Potatura di contenimento Eucalipti Sassari

Gli eucalipti o eucalitti (Eucalyptus sono un genere di piante arboree sempreverdi dell’Oceania (soprattutto Tasmania, Australia e Nuova Guinea) e Filippine, appartenente alla famiglia delle Mirtacee (ne sono presenti circa 600 specie). Il nome deriva dal greco εὖ, “bene”, e καλύπτω, “nascondere”, in riferimento al fatto che i petali nascondono il resto del fiore)

Caratteristiche

Gli eucalipti sono sempreverdi; la specie Eucalyptus regnans in Australia può superare anche i 90 metri; in Italia queste piante raggiungono dimensioni inferiori, solitamente non più di 25 metri. Il fusto ha la corteccia liscia. Il fiore è formato da un calice a forma di coppa chiusa che si stacca con la fioritura; il frutto è a forma di capsula con all’interno molti piccoli semi.

Importanza economica

Delle numerose specie classificate, solo una sessantina hanno anche interesse economico e provengono tutte dalle zone costiere dell’Australia, le zone caratterizzate da clima mite e da ricchezza di precipitazioni atmosferiche.

Gli impieghi prevalenti delle specie di eucalipti riguardano l’uso farmacologico e fitoterapico dell’olio essenziale, l’utilizzo del legno come legna da opera o da ardere o per la fabbricazione della carta, l’allestimento di apprestamenti protettivi (frangiventi) e, infine, come pianta ornamentale e in floricoltura per la produzione di fronde.

L’eucalipto è inoltre una fonte nettarifera importante per la sopravvivenza delle api in Sardegna. Qui il miele di eucalipto rappresenta il 50% della produzione di miele isolano.

Durante e dopo la bonifica dell’Agro pontino (Lazio meridionale) e di altre zone paludose italiane, avvenute durante il ventennio fascista, vennero piantati numerosi esemplari di eucalipti, per diverse ragioni: come linee frangivento, quale valida protezione contro il forte vento e le trombe d’aria (piuttosto comuni nel Pontino, specialmente nel periodo autunnale) sia per mantenere il più possibile “in asciutto” i limitrofi canali di scolo delle acque ed evitare i ristagni d’acqua responsabili della prolificazione della zanzara anofele. Gli alberi di eucalipto infatti necessitano di un fabbisogno d’acqua piuttosto elevato se paragonato alla vegetazione autoctona.

Ad oggi, nell’Agro Pontino, l’eucalipto è considerato una specie spontaneizzata.

Usi

I principi attivi sono presenti nelle foglie che vengono essiccate e conservate, quindi utilizzate per uso interno in infuso, per uso esterno in suffumigi. Molto diffusa è la preparazione di caramelle o pastiglie a base di eucalipto per tosse e bronchi e anche l’utilizzo di olio essenziale da vaporizzare negli ambienti o in preparati per aerosol. L’eucalipto è indicato per fluidificare ed eliminare le secrezioni bronchiali, come trattamento della febbre e per combattere l’asma.
Viene consigliato contro le infiammazioni dell’apparato urogenitale ed intestinale.
Inoltre possiede proprietà antivirali ed antinfiammatorie e viene indicato contro i reumatismi; come insetticida può essere utile per eliminare i parassiti, stimola il sistema immunitario ed è antinevralgico. È utilizzato nella cura delle vesciche causate da varicella, herpes labiale e fuoco di Sant’Antonio.

L’eucalipto è una pianta mellifera che è bottinata dalle api, consentendo loro di produrre abbondante miele, anche monoflora e con le stesse proprietà balsamiche della pianta.

Nell’ambito dell’interior design, si sta diffondendo sempre più l’utilizzo dei rami di eucalipto come elemento di design per realizzare centrotavola, segnaposto e ghirlande.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Eucalyptus

Prati a rotoli Sassari

Il tappeto erboso o prato rasato o pelouse è una tipologia di prato costruito artificialmente, che si trova presso abitazioni, parchi e impianti sportivi. Si distingue dal prato in senso generico per essere ben curato e costantemente rasato con un tosaerba.

Tipi di prati rasati

Prato rustico

Costituito da grande rusticità, è usato per stabilizzare le rive dei fiumi e inverdire le piste da sci. È adatto in situazioni dove si richiede poca manutenzione.

Prato ornamentale

Viene utilizzato presso giardini pubblici e spazi verdi privati. Deve essere molto resistente al calpestamento.

Prato sportivo

È un prato molto fitto e uniforme usato nei campi da gioco (calcio, golf ecc.). Occorrono specie dalla foglia molto sottile, che permettano una perfetta rasatura.

Prato all’inglese

Prato costituito da una sola specie di erba: richiede molta attenzione, irrigazione costante (più facile in climi senza periodo di siccità estiva) ed è soggetto ad attacchi di erbe infestanti.

