Pulizia e Sanificazione pavimentazione interna ville Sardegna

La pavimentazione interna nell’edilizia ha la funzione di conferire alle superfici di calpestio il grado di finitura richiesto e di trasmettere i carichi di servizio alle strutture orizzontali degli edifici o, in determinati casi, al terreno.

Le pavimentazioni interne hanno, inoltre, un’importante funzione nel definire e determinare l’estetica degli spazi, oltre a poter contribuire all’isolamento acustico degli ambienti e, quando è necessario, anche all’isolamento termico.

Le pavimentazioni interne possono essere classificate in:

  • Pavimenti realizzati con semilavorati (piastrelle, lastre posate in opera secondo diverse geometrie)
  • Pavimenti realizzati con semilavorati resilienti (vinilici, gomma, linoleum, moquette, etc.)
  • Pavimenti realizzati con tecniche tradizionali (alla veneziana, alla genovese, etc.)
  • Pavimenti gettati in opera (stesura e finitura di uno strato continuo di cemento o apposite resine).

Rivestimento e supporto

Sono strati costituenti una pavimentazione:

  1. Rivestimento
  2. Supporto
  1. Rivestimento: strato superficiale del pavimento avente la funzione di resistere alle sollecitazioni meccaniche, ai fenomeni fisici e alle aggressioni chimiche e di creare le condizioni di benessere e di sicurezza dell’utenza. Esso può essere realizzato con piastrelle di ceramica, lastre lapidee o in legno, oppure con piastre o teli in materiale vinilico, gomma, linoleum o moquette. Solitamente il raccordo tra il rivestimento del pavimento e la parete viene realizzato con uno zoccolino (battiscopa).
  2. Supporto: è l’insieme di strati sottostanti al rivestimento che concorrono a formare la pavimentazione. Essi hanno la funzione di ancorare il rivestimento, compensare le quote e le pendenze, conferire un determinato grado di isolamento, incorporare le canalizzazioni degli impianti, ecc.

La composizione e le caratteristiche degli strati del supporto variano a seconda del tipo di rivestimento e delle prestazioni che devono essere svolte dalla pavimentazione.

Nel caso in cui il supporto delle pavimentazioni appoggi sul terreno, bisogna creare altri strati di pavimentazione, quali un vespaio in ciottolate costipato ed un vespaio ventilato formato da gambette di muratura, sulle quali vengono poggiati tavelloni o altri elementi adatti a formare un’intercapedine d’aria tra il terreno e il pavimento.

Pavimenti interni realizzati con semilavorati

Le pavimentazioni interne realizzate con semilavorati vengono principalmente posate o su un allettamento di malta o per incollaggio utilizzando appositi collanti.

Nel caso in cui si opti per una posa su un letto di malta, basta formare uno strato di malta di almeno 2 cm e poi posare ad uno ad uno tutti gli elementi del pavimento ed assestarli.

Se invece decidiamo di incollare le piastrelle, bisogna innanzitutto avere uno strato di massetto ben orizzontale, “tirarvi” sopra uno strato del collante tramite un’apposita spatola dentata, e assestare successivamente le mattonelle.

I pavimenti hanno la caratteristica di essere costituiti da più elementi accostati con una forma regolare: tra un elemento e l’altro restano però degli spazi vuoti (le fughe) dove vengono inseriti dei particolari leganti detti “fuganti”. Le fughe sono importanti sia da un punto di vista estetico che anche da un punto di vista funzionale.

La posa può essere fatta a giunto chiuso (con gli elementi del pavimento accostati uno all’altro) o a giunto aperto (in questo caso vi è un distanziamento di qualche millimetro tra un elemento della pavimentazione ed un altro). Se il pavimento è a giunto chiuso, la superficie risulta più uniforme, mentre quello a giunto aperto è invece più indicato nel caso in cui abbiamo delle mattonelle scalibrate (ossia con profili non regolari).

Nel caso di pavimentazioni in piastrelle di ceramica (comunemente “gres porcellanato”), le tolleranze in calibro, qualora la piastrella non sia stata rettificata, e soprattutto la planarità (le normative ammettono il 5 per mille della diagonale della singola mattonella), rendono necessaria la presenza della fuga, per non evidenziare questa caratteristica del materiale con dei piccoli ‘gradini’ nel punto di contatto tra due mattonelle (detti gergalmente topicchi).

Pavimenti interni realizzati con tecniche tradizionali

Pavimenti alla Veneziana: sono detti anche pavimenti a terrazzo. Si ottengono da granulati di marmo, con granulometria variabile intorno ai 20mm, e sparsi su stati di supporto ancora fresco sul quale vi sono degli appositi leganti. Dopo la fase detta di cilindrazione, nella quale il marmo viene inglobato, si effettua la cosiddetta molatura, per la quale viene rasato il pavimento in maniera tale da renderlo piano. Questo tipo di pavimento solitamente è utilizzato quando bisogna ricoprire ampie superfici.

Pavimenti alla Genovese: molto simili a quelli alla Veneziana, si differenziano solo per l’impiego di granulati di dimensioni più piccole impastati con leganti e pigmenti a base di ossidi prima di eseguire il getto in opera del pavimento.

Palladiane: sono pavimenti costituiti da frammenti di lastre, lavorati a piano di sega, con dimensioni comprese tra i 10 e i 20 cm, che vengono applicati su uno strato di allettamento accostandoli in opera senza un ordine geometrico. La posatura viene conclusa con una stuccatura dei giunti e con una levigatura e lucidatura superficiale.

Pavimenti a Mosaico: costituiti da piccoli elementi lapidei di diverso colore e forma variabile dai 8mm ai 20mm vengono posati in maniera da ottenere diversi disegni. Questo tipo di pavimentazione è antichissimo e tuttora resta molto pregiato. La posatura avviene sfruttando il cosiddetto metodo al rovescio, per il quale viene prima disegnato il disegno su cartoni (con casellatura e numerazione) e poi incollate le tessere su di esso. Accostando poi i diversi cartoni ed effettuando una posa in opera si inizia la prima fase di realizzazione del mosaico. Successivamente vengono tolti tutti gli strati di carta e murato il getto si effettua una levigatura e lucidatura. Apparirà a questo punto il disegno al dritto.

Pavimenti interni gettati in opera

I più comuni sono quelli formati da semplice calcestruzzo che contiene una leggera armatura metallica per evitare eventuali crepe che si potrebbero formare.
Per fare questo pavimento vengono fatte delle fasce longitudinali di 4–5 m di larghezza che vengono “tirate” con una staggia da due persone che si trovano dalle parti della fascia. Quando i primi strati hanno raggiunto una resistenza sufficiente, si sale su quelle per formare le fasce che erano rimaste libere tra 2 che erano già state fatte.

La superficie viene perfezionata con lo spolvero mentre il cemento è ancora fresco, la lisciatura e la frattazzatura. Si può inoltre procedere con una rullatura mediante la bocciarda nel caso in cui si voglia migliorare l’aderenza con il pavimento.

In casi di forti sbalzi termici, vengono usati dei giunti di dilatazione che hanno lo scopo di assorbire le dilatazioni del cemento; bisogna dire che per ogni specifico caso di dilatazione in base alle necessità vi sono vari ed innumerevoli tipi di giunti.

In alcuni casi la pavimentazione viene fatta rivestendo il basamento di calcestruzzo con vari tipi di materiali che possono andare da pellicole a rivestimenti autolivellanti a particolari resine o malte resinose. È il caso di alcune tipologie di pavimenti in resina.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Pavimentazione_interna

 

Pulizia pavimentazione esterna Sassari

La pavimentazione esterna è la posa di un pavimento in ambiente esterno agli edifici.

Le caratteristiche principali che devono avere le pavimentazioni esterne sono un’elevata resistenza alle azioni meccaniche provocate dallo scorrimento di autoveicoli e quindi di mezzi pesanti, un’adeguata antiscivolosità, soprattutto in caso di superficie bagnata, o in caso di ghiaccio, questo specialmente nel caso del passaggio di pedoni e quindi nelle aree pubbliche, ma anche in aree trafficate da autoveicoli. Quindi la resistenza all’usura e il coefficiente d’attrito sono i più importanti attributi che devono avere. In caso di situazioni climatiche non favorevoli si deve garantire la durabilità della pavimentazione.

Oltre a questo ci deve essere una facilità di manutenzione, soprattutto nel caso di centri urbani, dove solitamente troviamo un frequente ripristino dell’aspetto superficiale, ma soprattutto possono avvenire di frequente immissione di cartelli segnaletici. Queste pavimentazioni sono formate da uno strato superficiale che può essere realizzato con vari materiali come lastre di materiali lapidei o piastrelle di ceramica, masselli di calcestruzzo, piastrelle e lastre piane di calcestruzzo, e da un supporto le cui caratteristiche variano a seconda della natura del terreno, dal tipo di pavimentazione e dai carichi previsti.

Porfido

I porfidi attualmente impiegati in edilizia per pavimentazioni, rivestimenti e pareti ventilate sono rocce vulcaniche effusive: ignimbriti riolitiche e riodacitiche, ampiamente diffuse sulla crosta terrestre. Il porfido, petrograficamente, è formato da una pasta vetrosa o microcristallina di fondo, che ne costituisce più del 65%, nella quale sono immersi piccoli cristalli (pezzatura 2/4 mm) in percentuale variabile tra il 30/35%. I cristalli più abbondanti sono quelli di quarzo, tanto che alla roccia viene attribuita anche la denominazione di “porfido quarzifero”. Notevolmente inferiore è la presenza dei feldspati, esigua è quella delle miche.

