sviluppo vegetativo
- Inclinazione: non sono previsti tagli, se non per le branche o rami di grosse dimensioni (vedi l’intaglio), ma l’inclinazione del ramo senza curvatura per favorire l’emissione di nuovi rami
- Divaricazione: non sono previsti tagli ma l’utilizzo di divaricatori per una giusta inclinazione delle branche
- Piegatura: non sono previsti tagli ma l’inclinazione verso il basso di un ramo per rallentare lo sviluppo vegetativo
- Torsione: non sono previsti tagli ma la parziale rotazione di un ramo intorno al suo asse con parziale rottura dei vasi legnosi e stimolazione a fruttificare
Gli strumenti utilizzati nella potatura sono le forbici manuali o pneumatiche, la sega, la scuretta (nel caso dell’Ulivo) e recentemente le potatrici meccanizzate per le coltivazioni specializzate (ad esempio la Vite)
Tipi di potatura
La potatura è distinta in base allo scopo e alla stagione in cui viene eseguita, ricordiamo di seguito quelle più utilizzate:
- Potatura di allevamento o di formazione: praticata con l’intento di dare alle giovani piante la forma ottimale per lo sfruttamento razionale dello spazio e della luce
- Potatura di fruttificazione o di produzione: praticata con l’intento di: favorire lo sviluppo dei rami che portano fiori e/o frutti per migliorarne la qualità; e per mantenere il giusto equilibrio tra attività produttiva e vegetativa della pianta
- Potatura di trapianto: eseguita alla fine dell’inverno, nel momento della messa a dimora delle piantine, per eliminare le radici rovinate, contorte o mal disposte e per effettuare il taglio o intestatura dell’Astone all’altezza dell’impalcatura
- Potatura di riforma o di ristrutturazione: praticata quando sorge l’esigenza di variare la forma di un albero, ritenuta non più idonea ai fini produttivi (ad esempio l’adozione di macchinari per la raccolta dei frutti meccanizzata) od ornamentali
- Potatura di ringiovanimento: praticata con l’intento di rinnovare le piante ormai senescenti, con una drastica riduzione della chioma con la capitozzatura, al fine di ottenere nuovi getti che sostituiranno le branche invecchiate
- Potatura di risanamento o di rimonda: praticata per eliminare le parti di chioma disseccate, spezzate o attaccate da parassiti
- Potatura invernale: praticata per attivare la vegetazione con tagli più o meno drastici a seconda degli scopi, come per il melograno che si consiglia la potatura verso la fine dell’inverno, tra febbraio e marzo
- Potatura verde o estiva: eseguita durante il ciclo vegetativo con lo scopo di deprimere il vigore vegetativo di alcune parti della pianta a favore di altre, con operazioni di spuntatura, scacchiatura, sfemminellatura, diradamento dei frutticini, sbottonatura dei bottoni floreali, cimatura, spollonatura, etc..
- Potatura in ambito forestale praticata su:
- Rami verdi: per ottenere il sollevamento della chioma, nelle conifere si parla di spalcatura; non viene effettuata sulle specie di difficile cicatrizzazione come il Faggio o l’Abete rosso e nelle piante più vecchie
- Rami secchi: praticata nell’Arboricoltura da legno per evitare l’inglobamento dei monconi dei rami nel legno, onde evitare la formazione di nodi e il conseguente deprezzamento commerciale; in Silvicoltura viene a volte praticata allo scopo di migliorare le condizioni di luminosità del sottobosco e per attenuare i pericoli di incendio e gli attacchi dei parassiti
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Potatura

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