Tipi di erba utilizzati

Si utilizzano perlopiù graminacee appartenenti ai generi Agrostis, Cynodon, Poa, Festuca, Lolium, Paspalum, Pennisetum, Stenotaphrum, Zoysia, oltre alla Dichondra delle Convolvulacee. La scelta dell’erba è importante soprattutto in relazione alla tipologia climatica (e microclimatica) nella quale si trova il prato da allestire. Le erbe si distinguono in microterme e macroterme che si differenziano per le differenti condizioni con le quali crescono le radici (10-19 °C nel primo caso, 23-32 °C nel secondo). Altre caratteristiche importanti sono l’uniformità di crescita, la resistenza al calpestamento e la rapidità di sviluppo. Spesso si mescolano più tipi di erba per avere più resistenza al clima con estate calda e secca (mediterraneo o submediterraneo) e ai parassiti.

Semina

È consigliato il periodo primaverile; nel periodo autunnale si possono avere buoni risultati non spingendosi troppo oltre ottobre, mentre per quanto riguarda l’estate (escludendo le specie microterme che arrestano la crescita a 30 °C) si dovrà porre attenzione con annaffiature frequenti, specie nelle regioni con periodo secco estivo.

Rasatura e mulching

Il prato andrebbe rasato ogni settimana, massimo quindici giorni, durante tutto il periodo di vegetazione (primavera–autunno).

Esiste una pratica (in inglese mulching) di riciclaggio biodegradabile, che consiste nello sminuzzare l’erba con il tosaerba e di non raccoglierla nel cestello, ma di lasciarla sul prato come fertilizzante organico. Ciò risulta particolarmente utile per i prati di ampie dimensioni.

Prato in zolle o rotoli

Recentemente si è diffuso anche in Italia l’uso del prato a zolle o a rotoli (o pellicce), che permette di avere un prato rasato omogeneo anche nelle condizioni più sfavorevoli.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Tappeto_erboso

 

 

Manutenzione giardini urbani Sassari

Orti e giardini urbani: come risparmia la Sardegna agricola

La green economy torna alla ribalta: lo dimostra l’impennata di iniziative volte alla creazione di orti e giardini urbani.

A Cagliari, Sassari e Oristano coltivando si risparmia, e i cittadini con il pollice verde sono già all’opera.

Tramite bando per la concessione di appezzamenti pubblici,  le istituzioni consentono di coltivare autonomamente frutta e verdura genuine, senza utilizzare sostanze chimiche e pesticidi.

Questa pratica salutare e utile al riassetto del bilancio famigliare, ha spopolato in tutto lo Stivale come in Sardegna.

Ecco dove trovare gli orti urbani e come accedervi.

Il fenomeno degli orti urbani: l’Agricoltura che Esiste, Insiste e Resiste

Nonostante la crisi economica l’agricoltura è in ripresa, tanto da superare la  produttività media UE.

180mila le imprese hanno chiuso i battenti, ma altrettante migliaia non sono disposte ad arrendersi (ecco gli ultimi bandi per finanziamenti in agricoltura).

La produzione è aumentata dell’88% (valore medio secondo Ansa), merito dei 9.850 giovani che si dedicano all’agricoltura, anche in forma di start up, e delle nuove iniziative istituzionali.

Gli orti urbani nascono in questa cornice fatta di volontà, determinazione e voglia di risparmiare.

Non è tuttavia il dissesto economico il solo motivo ad incentivare l’autocoltivazione. Sono i valori ecologici e di salubrità alimentare a mobilitare le masse.

Un orto urbano al giorno toglie la crisi di torno

L’orto urbano è realizzato tramite un piano comunale, che indirizza terreni destinati al degrado verso la rinascita, e li trasforma in risposte concrete alla crisi.

I connazionali attivi nella gestione sono oltre 21 milioni (Sardegna compresa). Si stima che negli anni  le cifre triplicheranno.

Come funzionano gli orti urbani?

Per ovviare alla speculazione edilizia, e valorizzare aree abbandonate, i Comuni concedono tramite bando la gestione di spazi pubblici a privati, da destinarsi a orto urbano.

Tali spazi (naturalmente idonei alla coltivazione), sono suddivisi in più lotti o unità minime.

La concessione è rilasciata solo ed esclusivamente per attività non professionali (vige il divieto di commercializzazione dei prodotti) destinate all’autoconsumo famigliare, ricreativo o didattico, con finalità aggregative tra gruppi  che condividono valori di sostenibilità ambientale e inclusione sociale.

Gli orti urbani in sostanza,  rappresentano un’occasione per iniziare a nutrirsi di frutta e ortaggi sani, autoprodotti, e di unire l’utile al dilettevole fortificando le relazioni sociali.

I vincitori dei bandi tuttavia, devono osservare regole di custodia e non sono esenti da responsabilità.

Per maggiori informazioni basta leggere i bandi e le forme contrattuali tipiche su Agri Regioni Europa.

Gli orti autonomi in Sardegna

La Sardegna agricola è entusiasta del fenomeno orti urbani.

Così dalle città del Nord all’estremo Sud, sono tanti i sardi dediti all’autoconsumo.

L’esperienza di Cagliari

Fra le prime esperienze c’è L’Orto di Emilio: il primo orto nato in Sardegna su terreno pubblico.