Cubetti

I cubetti sono sicuramente il tipo di pavimentazione in porfido più utilizzato in particolare per pavimentazioni ad uso pedonale, per strade e per ricreare le pavimentazioni dei centri storici. Essi uniscono un elevato contenuto estetico e tecnologico e sono adattabili ad ogni tipo di ambiente e temperatura.

I cubetti di porfido da pavimentazione sono di forma cubica irregolare, ottenuta per spaccatura meccanica. I cubetti si presentano con una superficie superiore a piano naturale di cava e si trovano in pezzature a seconda delle esigenze di carattere statico ed estetico. Questi sono degli elementi che vengono usati, per la maggior parte delle volte, per le comuni pavimentazioni esterne che troviamo in giro. Tali elementi presentano un’ottima resistenza all’usura, un buon coefficiente d’attrito e sono adattabili in base alle diverse situazioni di arredo urbano.

Messa in posa dei cubetti di porfido

I cubetti vengono posati su uno strato di sabbia che varia dai 4 cm ai 6 cm ed in seguito vengono costipati con acqua ed una macchina apposta che li batte e li rende molto più fissi al terreno. Per concludere la posa del porfido, vengono sigillati i giunti, solitamente con della boiacca cementizia, che serve per tenere più uniti i cubetti e per evitare la fuoriuscita della sabbia sottostante.

Esistono molte geometrie di posa per il porfido, ma la più usata e la più adatta per la costruzione di strade di transito è quella degli archi contrastanti. Tali archi permettono di assorbire meglio le sollecitazioni e le spinte derivanti da grossi carichi e dai mezzi che passano sopra.

Lastrame

Il lastrame viene ottenuto direttamente in cava già alla fine delle operazioni di cernita del porfido lastrificato abbattuto. È costituito da lastre di forma poligonale più o meno irregolari con i bordi a spacco irregolare e con la superficie in vista a piano naturale di cava. Il lastrame è distinto in vari tipi in base alle dimensioni e allo spessore che varia da 2 a 7 cm. È utilizzato principalmente per la formazione di pavimentazioni esterne (marciapiedi, cortili, viali, giardini, ecc.) e talvolta anche per rivestimenti (muri stradali, edifici, terrazze, ecc.)

Piastrelle

Le piastrelle hanno resistenza, notevole effetto estetico e una resistenza agli sbalzi climatici. Ci sono tre tipi principali di piastrelle di porfido:

  • Piastrelle a spacco o tranciate: vengono squadrate mediante compressione e quindi sono abbastanza irregolari. La superficie è a piano naturale di cava. Esse possono avere spessori vari;
  • Piastrelle a coste segate: sono prodotte dalla rifilatura delle lastre grezze da sega. La superficie è quella naturale di cava e le coste sono segate. Esse possono avere spessori vari;
  • Piastrelle fiammate: sono sottoposte a spacco termico (fiammatura) ed hanno un piano artificiale. Le coste sono fresate con lati paralleli ed angoli retti. Lo spessore è uniforme (cm 2, 3, 4). 22

Binderi

I binderi sono a forma di parallelepipedo, si integrano con pavimentazioni di porfido o altro materiale, come elementi di contenimento della pavimentazione e a creare bordi di marciapiede. La faccia superiore a piano naturale è ben squadrata con lati paralleli e le coste sono a spacco; hanno una dimensione tendenzialmente standard che va da 10 a 15 cm, uno spessore che varia da 8 a 12 cm ed una lunghezza variabile (a correre) di 10–30 cm. Possono essere posati rispettando, ad opera finita, lo stesso piano della pavimentazione da realizzarsi oppure rialzati di 1–2 cm rispetto alla quota finale del pavimento. Essi servono a delimitare e contenere piazze, viali, marciapiedi, giardini, ecc. Una sorta di “ricamo” da utilizzare per disegnare aiuole o pavimentazioni particolarmente decorative.

Smolleri

Gli smolleri vengono impiegati su terreni in notevole pendenza dove si necessita una forte aderenza. La superficie è ruvida e la realizzazione appare rustica. Essi sono ottenuti tramite tranciatura e la testa è rifinita a mano. Presentano due facce laterali a piano naturale di cava.

Cordoli

I cordoli in porfido o altri materiali lapidei, hanno forma di parallelepipedo. solitamente hanno le facce a vista piano cava (naturale) e la testa a spacco o, in alternativa, lavorazioni sui lati e sulla testa. Hanno spessori che vanno solitamente da 4 a 25 cm per un’altezza non inferiore a 20–25 cm. Possono avere diverse funzioni, non esclusivamente estetiche. Vengono impiegati per contenere la pavimentazione, per creare alzate di scalinate o alzate di marciapiedi.

Masselli di calcestruzzo (autobloccanti)

I masselli di calcestruzzo, comunemente chiamati Betonelle, marchio registrato dl Gruppo Industriale Tegolaia, hanno una forma solitamente rettangolare e regolare. Essi presentano una buona resistenza agli agenti atmosferici e alle sollecitazioni meccaniche. Solitamente vengono utilizzati sia dove non sono presenti carichi definibili leggeri (piste ciclabili, marciapiedi ecc.), sia dove i carichi sono abbastanza elevati (parcheggi, ecc.). Grazie alla discontinuità tra un elemento e l’altro è molto semplice fare dei rappezzi od operazioni di manutenzione senza che questi si notino; inoltre tali discontinuità permettono di avere un ottimo drenaggio nel terreno sottostante. Prima della posa dei masselli viene creato un adeguato sottofondo pressato (solo in caso di assenza) e viene fatta una cordonata che ha il compito di contenere il ghiaino (5 cm circa) per evitare lo spostamento dei masselli. Quindi si procede con la posa, solitamente a mano, degli elementi autobloccanti e – con l’utilizzo di macchine vibro-compattatrici – i masselli vengono pressati e fissati: uno dei vantaggi di questi elementi è la possibilità di realizzare svariate forme geometriche di vari colori a seconda delle esigenze e delle necessità.

Differenza tra autobloccanti monostrato e doppio strato quarzo

I masselli in calcestruzzo utilizzati per la realizzazione di pavimentazioni esterne, detti comunemente autobloccanti, possono essere raggruppati, a livello prestazionale, in due grandi categorie:

  • gli autobloccanti monostrato o monoimpasto
  • gli autobloccanti doppio strato o doppio strato quarzo.

Fino alla fine degli anni ottanta, esisteva in commercio solamente la prima categoria, caratterizzata da masselli realizzati con un unico impasto, nell’ambito del quale era data grande importanza (oltre alla qualità degli inerti e del cemento utilizzato), alla curva granulometrica del conglomerato cementizio per assicurare una maggiore resistenza dell’autobloccante alle sollecitazioni provenienti dai carichi che su di essi transitano.Dovendo utilizzare inerti di varie dimensioni, poteva capitare che alcuni di essi (soprattutto quelli più grandi) potessero affiorare sullo strato superficiale del massello, conferendo allo stesso (soprattutto a livello estetico) una superficie poco liscia e non apprezzata dall’utente finale.

A tal fine, verso l’inizio degli anni novanta, vennero introdotti sul mercato gli autobloccanti doppio strato e successivamente quelli doppio strato quarzo caratterizzati dalla presenza di due “impasti” tra di loro differenti: lo strato inferiore continuava ad avere le stesse caratteristiche prima evidenziate negli autobloccanti monostrato ma, ad esso, si aggiungeva un secondo strato, realizzato con inerti più fini, posto sulla superficie del massello, con l’obbiettivo di rendere più gradevole e più liscio l’autobloccante. Normalmente lo strato inferiore non veniva colorato e i pigmenti erano utilizzati solo sullo strato superiore che, a causa degli inerti utilizzati, conferiva una colorazione più viva ed accesa al massello.

Questo “passaggio” dal mono al doppio impasto, a quei tempi quasi “epocale” per i produttori di masselli, causò inizialmente non pochi problemi derivanti principalmente dall’unione dei due strati tra di loro.Infatti il secondo impasto, contenente inerti più fini, veniva realizzato con spessori davvero esigui, con il risultato che, avendo lo stesso funzionalità prettamente estetiche, era meno resistente alle sollecitazioni esterne e, dopo pochi mesi dalla realizzazione della pavimentazione esterna, regolarmente si frantumava, staccandosi dallo strato inferiore.

Per evitare questi spiacevoli effetti secondari, le aziende produttrici di autobloccanti si orientarono verso la realizzazione di masselli doppio strato, nell’ambito dei quali lo spessore dell’impasto superiore veniva aumentato considerevolmente addizionandolo poi con della polvere di quarzo al fine di aumentarne le prestazioni e la resistenza.

Oggigiorno, indipendentemente dalle lavorazioni successive, tutti gli autobloccanti possono essere riconducibili a queste due grandi categorie con pregi e difetti per entrambe. Infatti i masseli monostrato continuano ad essere i più resistenti alle sollecitazioni da carichi di punta (passaggio di carichi pesanti il cui peso viene scaricato in modo concentrato in corrispondenza delle ruote) presentando però una superficie meno uniforme e la difficoltà di essere colorati con colori accesi o molto sfumati

I secondi invece si presentano molto più gradevoli a livello estetico con centinaia di colorazioni e di sfumature possibili, sono più resistenti al sale e ai cicli di gelo e disgelo (assorbendo meno acqua a causa di una maggiore “chiusura” a livello granulometrico dell’impasto e dell’inserimento del quarzo) ma continuano ad essere più delicati in fase di posa (si consiglia infatti al posatore l’uso di un apposito tappetino sotto la piastra utilizzata per battere l’autobloccante) e non sono così rari casi di distacchi parziali dello strato superficiale derivanti per lo più ad impurità presenti nell’impasto cementizio difficili se non impossibili da evitare completamente in fase di produzione.

Autobloccanti anticati

L’autobloccante anticato pur mantenendo le stesse caratteristiche tecniche di quello standard, presenta una serie di irregolarità e smussature che gli conferiscono un aspetto “vissuto”. Questo particolare “effetto antico”, viene ottenuto mediante un processo di post-lavorazione che non intacca ne deteriora le proprietà dell’autobloccante. Proprio per questo motivo molti produttori, sono soliti realizzare – dello stesso modello di autobloccante – una versione standard e una anticata. A causa della mancanza di “spigoli vivi”, di una più o meno marcata irregolarità nel profilo e di una discreta modularità compositiva, gli autobloccanti anticati vengono spesso impiegati come alternativa economica alla pietra nella pavimentazione di parcheggi e zone pedonali anche in contesti di pregio.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Pavimentazione_esterna

Servizi ambientali Sassari

Modello unico di dichiarazione ambientale

Con modello unico di dichiarazione ambientale (MUD) si identifica tutto un insieme di dichiarazioni, presentate annualmente da soggetti quali discariche, trasportatori e produttori di rifiuti, alla Camera di commercio di pertinenza. Usualmente la scadenza per la presentazione è fissata entro il 30 aprile, sebbene tale data possa variare leggermente di anno in anno.

In tale dichiarazione i rifiuti vengono raggruppati per tipologia (tramite dei codici numerici chiamati CER), per produttore e provenienza.

La dichiarazione è il bilancio annuale dei registri di carico e scarico dei rifiuti.

Dal 2006, con l’entrata in vigore del D. Lgs. 152/2006 n. 152/2006, per i soli produttori di rifiuti speciali non pericolosi la presentazione del MUD non è più obbligatoria.

Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 16/01/2008 n. 4 che ha modificato il nuovo codice ambientale ([Lgs. 152/2006]), viene reintrodotto l’obbligo di presentazione del MUD per le imprese che producono rifiuti speciali non pericolosi, ma solo per le aziende con un numero di dipendenti superiore a 10.

Il SISTRI (acronimo per sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) è stato il sistema informativo voluto dal Ministero dell’Ambiente italiano per monitorare i rifiuti pericolosi tramite la tracciabilità degli stessi. Con l’articolo 6 del Decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135 se ne è decretata la soppressione, non essendo, tra l’altro, mai entrato definitivamente in funzione.

L’11 febbraio con L. 12/2019 è stato convertito il D.L. 135/2018 (“Decreto semplificazioni”). La prima versione del decreto prevedeva la soppressione del Sistri, in vista di un nuovo sistema di tracciabilità dei rifiuti. In sede di conversione del decreto legge, tale sistema è stato individuato in un Registro elettronico nazionale per la tracciabilità dei rifiuti, gestito direttamente dal Ministero dell’ambiente, da istituirsi con apposito decreto. Si attende dunque l’emanazione del decreto che stabilirà le regole operative e darà il via al funzionamento del nuovo Registro.

Dal 1º gennaio 2019 e fino al termine di piena operatività del Registro elettronico nazionale, la tranciabilità dei rifiuti è garantita effettuando gli adempimenti di cui agli articoli 188, 189, 190 e 193 del Codice Ambiente nel testo previgente alle modifiche apportate dal decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205 (decreto di attuazione della direttiva 2008/98/CE sui rifiuti).

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Modello_unico_di_dichiarazione_ambientale

Gestione e deposito archivi Sassari

Archivio di deposito

«L’archivio di deposito è quel complesso di documenti relativi ad affari esauriti, non più occorrenti alla trattazione degli affari in corso ma non ancora destinata istituzionalmente alla conservazione permanente e alla consultazione da parte del pubblico»

L’archivio deposito, secondo la legislazione italiana, è la seconda fase della vita dell’archivio. Durante il periodo di deposito la documentazione versata dagli organi periferici dello Stato negli Archivi di Stato competenti giace per trent’anni, vicino al termine dei quali vanno effettuate le operazioni di scarto del materiale che non si intende conservare da parte delle commissioni di sorveglianza e scarto riunite appositamente. Il materiale che non è scartato entra nella cosiddetta fase storica.

In area francese e tedesca la fase dell’archivio di deposito è invece distinta in due fasi separate: una di giacenza e una di scarto (detta “archivio intermedio” in Francia e “prearchivio” in Germania).

L’archivio di deposito

Premessa

All’inizio del nuovo anno l’archivista di un soggetto tenuto a seguire le disposizioni normative in materia di archiviazione (ad esempio un ente pubblico) si reca in tutti gli uffici e raccoglie tutte le pratiche chiuse nell’anno appena concluso, facendo spazio per quelle che arriveranno con l’attività del nuovo anno.

Tutta questa documentazione viene così trasferita in una nuova ubicazione poiché non deve più rispondere alle pressanti esigenze di consultazione (per fini pratici, amministrativi), ma può comunque tornare utile di tanto in tanto. Per la legge sulla trasparenza l’archivio di deposito deve restare consultabile, anche da soggetti esterni con un interesse diffuso.

Vita dell’archivio

La vita dell’archivio è scandita da una fase di formazione nel presente (archivio corrente), una fase di transito (l’archivio di deposito, appunto) ed una fase finale, senza scadenza temporale (archivio storico). Questa impostazione deve una sua prima formulazione agli studi del teorico seicentesco Baldassarre Bonifacio, sviluppata e arricchita fino ai giorni nostri.

All’inizio del nuovo anno l’archivista di un soggetto tenuto a seguire le disposizioni normative in materia di archiviazione (ad esempio un ente pubblico) si reca in tutti gli uffici e raccoglie tutte le pratiche chiuse nell’anno appena concluso, facendo spazio per quelle che arriveranno con l’attività del nuovo anno.

Tutta questa documentazione viene così trasferita in una nuova ubicazione poiché non deve più rispondere alle pressanti esigenze di consultazione (per fini pratici, amministrativi), ma può comunque tornare utile di tanto in tanto. Per la legge sulla trasparenza l’archivio di deposito deve restare consultabile, anche da soggetti esterni con un interesse diffuso.

La legislazione italiana prevede un deposito di quarant’anni: entro tale soglia si dà per scontato che l’utilità dell’archivio per fini pratici e amministrativi sia gradualmente sfumata fino a azzerarsi quasi del tutto, mentre l’interesse dal punto di vista storico e culturale sia via via maturato, rendendo i tempi giusti per trasferire la documentazione in un’altra sede, dove venga messa a disposizione soprattutto di terze persone, sospinte da motivi di studio.

L’archivio di deposito è quindi una fase di transizione. Trascorsi i quarant’anni l’archivio viene trasferito nella cosiddetta sezione separata, se l’ente ne dispone, o in un archivio di concentrazione (come un Archivio di Stato).

Gestione dell’archivio di deposito

Un aspetto fondamentale per la gestione di un archivio di deposito è la razionalizzazione e organizzazione della documentazione. Il metodo più seguito per il carteggio è quella di ricomporre i fascicoli seguendo la numerazione del titolario di classificazione, che viene assegnata fin dal momento del protocollo: ogni serie numerica indica il ramo dell’attività, l’ufficio competente e la sottoclasse. La seconda sotto-ordinazione si fa per numero di protocollo, che è indissolubilmente legata all’ordine di arrivo cronologico del documento nell’attività del soggetto.

Per i registri invece si crea una serie autonoma, ordinata solitamente in maniera cronologica, salvo quando si renda necessaria la costituzione di sottoserie. Si avrà quindi la serie dei registri di protocollo degli anni passati, ordinati uno dopo l’altro e non in allegato a ciascuna macrosezione annuale.

Il materiale che va in deposito deve essere elencato e la disposizione dei documenti deve essere organizzata con cura, divisi in faldoni e fascicoli. I locali dove viene depositato il materiale devono essere adeguati a tale scopo, privi di minacce come l’umidità, l’eccessiva luce, la vicinanza a fonti idriche o di calore, e corredati da un’impiantistica a norma di legge. Importante è anche il carattere di esclusività (i locali non devono contenere altro materiale che non quello d’archivio) e di accesso riservato agli archivisti.

Nella fase di deposito si deve iniziare un’analisi della documentazione che permetta di procedere, verso lo scadere del termine dei trent’anni, alla fase di selezione e scarto della documentazione superflua, per alleggerire la consistenza archivistica e renderla più praticabile.

Lo scarto

Le operazioni di scarto sono uno dei momenti più delicati della vita di un archivio, poiché irreversibili. Innanzitutto lo scarto non deve mai compromettere il vincolo archivistico, che fa sì che un archivio possa essere considerato un “complesso organico”, capace di ricreare l’attività del soggetto produttore.

Per procedere allo scarto esistono alcuni criteri oggettivi, ma in linea di massima è sempre necessaria una certa discrezionalità soggettiva dell’archivista che se ne occupa. Tra gli strumenti oggettivi c’è quello di predisporre un “massimario di scarto”, che preveda per ogni tipologia di atto un termine cronologico di giacenza, che va dal minimo di un anno a tempi illimitati (come per i carteggi, le delibere e i registri). Inoltre sarebbe buona norma procedere a un primo scarto al momento di conclusione di ciascuna pratica, cioè nella fase dell’archivio corrente, eliminando in particolare tutte le copie e, dagli anni Settanta, le fotocopie che aumentano il volume del fascicolo. Altre volte lo scarto avviene con la riproduzione del materiale su un supporto meno ingombrante (come la scannerizzazione e memorizzazione informatizzata), anche se in questo campo la mancanza di conoscenza della reale durata dei supporti elettronici col passare degli anni ha frenato questa opzione.

Lo scarto vero e proprio è regolato in Italia dagli articoli 25 e 35 del D.P.R. 1409 del 1963, che lo lega alla fase di deposito ed all’applicazione del massimario di scarto, basato a sua volta sul titolario di classificazione. Il massimario è una sorta di indicizzazione a grandi linee della giacenza minima di un documento ed è regolato, a sua volta, dalla legge 241 del 1990, modificata con la legge 15/2005 e col Decreto Legislativo 35/2005. Il massimario però è legato essenzialmente a finalità pratiche, amministrative e giuridiche, mentre tace sulle finalità culturali dell’archivio nel futuro, necessitando delle valutazioni supplementari decise soggettivamente dall’archivista.

Sono stati evidenziati così due principi:

  1. La conservazione del documento: gli originali degli atti tipici di quell’ente devono essere sempre conservati (delibere, statuti, ma anche fatture, ecc.).
  2. La conservazione della memoria di una notizia: si conserva ogni atto che contiene una notizia in maniera esclusiva.

Un esempio di documentazione che viene scartata è quella legata ai cartellini dei dipendenti: i massimari di scarto indicano in genere una conservazione minima che va dai 5 al 25 anni, dopodiché si possono scartare perché la notizia di ciò che un dipendente ha fatto si trova anche nel fascicolo personale (dove si trovano i permessi messi per iscritto, ecc.), nell’archivio dell’ufficio ragioneria (buste paga), ecc. Un altro esempio di notizia ridondante è quella dei fogli scritti per ordinare materiale: di solito le informazioni sono contenute nelle fatture. Lo stesso vale per i solleciti e, talvolta, le lettere di accompagnamento. Per altri materiali che sono tenuti in copia, come quelli normalmente affidati ad altri enti, si procede spesso a uno scarto a campione: di {\displaystyle x}x faldoni se ne conservano solo {\displaystyle x/100}{\displaystyle x/100} (per esempio) solo per mantenere la memoria di tale pratica e della modulistica dell’epoca.

Il materiale da scartare viene innanzitutto selezionato, poi si deve redigere una “proposta di scarto”, con i titolo delle serie, gli estremi cronologici e la consistenza (il peso in kg). Inoltre si devono mettere per iscritto i motivi dello scarto e precisare come tale azione non vada a intaccare il vincolo naturale dell’archivio. La proposta viene valutata da una commissione, che varia a seconda del tipo di soggetto. Per gli archivi di enti pubblici statali “sorveglia” (questo è il termine tecnico) l’Archivio di Stato di quella provincia; per gli archivi di enti pubblici non statali (comuni, province e regioni) “vigila” la Soprintendenza archivistica regionale.

Quando la proposta è approvata il materiale, in Italia, veniva obbligatoriamente prelevato, a partire da un regio decreto del 1928, dalla Croce Rossa, che dopo aver fatto una pesa del materiale lo porta al macero in una cartiera, con addetti che garantiscano la distruzione nella macchina spappolatrice. Con questo compito si voleva dare una fonte di guadagno dalla cessione della carta alle cartiere private per la Croce Rossa. Dal 2001 le pubbliche amministrazioni possono servirsi di ditte specializzate che vengono appaltate su autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali.

Il trasferimento nell’Archivio storico

L’ultima fase della gestione dell’archivio di deposito è il trasferimento nei locali dell’Archivio storico, che dovrebbe avvenire dopo 40 anni, ma nella pratica è più diffuso un trasferimento cadenzato a blocchi di anni. Per effettuare lo spostamento viene predisposto un apposito verbale e un elenco di consistenza, uno schema cioè che per ogni unità o serie indichi il numero progressivo, il titolo, il numero di pezzi, la loro tipologia e gli estremi cronologici. Si tratta di un tipo di inventario, che in alcune zone è in uso fin dal Medioevo (come all’archivio del Comune ed all’archivio del Capitano del Popolo di Bologna).

Alcuni enti pubblici hanno un proprio archivio storico, detto “sezione separata”. Ad essa gli archivi arrivano con l’istituto giuridico del versamento.

Gli enti che usano un archivio di concentrazione possono avvalersi di vari istituti:

  • il versamento (tra due soggetti della stessa struttura istituzionale ed aventi la stessa natura giuridica),
  • il deposito (i soggetti hanno diversa natura giuridica, ad esempio da privato a ente pubblico e il soggetto che deposita mantiene la proprietà),
  • la donazione (il soggetto cede la proprietà a titolo gratuito)
  • l’alienazione (cessione di proprietà a titolo oneroso).

La normativa italiana

La legislazione italiana prevede, per quanto riguarda gli atti amministrativi prodotti dagli organi periferici dello Stato, che la giacenza nella fase di deposito duri 30 anni. Entro tale soglia si dà per scontato che l’utilità dell’archivio per fini pratici e amministrativi sia gradualmente sfumata fino a azzerarsi quasi del tutto, mentre l’interesse dal punto di vista storico e culturale sia via via maturato, rendendo i tempi giusti per trasferire la documentazione in un’altra sede, dove venga messa a disposizione soprattutto di terze persone, sospinte da motivi di studio. Trascorsi i trent’anni, ciò che viene salvato viene trasferito nell’Archivio di Stato locale di competenza, dopo la delicata operazione compiuta dalle commissioni di sorveglianza e scarto.

Le Commissioni di sorveglianza e scarto negli uffici statali

Storia

Dopo il 1861, il Regno d’Italia iniziò ad interessarsi dell’attività scarto e la normativa si è occupata di quest’attività per evitare che ci fossero delle eliminazioni arbitrarie, come è avvenuto a Milano durante la direzione di Cesare Cantù (1873-1895) il quale mandò al macero la documentazione precedente al 1650 nonostante il divieto del Consiglio Nazionale degli Archivi. Nonostante alcuni provvedimenti presi nel 1902 e nel 1911, tali abusi continuarono finché nel 1963, all’interno della cosiddetta “Legge degli archivi” (D.P.R. 1409/1963), non si decise di costituire delle apposite commissioni chiamate di “sorveglianza e scarto” regolate dagli articoli 25-27, modificate in parte con la creazione del Ministero per i beni e le attività culturali nel 1975.

Al giorno d’oggi, tali commissioni sono regolate dal D.P.R. 37/2001, mentre per quanto riguarda lo scarto e il versamento ci si rifà al Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004, in precisione all’articolo 41 comma 3 che recita: «nessun versamento può essere ricevuto se non sono state effettuate le operazioni di scarto».

Composizione

Sulla base del D.P.R. 37/2001, le commissioni sono formate da 4 persone poste sotto la presidenza di un’altra persona:

  • 2 rappresentanti dell’amministrazione al quale gli atti appartengono. Costoro hanno il compito principale di valutare il valore diretto della documentazione, cioè se la documentazione che hanno prodotto ha ancora un valore tale da considerarne la conservazione o l’eliminazione.
  • 1 rappresentante dei beni culturali designato dal Direttore del competente Archivio di Stato locale. Questi ha il compito di valutare il valore indiretto della documentazione al riguardo e quindi ha un valore storico.
  • 1 rappresentante del Ministero dell’Interno. Quest’ultima persona, appartenente per l’esattezza alla prefettura locale, valuta sulla consultazione della documentazione al riguardo per questioni riguardanti la privacy.

Dalla composizione si evince un elemento fondamentale, ossia che la responsabilità della scelta di che cosa conservare o eliminare non può essere lasciata solo ai soggetti produttori (Il soggetto produttore tende a considerare importante ciò che è legato alla fase dell’archivio corrente) e agli storici, ma all’archivista, che cerca di mediare fra le due parti. Inoltre, si rimarca ancora la presenza del Ministero dell’Interno per il controllo dei documenti soggetti alla privacy, come stabilito nel 1975.

Funzionamento

Come funzionano le commissioni e l’attività di scarto e selezione? In base al sopracitato decreto, si osservano a tal proposito i seguenti articoli:

  • Articolo 2: si stabilisce la convocazione della Commissione sotto un presidente (ufficialmente ogni 120 giorni, anche se generalmente, per motivi di organico, ci si riunisce solo una volta all’anno); si indica l’attività del Presidente (questi deve curare una relazione annuale sull’attività della commissione); 3) si stabilisce la durata della commissione, che è triennale.
  • Articolo 5: si sottolinea la responsabilità da parte del dirigente dell’ente di conservare accuratamente l’archivio in previsione della riunione della Commissione. Qualora la documentazione prodotta dall’ente venga distrutta senza seguire le procedure e l’autorizzazione dal DG, scatta l’articolo 351 del Codice Penale, che prevede la reclusione fino a 5 anni.
  • Articolo 6: si occupa dell’individuazione dei documenti da eliminare attraverso appositi strumenti quali i massimari di scarto e indicando il perché si è proceduto allo scarto di tali documenti. È importante sottolineare che l’attività delle commissioni interviene solo in fase di proposta, e che sarà solo la DG ad intervenire concretamente per decidere che cosa effettivamente distruggere.
  • Articolo 8: si occupa delle modalità di cessione da parte delle amministrazioni degli atti scartati ad organizzazioni di volontariato o alla Croce Rossa Italiana. Le eventuali somme ricavate dalla cessione dovranno essere versate alla Tesoreria dello Stato.
  • Articolo 9: si occupa dello scarto di documenti non consultabili per motivazioni di privacy. Le proposte di scarto di documenti sottratti alla libera consultabilità sono inoltrate, per i provvedimenti di competenza al Ministero dell’Interno, il quale si pronuncia entro 90 giorni. Trascorso tale termina senza il Ministero dell’interno si sia pronunciato, l’amministrazione può disporre la cessione degli atti sottratti alla libera consultabilità.

Strumenti

Nella valutazione, oltre ovviamente alla dose di soggettività e sensibilità di quest’ultimo, può avere a disposizione anche degli strumenti adatti:

  1. Il Piano di conservazione (ex Massimario di conservazione o di scarto), compilato dalla Commissione di sorveglianza e scarto e regolato dalla legge 241 del 1990, (modificata con la legge 15/2005 e col Decreto Legislativo 35/2005), è uno strumento fondamentale durante la fase di deposito, in quanto «è lo strumento che consente di coordinare razionalmente lo scarto (cioè la destinazione al macero) dei documenti prodotti dagli organi centrali e periferici dello Stato» e «indica per ciascuna partizione quali documenti debbano essere conservati permanentemente (e quindi versati dopo trent’anni dall’esaurimento degli affari nei competenti Archivi di Stato) e quali invece possono essere destinati al macero dopo cinque anni, dopo dieci anni, dopo venti anni, ecc».
  2. La campionatura. La campionatura deve basarsi su condizioni ben precise: bisogna scegliere bene il campione da selezionare e stabilire quanto consistente debba esserlo.

Nel caso in cui dovesse mancare il massimario di scarto, vi sono delle indicazioni ben precise su che cosa conservare ed eliminare:

  1. Bisogna conservare: la documentazione preunitaria e comunque quella della fase storica e documenti d’interesse storico-istituzionali; i documenti molto recenti; i documenti non presenti altrove; i documenti che testimoniano le principali vicende istituzionali del soggetto, le funzioni, attività…e permettono di ricostruirne la storia; conservare gli strumenti di corredo e di ricerca (registri di protocollo, rubriche, inventari…); conservare documenti statistici e riassuntivi; bilanci, registri contabili; contratti; conservare i fascicoli del personale
  2. Bisogna eliminare: la documentazione in bianco; i documenti preparatori quali bozze e minute.

Considerazioni sulle operazioni di scarto e selezione

«Gli archivisti debbono selezionare i documenti da conservare o da distruggere considerando prioritaria la necessità di salvaguardare la testimonianza essenziale dell’attività della persona o dell’istituzione che ha prodotto o accumulato i documenti, e inoltre tenendo conto che le esigenze della ricerca mutano nel tempo.»

ll compito di queste commissioni è quella di distinguere i documenti in base al loro valore diretto e valore indiretto, ossia nel constatare la funzione primaria per cui sono stati creati (compito del soggetto produttore) e la possibile rilevanza storico-sociale per la società in cui quel soggetto produttore ha operato e per l’eventuale ricostruzione del soggetto stesso (compito dell’archivista di Stato). Se i documenti non presentano un possibile valore indiretto, si può procedere al loro scarto.

Nonostante la presenza di strumenti fondamentali quali i massimari di scarto (o piani di conservazione) e le campionature, non ci sono dei principi universalmente validi per la selezione e lo scarto, in quanto ogni ente ha una storia a sè rispetto ad un altro. In sostanza, è impossibile pensare che il giudizio durante quest’attività sia completamente obiettivo: c’è sempre una dose di soggettività da parte dei membri della commissione. Nella selezione e nello scarto di un documento, dunque, si deve tenero conto di una serie di fattori quali:

  1. Possibili sviluppi della ricerca per uno studioso.
  2. Stare attenti a non eliminare documentazione che può essere utile a tutelare diritti.
  3. Evitare di eliminare la documentazione che può danneggiare o intaccare la struttura dell’archivio stesso.

Il terzo punto ha fatto accendere un vivace dibattito tra gli archivisti in quanto lo scarto di un documento può significare intaccare il vincolo e quindi distruggere l’unità dell’archivio medesimo, anche se tutti sono giunti alla conclusione che l’attività di scarto è necessaria per l’economia gestionale dell’archivio.

Le commissioni di sorveglianza e scarto negli enti pubblici e privati

Nel caso in cui si debba operare lo scarto di archivi di enti non statali ma pubblici (ospedali, Comuni, scuole) o di privati, la legislazione italiana non prevede l’attivazione delle commissioni di sorveglianza. Comunque, è previsto che questi enti abbiano per legge un proprio massimario di scarto e che possano proporre alla Soprintendenza archivistica e bibliografica di competenza l’elenco di documenti che l’ufficio o il soggetto propone di scartare, lasciando a quest’ultima la valutazione di procedere o meno.

Gli elenchi di scarto ed esempi di documenti scartati

Gli elenchi di scarto sono elenchi di pezzi o delle serie da scartare che la Commissione di sorveglianza o l’ente pubblico/privato hanno approvato. Tali elenchi necessitano della notifica dei seguenti elementi:

  • N. faldone / scatola
  • Categoria: in base al titolario/piano di classificazione
  • Descrizione/contenuto
  • Estremi cronologici
  • Peso (in kg)
  • Motivo eliminazione (fare riferimento al massimario/piano di conservazione o altre motivazioni accettabili)

Un esempio di documentazione che viene scartata è quella legata ai cartellini dei dipendenti: i massimari di scarto indicano in genere una conservazione minima che va dai 5 al 25 anni, dopodiché si possono scartare perché la notizia di ciò che un dipendente ha fatto si trova anche nel fascicolo personale (dove si trovano i permessi messi per iscritto, ecc.), nell’archivio dell’ufficio ragioneria (buste paga), ecc. Un altro esempio di notizia ridondante è quella dei fogli scritti per ordinare materiale: di solito le informazioni sono contenute nelle fatture. Lo stesso vale per i solleciti e, talvolta, le lettere di accompagnamento. Per altri materiali che sono tenuti in copia, come quelli normalmente affidati ad altri enti, si procede spesso a uno scarto a campione: di {\displaystyle x}x faldoni se ne conservano solo {\displaystyle x/100}{\displaystyle x/100} (per esempio) solo per mantenere la memoria di tale pratica e della modulistica dell’epoca.

Il versamento

Premesse

Conclusa da un lato la selezione per scartare, dall’altro si avvia la selezione dei documenti che possono essere versati e conservati a tempo indeterminato nella fase dell’archivio storico. La legge prescrive che la fase di versamento avvenga solo dopo quella di deposito (Art. 41 n. 3 del Codice dei beni culturali e del paesaggio).

Bisogna tenere presente che esistono modalità diverse per il versamento dei documenti nell’archivio storico a seconda se provengono dagli uffici statali o da altri soggetti produttori (enti pubblici o soggetti privati).

Il versamento per gli uffici statali (CC BB art. 41)

Gli uffici statali non dovrebbero essere dotati di un archivio storico, in quanto è loro compito consegnare alla Commissione di sorveglianza e scarto tutto il materiale sedimentato durante la fase di deposito che poi la verserà nell’Archivio di Stato locale o, nel caso di quasi tutti i ministeri, presso l’Archivio Centrale dello Stato. Per quanto riguarda il materiale degli uffici statali che si decide di far passare all’archivio storico, le Commissioni di sorveglianza devono tenere conto dell’articolo 41 del Codice dei beni culturali e del paesaggio il quale prescrive il versamento a seconda della documentazione:

  • L’Articolo 1 prevede che gli uffici statali versino la loro documentazione dopo 30 anni di giacenza presso la fase di deposito. Eccezioni sono i versamenti delle liste di leva da parte del Ministero della Difesa (70 anni dalla classe di leva) e gli atti notarili conservati negli Archivi notarili distrettuali (100 anni dalla fine dell’attività di un determinato notaio).
  • Gli articoli 2 e 4 prevedono casi eccezionali di versamento, da parte degli uffici statali, agli Archivi di Stato o all’Archivio Centrale dello Stato: l’articolo 2 parla di pericolo per i documenti dovuti a calamità naturali; l’articolo 4 invece parla dell’eventuale soppressione dell’ufficio in questione.
  • L’articolo 3 esplica quanto ricordato prima sopra, ovvero che il versamento non può avvenire prima che sia stata effettuata l’operazione di scarto.
  • L’Articolo 5 istituisce le Commissioni di scarto e sorveglianza.
  • L’articolo 6 prevede casi particolari in cui gli uffici dello Stato non debbano essere versati negli Archivi di Stato o all’Archivio Centrale dello Stato, ovvero: l’archivio del Ministero degli Esteri; i documenti del Ministero della Difesa riguardanti operazioni militari.

L’articolo 42 ricorda come anche gli archivi della Camera dei Deputati, del Senato, della Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica non sono tenuti a versare all’Archivio Centrale dello Stato la loro documentazione.

Il deposito per gli uffici pubblici

La normativa, in questo caso, non parla più di versamento ma di deposito. Un ente pubblico ha l’obbligo, secondo il Codice dei beni culturali e del paesaggio, di creare una sezione separata per l’archivio storico. Nel caso in cui l’ente pubblico non abbia la possibilità di tenere questa documentazione che ha raggiunto la maturità storica può chiedere all’Archivio di Stato locale di depositare, momentaneamente, tale materiale.

Le modalità di versamento dei soggetti privati

Per quanto riguarda i soggetti privati, questi ultimi potrebbero avere un archivio privato (che sia personale o di famiglia) e potrebbero decidere di versarlo nell’Archivio di Stato di competenza attraverso varie modalità, dopo il parere della Soprintendenza archivistica e bibliografica di riferimento.

Comodato

«I direttori degli archivi e degli istituti che abbiano in amministrazione o in deposito raccolte o collezioni artistiche, archeologiche, bibliografiche e scientifiche possono ricevere in comodato da privati proprietari, previo assenso del competente organo ministeriale, beni culturali mobili al fine di consentirne la fruizione da parte della collettività, qualora si tratti di beni di particolare pregio o che rappresentino significative integrazioni delle collezioni pubbliche e purché la loro custodia presso i pubblici istituti non risulti particolarmente onerosa.»

Con il comodato il privato può consegnare la propria documentazione considerata di interesse storico ad un AS per un tempo determinato di 10 anni. Vi sono però delle condizioni:

  • La Soprintendenza archivistica e bibliografica di competenza deve valutare l’interesse storico di questa documentazione.
  • L’Istituto di conservazione destinato a ricevere il fondo deve dare anche lui un suo parere.
  • La DGA ha però l’ultima parola: è lei che deve dare il parere per il comodato.

Cessione

Con la cessione, prevista dalla legge 512 del 1982, si stabilisce la cessione di documenti per avere uno sconto sulle tasse. La procedura prevede la mediazione della Soprintendenza archivistica e bibliografica competente e dell’Istituto che dovrà conservare la documentazione. Rispetto al comodato, con la cessione c’è il passaggio definitivo.

Donazione

Anche nel caso del dono un privato può decidere di lasciare il proprio archivio a quello di Stato, con l’accordo di tutti gli eredi. La convenzione che dev’essere stipulata deve precisare anche le modalità di accesso al fondo. La donazione è disciplinata dal Titolo V del Codice Civile: per donazioni inferiori a 10 mila euro è sufficiente una scrittura privata; negli altri casi la manifestazione di volontà dev’essere resa con un atto pubblico. Anche in questo caso, per valutare se tale donazione è oggetto d’interesse, devono intervenire Sovrintendenza archivistica e bibliografica, l’Istituto Conservatore destinato a ricevere e la DGA.

Vendita

Talvolta, gli Istituti Conservatori possono acquistare interi archivi che i privati mettono sul mercato spesso si trovano interi archivi. Dopo aver verificato che il materiale sia solo di natura archivistica, bisogna accertarsi che il trasporto non danneggi e non l’alteri l’ordine archivistico e i numeri di corda. Infine, la documentazione deve essere elencata in un elenco di versamento da consegnare all’Istituto Conservatore.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Archivio_di_deposito

Detergenza professionale Sassari

Un detergente è composto da una miscela di sostanze chimiche in polvere o liquide che servono per rimuovere lo sporco da una superficie.

In italiano il termine “detersivo” è spesso utilizzato per prodotti impiegati nella pulizia delle superfici dure (pavimenti, piatti, finestre) e dei tessuti, mentre con “detergente” si indicano in genere prodotti più delicati utilizzati per esempio per la pulizia del corpo.

Sebbene i moderni detergenti nascano molto indietro nel tempo, il loro utilizzo su vasta scala inizia solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il sapone è stato per secoli l’unico detersivo/detergente utilizzato dall’uomo; il sapone però nulla ha a che vedere con i moderni detersivi e detergenti a base di tensioattivi. I primi detersivi crearono però grossi problemi di inquinamento in quanto la formulazione non prevedeva la biodegradabilità; alcuni componenti creavano inquinamento ambientale, come ad esempio il fosfato di sodio che favoriva l’eutrofizzazione e che fu sostituito nelle formulazioni dalle zeoliti.

I detergenti cationici hanno la proprietà chimico-fisica di legarsi rapidamente a superfici con carica negativa, come i batteri e le membrane cellulari, modificandone la permeabilità fino alla morte del microrganismo tramite la denaturazione delle proteine e l’inattivazione di enzimi e coenzimi, con i quali viene a contatto.

Componenti

I componenti principali di un detergente sono:

  • tensioattivi per emulsionare lo sporco. In effetti le uniche sostanze che lavano.
  • sequestranti per addolcire l’acqua.
  • candeggianti (ad esempio ipoclorito perborato di sodio, acqua ossigenata) per sbiancare. Sono utilizzati solo nei prodotti per bucato.
  • enzimi per decomporre lo sporco formato da proteine, grassi o carboidrati.
  • solventi come etanolo, isopropanolo o ammoniaca.
  • altri componenti per il controllo della schiumosità, profumi, coloranti, azzurranti ottici, emulsionanti, addensanti.

Tipologie e classificazioni

Classificazione in base all’utilizzo

  • Detergente per bucato a mano o in lavatrice
    • In polvere o in pastiglia per lavatrice
    • Liquidi per lavatrice
    • Ammorbidenti
    • Smacchiatori
    • Candeggianti a base di ipoclorito o acqua ossigenata
  • Detergente per superfici dure
    • Multiuso
    • Disincrostanti\anticalcare
    • Per i servizi igienici
    • Per la pulizia dei metalli
  • Detergente per pavimenti
    • Liquidi con solventi o non
  • Detergente per stoviglie
    • Liquidi per il lavaggio a mano
    • Polveri o pastiglie per lavaggio meccanico
    • Brillantanti per stoviglie per lavaggio meccanico
  • Detergenti per la pulizia del corpo
    • Dentifrici
    • Shampoo
    • Bagnoschiuma
    • Sapone liquido per le mani
    • Detergente Intimo
    • Detergente per il viso\struccante
    • Sali da Bagno
    • Saponetta

Classificazione in base al pH

  • Detergenti a base acida (pH da 0 a 5)
  • Detergenti a base alcalina (pH da 8 a 14)
  • Detergenti neutri (pH da 6 a 7)

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Detergente

Melis Multiservizi Sassari

La società MELIS MULTISERVIZI è una realtà di punta del Nord Sardegna che nel corso di un ventennio di attività ha maturato esperienze con numerosi enti pubblici ed aziende, qualificandosi come apprezzato erogatore dei seguenti servizi

  • Pulizie civili e industriali (Sanificazione e Disinfezione Locali privati e pubblici ai sensi della L. 82/94 e D.M. 7/7/97 N. 274 come da ns. visura camerale)
  • Traslochi
  • Montaggio mobili ed allestimenti
  • Facchinaggio e lavori in economia
  • Lavorazione e posa infissi e prodotti in ferro, alluminio e acciaio in collaborazione con le Officine Delogu di Sassari
  • Deposito di 300 mq – Logistica e distribuzione merci
  • Gestione depositi e piattaforme conto terzi
  • Servizi ambientali e smaltimenti certificati
  • Gestione del verde
  • Giardinaggio
  • Allestimenti floreali matrimoni ed eventi
  • Distruzione documenti su scala industriale e conferimento al macero
  • Servizi alberghieri
  • Servizi studi professionali

Dispone delle seguenti Certificazioni:

  • Albo Nazionale Cooperative – A115593
  • Albo Nazionale conto terzi – SS 9253711/c
  • Albo Nazionale Gestori Ambientali – CA 03167 per le categorie 1F 4F e 5F (trasporto rifiuti speciali pericolosi e non)
  • Iscrizione sistri web_ss_332383
  • Iso 9001:2015
  • Iso 14001:2015
  • Iso 18001: 2007
  • Iscrizione SardegnaCat e MEPA per il bando “SIA104”, “Facility Management”, “Servizi di Logistica” e “Arredi 104”

Per maggiori informazioni potete venire a trovarci presso la nostra sede di Viale Porto Torres 119/12 a Sassari o contattarci ai seguenti recapiti:

Tel. 079 2679111
Skype. coop.melis&c service
E-mail. info@melisservizi.it
Web. www.melisservizi.it

 

Sagomatura siepi Sardegna

L’arte topiaria o ars topiaria in latino, consiste nel potare alberi e arbusti al fine di dare loro una forma geometrica, diversa da quella naturalmente assunta dalla pianta, per scopi ornamentali. Si formano così siepi formali oppure, partendo da esemplari singoli o piccoli gruppi, soggetti con varie forme, astratte oppure di animali, oggetti, persone.

Storia

Questa arte è nata all’epoca dell’Antica Roma. Le piante vengono fatte crescere a volte con appositi supporti metallici per guidarle verso la forma definitiva. Piante potate secondo questi criteri richiedono un’elevata manutenzione dovuta ai numerosi interventi sui nuovi rami, per mantenere la forma scelta. Tale attività raggiunge il punto più alto durante l’età flavia, come dimostra il Templum Pacis, costruito sotto Vespasiano.

L’arte topiaria è impiegata nella formazione dei parterre tipici dei giardini costruiti fra il XVI e il XVIII secolo, dove basse siepi di bosso disegnano in modo più o meno complesso settori riempiti da piante fiorite, a formare una sorta di arazzo vegetale apprezzabile soprattutto se visibile da un luogo sopraelevato. Negli antichi giardini, dove gli unici colori erano le sfumature di verde delle diverse piante e il colore della ghiaia dei giardini, era necessario dare alle piante delle forme artistiche, per concentrare la bellezza del giardino in quegli elementi dominanti.

Al giorno d’oggi l’arte topiaria è utilizzata solitamente su singole piante, come elemento caratterizzante del giardino, oppure simmetrica su molte piante se si vuole creare un effetto maestoso: questa opzione è consigliabile se le piante sono in vaso, per evitare che il giardino diventi troppo “pesante”.

Tipi di piante

Per ottenere sculture vegetali vengono impiegate svariate specie, perlopiù sempreverdi a crescita contenuta: Laurus nobilis, Cupressus e conifere simili, Buxus sempervirens, Taxus baccata, Ligustrum jonandrum sono fra i più diffusi.

Manutenzione

Per creare in casa una pianta topiata è necessario, almeno per i principianti, impiegare un supporto in metallo alla quale legarne i rami per educarla, supporto che si può rimuovere una volta ottenuta la forma desiderata.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Ars_topiaria

Conferimento e raccolta rifiuti in discarica Sassari

Una discarica, nel ciclo della gestione dei rifiuti, è un luogo dove vengono depositati/stoccati e fatti marcire in modo non selezionato e permanente i rifiuti solidi urbani e tutti gli altri rifiuti (anche umidi) derivanti dalle attività umane (detriti di costruzioni, scarti industriali, ecc…) che, in seguito alla loro raccolta, non è stato possibile riciclare, inviare al trattamento meccanico-biologico (TMB) eventualmente per produrre energia tramite bio-ossidazione a freddo, pirolisi o, in ultima ratio, l’utilizzo come combustibile negli inceneritori (inceneritori con recupero energetico o termovalorizzatori).

Descrizione

La normativa italiana col d.lgs 13 gennaio 2003, n. 36 ha recepito la direttiva europea 99/31/CE che prevede tre tipologie differenti di discarica:

  • discarica per rifiuti inerti;
  • discarica per rifiuti non pericolosi (tra i quali i rifiuti solidi urbani, RSU);
  • discarica per rifiuti pericolosi (tra cui ceneri e scarti degli inceneritori).

In particolare si definiscono:

  • rifiuti pericolosi: i rifiuti non domestici precisati nell’elenco dell’allegato D del Dlgs. 22 del 05/02/1997
  • rifiuti non pericolosi: i rifiuti che per provenienza o per le loro caratteristiche non rientrano tra i rifiuti contemplati come pericolosi
  • rifiuti inerti: i rifiuti solidi che non subiscono alcuna trasformazione fisica, chimica o biologica significativa; i rifiuti inerti non si dissolvono, non bruciano ne’ sono soggetti ad altre reazioni fisiche o chimiche, non sono biodegradabili e, in caso di contatto con altre materie, non comportano effetti nocivi tali da provocare inquinamento ambientale o danno alla salute umana. La tendenza a dar luogo a percolati e la percentuale inquinante globale dei rifiuti, nonché l’ecotossicità dei percolati devono essere trascurabili e, in particolare, non danneggiare la qualità delle acque, superficiali e sotterranee;

La normativa definisce anche il piano di sorveglianza e controllo con i necessari parametri chimici, chimico-fisici, idrogeologici, meteoclimatici e topografici da determinare periodicamente con una stabilita frequenza delle misurazioni.

L’uso delle discariche per il rifiuto indifferenziato deve essere assolutamente evitato. L’Unione europea con la direttiva sopra citata (99/31/CE) ha stabilito che in discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico e materiali non riciclabili: in altre parole, dando priorità al recupero di materia, la direttiva prevede il compostaggio ed il riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti (del resto la legge prevede che la raccolta differenziata debba raggiungere il 65% entro il 2011).

Infatti, i residui di molti rifiuti, soprattutto di RSU organici, restano attivi per oltre 30 anni e, attraverso i naturali processi di decomposizione anaerobica, producono biogas e numerosi liquami (percolato) altamente contaminanti per il terreno e le falde acquifere per cui il conferimento senza preventivo trattamento di compostaggio è da evitarsi. Dati gli enormi tempi di degradabilità dei materiali normalmente conferiti in discarica (come le plastiche e ancor peggio i rifiuti pericolosi) è ragionevole stimare la possibilità di rilevare tracce di queste sostanze dopo la chiusura di una discarica per un periodo che va fra i 300 e i 1000 anni, per cui andrebbero trattati differentemente.

Alcuni paesi come la Germania, l’Austria e la Svizzera hanno eliminato il conferimento in discarica di rifiuti non trattati e le discariche sono utilizzate principalmente per lo stoccaggio delle ceneri dei termovalorizzatori o dei residui degli impianti di trattamento biologico e compostaggio.

Attualmente lo smaltimento in discarica in Italia è il principale metodo di eliminazione dei rifiuti, in quanto è semplice ed economico. Dati relativi al 2004 indicano che il 51,9% dei rifiuti totali prodotti è stato smaltito in discarica. L’uso della discarica è molto intenso nei paesi poco sviluppati, mentre la tendenza generale è volta a limitare il conferimento in discarica applicando attivamente politiche di riduzione, riuso e riciclo, e sfruttando tecnologie quali il compostaggio e l’incenerimento per i residui.

Dal punto di vista dell’emissione in atmosfera di gas responsabili dei cambiamenti climatici, le discariche per rifiuti non pericolosi e quelle per rifiuti pericolosi risultano nocive se il rifiuto non viene preventivamente trattato e/o differenziato (come spesso capita). È infatti scientificamente provato dall’organizzazione internazionale sui cambiamenti climatici, IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) che i rifiuti in discarica causano emissioni ad alto contenuto di metano e di anidride carbonica, due gas serra molto attivi; una moderna discarica deve pertanto prevedere sistemi di captazione di tali gas (in particolare il metano, che può essere usato anziché disperso in atmosfera).

I problemi delle emissioni di gas possono tuttavia essere ridotti o eliminati con l’adozione di tecniche costruttive specifiche e con il pretrattamento dei rifiuti: in particolare la raccolta differenziata di quanto riciclabile e della frazione umida (responsabile delle citate emissioni liquide e gassose), e il cosiddetto trattamento a freddo mediante cui si accelera la decomposizione dei rifiuti prima del conferimento in discarica. Come detto, la stessa Unione europea vieta il conferimento di materiale organico in discarica.

La discarica controllata, ha tre fasi di decomposizione:

  1. Prima fase, questa fase è piuttosto breve, si svolgono reazioni aerobie, possibili grazie all’ossigeno presente al momento dell’interramento. Dall’ossidazione del materiale organico si produce CO2 ed energia sotto forma di calore: la temperatura può raggiungere anche gli 80 °C. Vengono prodotti anche aldeidi, chetoni ed alcoli che conferiscono ai rifiuti freschi il caratteristico odore;
  2. Seconda fase: è acida anaerobia, in cui si svolgono reazioni di fermentazione acida che sviluppa ammoniaca, idrogeno CO2 e composti organici acidi parzialmente degradati. Il percolato che si forma in questa fase presenta BOD e COD elevati, risulta acido (PH = 5-6) e particolarmente aggressivo, al punto tale da rendere possibile la dissoluzione in esso di altri composti organici e inorganici. Le reazioni di degradazione anaerobia danno luogo alla liberazione di prodotti come acidi carbossilici volatili, esteri e tioesteri, responsabili dell’odore nauseabondo dei rifiuti nella seconda fase della decomposizione;
  3. Terza fase: è anaerobia metanogena e si svolge dopo almeno 6-12 mesi dall’interramento dei rifiuti. LA biodegradazione batterica anaerobia procede lentamente e decompone gli acidi organici e gli altri prodotti sviluppati nella fase precedente. La trasformazione degli acidi, provoca un innalzamento del PH fino a valori prossimi alla neutralità o superiori. I prodotti principali della terza fase di decomposizione sono metano e anidride carbonica. Il metano prodotto viene fatto uscire dalla massa dei rifiuti in decomposizione tramite sfiatatoi e immediatamente bruciato. Il calore prodotto può avere destinazioni diverse per realizzare un’economia di gestione.

Struttura di una moderna discarica

Per assolvere efficacemente al suo compito, e cioè limitare tali emissioni nocive e non diventare sorgente di inquinamento per il suolo o per l’idrosfera, una discarica deve essere progettata in modo adeguato e secondo tutte le relative norme di legge. Le discariche moderne devono essere costruite secondo una struttura a barriera geologica in modo da isolare i rifiuti dal terreno, rispettare gli standard igienici e la biosfera, riutilizzare i biogas prodotti come combustibile per generazione di energia. La struttura in genere è del tipo a “deposito sotterraneo”, costituita dal basso verso l’alto nel seguente modo:

  • un terreno di fondazione e sottofondo della discarica;
  • una barriera di impermeabilizzazione sul fondo e sui fianchi costituita da geomembrane per impedire la fuoriuscita del percolato;
  • un sistema di drenaggio del percolato;
  • l’ammasso dei rifiuti in strati compattati;
  • le coperture tra i vari strati;
  • un sistema per la captazione del biogas;
  • la copertura finale provvista di piante.

Gli standard internazionali indicano che in una discarica moderna si riesce a recuperare anche il 90% del biogas, con valori anche superiori quando il singolo lotto della discarica sia chiuso e completato con una opportuna copertura captante.

È comunque importante che la frazione umida dei rifiuti venga raccolta in modo differenziato o che comunque i rifiuti subiscano compostaggio e/o trattamento meccanico-biologico (vedi gestione dei rifiuti) prima del conferimento in discarica (questi processi permettono di recuperare il 100% del metano dato che avvengono in reattori chiusi).

A titolo di esempio, da una discarica di circa 1.000.000 di metri cubi che cresce di 60.000 m3 ogni anno (pari a circa 51.000 t/anno), si possono estrarre quasi 5,5 milioni di metri cubi di biogas all’anno (oltre 600 m3 ogni ora).

Gestione di una discarica di rifiuti

La discarica deve essere costantemente controllata in tutte le sue fasi di vita, dalla realizzazione alla gestione dopo la sua chiusura. Tutti i controlli vengono fatti seguendo un piano di sorveglianza e controllo che prevede una serie di parametri da misurare attraverso dei sistemi di prelevamento ed analisi uguali per tutti in modo che non vi sia discordanza fra i dati. Il monitoraggio deve essere svolto su:

  • acque sotterranee;
  • acque meteoriche che attraversano la discarica;
  • percolato prodotto dai rifiuti in fase di deterioramento;
  • emissioni di gas dalla discarica e qualità dell’aria presente nelle vicinanze della discarica;
  • discariche in cui vengono smaltiti rifiuti contenenti amianto;
  • parametri meteoclimatici della zona in cui ha sede la discarica;
  • morfologia della discarica.

Il prelievo di acqua sotterranea è possibile grazie ad alcuni pozzetti piezometrici presenti a monte e a valle delle discariche. Controllando l’acqua sotterranea è possibile scoprire eventuali danni alle geomembrane che comporterebbero la fuoriuscita del percolato e il conseguente inquinamento del suolo e delle acque sottostanti il sito. Un altro problema sono le acque piovane che dilavano la discarica e che potrebbero contenere anch’esse del percolato. Tali acque se non raccolte potrebbero finire in corsi d’acqua siti nelle vicinanze della discarica. Un’approfondita analisi del percolato prodotto dai rifiuti potrebbe rivelare la presenza all’interno della discarica di rifiuti non conformi alla tipologia di discarica (ad es. rifiuti pericolosi in discariche di inerti). Un controllo dei gas emessi può essere utile per individuare eventuali fuoriuscite del biogas prodotto frutto di rotture nel sistema di captazione dei gas. La fuoriuscita di biogas potrebbe provocare inconvenienti se nei pressi della discarica vi fossero abitazioni.

Per le discariche contenenti amianto è di fondamentale importanza la misurazione delle fibre di amianto disperse nell’aria per le problematiche ben note rispetto all’inalazione di amianto. Ogni discarica deve essere dotata di una centralina di rilievo dei dati meteoclimatici. Una discarica deve essere costruita in zone non troppo piovose e non troppo aride in base al tipo di rifiuti che deve contenere. Il monitoraggio della morfologia della discarica permette di seguire nel tempo la deformazione strutturale della discarica che avviene in modo lento con il deterioramento dei rifiuti e quindi con la loro diminuzione di volume. Il terreno in cui viene costruita una discarica deve essere un terreno solido, non deve situarsi in piane alluvionali e la zona non deve essere fortemente sismica. I siti costruiti in zone altamente sismiche potrebbero essere soggetti a rottura delle geomembrane e dei sistemi di captazione del percolato e del biogas.

Se la discarica è progettata e costruita correttamente, i rifiuti devono comunque rimanere sorvegliati per almeno 30 anni dopo la sua chiusura. Nel frattempo l’area è utilizzabile per altri scopi (in genere il terreno superficiale può essere usato per la crescita di piante).

Se la progettazione di una discarica è importante, non meno lo è la sua gestione. Infatti ogni discarica viene progettata per accogliere determinati rifiuti (inerti, non pericolosi o pericolosi) e quindi, salvo modifiche successive, deve accogliere solo quel tipo di rifiuti. Ogni discarica è progettata per accogliere un determinato volume di rifiuti e quindi ha una vita limitata, che può essere sì prolungata, ma non protratta indefinitamente. Anche le procedure di trattamento e di messa a dimora dei rifiuti devono essere eseguite in modo da non compromettere la sicurezza per chi vi opera e da non favorire fenomeni di inquinamento.

L’inquinamento ambientale legato a una discarica ben controllata e gestita può essere sensibilmente ridotto (anche per quanto riguarda i gas serra), oltre che attuando l’opportuna preselezione del materiale da conferirvi, sfruttando l’utilizzo della frazione compostabile per la produzione di biogas e ammendante agricolo. Vi sono comunque inconvenienti come la deturpazione del paesaggio e la necessità di sorvegliare l’area per un certo periodo di tempo dopo la cessazione dell’attività, oltre all’occupazione del terreno, che diviene inutilizzabile per altri scopi dopo la dismissione della discarica, che pure può essere trasformata in un’area verde.

I rifiuti solidi e la società

Esistono, specialmente in Italia, numerose discariche abusive (inquinanti e pericolose), non controllate, spesso connesse con attività mafiose come la camorra per il lucroso traffico illegale dei rifiuti (ecomafie); ma anche quelle legali comportano problemi di trattamento, che hanno dato luogo a condanne europee.

Dal punto di vista energetico i rifiuti solidi sono molto più efficientemente trasformati se li si recupera e ricicla con tecniche moderne. Altra possibilità è l’incenerimento che comunque necessita di discariche per i residui (le ceneri, rifiuti pericolosi e pari a circa 10% in volume e 30% in peso del rifiuto introdotto) non riutilizzati e per il materiale non combustibile non recuperato (cosiddetto inerte). Dal punto di vista ambientale entrambe le tecniche di smaltimento (discarica e termovalorizzazione) possono essere considerate un male minore, da limitare in favore delle tecniche di recupero e riciclaggio.

In Italia l’onere della gestione e del trattamento dei rifiuti è caricato sui bilanci dei comuni, che finanziano questo servizio con un’apposita tassa per la spazzatura (la Tarsu). In genere essa è proporzionale ai metri quadrati dell’abitazione e al numero delle persone che vi risiedono, ma sarebbe più corretto valutare l’effettiva produzione di rifiuti differenziati/indifferenziati come avviene in alcuni comuni più virtuosi, dove la tassa è sostituita dalla Tariffa di igiene ambientale (Tia), a norma di legge.

La spesa principale consiste nel costo di trasporto (operatori e camion) dalle utenze fino alla discarica, che di solito è sita in territorio demaniale, di proprietà dello stesso comune. Se la spazzatura è depositata nel terreno di un privato o di un altro comune, i rifiuti vengono pesati e viene pagato un corrispettivo proporzionale al volume e/o peso introdotto in discarica. Il costo è quindi proporzionale alla produzione di rifiuti.

La permanenza dei rifiuti per lunghi periodi di tempo in discarica (su terreno demaniale) comporta pochi oneri economici di gestione, se non ci si preoccupa dell’impatto ambientale. La saturazione delle discariche, con la conseguenza di non potervi più conferire rifiuti, è una questione molto attuale che tra l’altro rappresenta una delle principali cause del cosiddetto “turismo dei rifiuti”, che comporta spesso lunghi viaggi in attesa dello smaltimento finale: emblematico è ad esempio il caso della Campania che, in virtù di una «emergenza rifiuti» in corso da molti anni, ha esportato centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti in altre regioni italiane e all’estero, proprio mentre veniva ribadita l’importanza dell’autonomia delle singole province nella gestione dei rifiuti.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Discarica

Potatura e quadratura siepi Sassari

Il labirinto di siepi è un labirinto creato in un giardino con pareti costituite da siepi potate.

Storia

Il labirinto di siepi nasce in Europa nel tardo rinascimento, evolvendosi dai giardini all’italiana, ma negando di questi la ricerca classicista all’armonia e all’ordine perfetto. I primi labirinti di siepi furono realizzati intorno al ‘500 e la maggior parte di essi furono creati tra il XVI e il XVIII secolo.

Labirinto di Versailles

Il labirinto di Versailles era un grande labirinto di siepi che fu costruito nel giardino della reggia reale di Versailles per il re di Francia Luigi XIV nel 1677 e quindi distrutto nel 1778. Era decorato con trentanove fontane con gruppi scultorei raffiguranti soggetti tratti dalle favole di Esopo.

Storia contemporanea

Negli ultimi decenni, sono stati realizzati molti nuovi labirinti di siepi come attrazione per alcuni parchi divertimento, o per giardini e parchi storici. Nelle fattorie del nord America è nata la pratica di creare labirinti anche all’interno dei campi di cereali per attirare turisti.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Labirinto_di_siepi

 

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