E’ stato realizzato a Settimo San Pietro dalla Onlus TerraTerra con la collaborazione del Comune, che ha concesso 1.100 mq di appezzamento in Via Emilio Lussu.

L’Orto di Emilio è diventato un luogo d’ispirazione sociale, di incontro fra persone  e di condivisione dei principi della coltivazione biologica.

Ecco la localizzazione su Wikipamia dell’Orto di Emilio a Settimo San Pietro.

Le notizie da Monte Urpinu invece, riferiscono di uno spazio adibito, situato nei pressi dell’ex-cava, in stato di graduale abbandono.

La buona nuova riguarda l’elaborazione di un progetto di Coldiretti nella stessa area, finalizzato alla creazione di un mercato coperto con la rinascita di uno orto composto da  frutteti e agrumeti.

A maggio 2017 a Mulinu Becciu è stato inaugurato un appezzamento gestito da cittadini, dediti alla coltivazione condivisa di pomodori, melanzane, carote, zucchine ed erbe aromatiche.

In arrivo progetti anche per Quartucciu.

Eccellenze ad Oristano

Nel 2013 il Comune ha disposto 30 terreni pubblici per realizzare orti urbani.

Gli Orti di Santa Giusta rientrano nel progetto “Italia Nostra”: Onlus impegnata nella protezione dei beni culturali ed ambientali.

Lo spazio si estende per  500 mq, si trova in prossimità dell’omonima laguna e racchiude ben 10 lotti.

La gestione dei terreni è famigliare, ma supervisionata da Coldiretti per consentire la fruibilità da parte della comunità e il mantenimento delle tradizioni della Sardegna agricola.

Anche il Comune di Sorradile è attivo con il progetto “Qualità de Cibo”.

Ai cittadini che vorranno dedicarsi alla coltivazione sarà assegnato un bonus per l’acquisto di piantine e sementi.

Si parte da importi di 150 euro se le aree si trovano all’interno del paese, fino a 200 euro se il terreno ricade in zona agricola.

Criticità a Olbia

Nel 2016 il Comune di Olbia ha assegnato 27 orti urbani, fra cui diversi lotti a Tannaule, ma il vento che si è abbattuto a gennaio 2018 ha provocato danni ingenti.

Gli appezzamenti si trovano in Via Bazzoni-Sircana,  di fronte alla sede amministrativa della ASSL, e dovranno fronteggiare la ricostruzione, necessaria e dovuta in ragione di  tetti volati e alberi caduti.

Gli orti di Sassari

A dicembre 2017 il Comune di Sassari ha consegnato le chiavi per 18 appezzamenti di terreno, relativi agli orti urbani di Via Cosseddu a Li Punti.

La concessione durerà 3 anni, ed è stata effettuata con una graduatoria stilata in base al reddito ISEE e al numero di componenti del nucleo famigliare.

Gli assegnatari possono coltivare alberi da frutto, fiori e ortaggi, e trascorrere il tempo libero a contatto con la Natura curando i 60 mq messi a disposizione.

Giardini: nasce in Sardegna un campo di tulipani Fai-Da-Te

La notizia ha già fatto il giro del web.

A Turri, in Marmilla, è nato “Tulipani in Sardegna:  il primo evento dedicato alla fioritura dei tulipani.

Chi partecipa potrà ammirare circa 35mila tulipani e raccogliere quelli che preferisce secondo regole stabilite dal biglietto d’ingresso.

“Tulipani in Sardegna” è aperto tutti i giorni, compresi i week-end, dalle 09:00 alle 18:00.

Per maggiori informazioni, visitare il sito di Tulipani in Sardegna.

Fonte: https://www.eleonoradangelositoweb.com/2018/02/21/orti-e-giardini-urbani-come-risparmia-la-sardegna-agricola/

 

 

Tutela macchia mediterranea Sardegna

La macchia mediterranea è uno dei principali ecosistemi mediterranei. Si tratta di una formazione vegetale arbustiva costituita tipicamente da specie sclerofille, cioè con foglie persistenti poco ampie, coriacee e lucide, di altezza media variabile dai 50 cm ai 4 metri: spesso si tratta di formazioni derivanti dalla foresta mediterranea sempreverde.

Caratterizzazione e classificazione

La macchia mediterranea propriamente detta non va confusa con altre formazioni arbustive degli ambienti mediterranei, in particolare la Gariga, costituita da arbusti in genere di minore taglia, non sclerofilli, ma spinosi o malacofilli. Scientificamente le macchie rientrano nella classe Quercetea ilicis, mentre le garighe afferiscono ad altre classi, come Rosmarinetea officinalis e Cisto-Lavanduletea. Dal punto di vista dinamico ed ecologico le garighe rappresentano prodotti di estrema degradazione delle macchie e crescono su suoli pietrosi.

La macchia mediterranea si può diversificare per composizione floristica e sviluppo strutturale:

  • Macchia alta. La vegetazione dello strato superiore è prevalentemente composta da specie a portamento quasi arboreo, con chiome che raggiungono i 4 metri d’altezza. In questa macchia sono rappresentative le specie del genere Quercus (leccio e sughera), quelle del genere Phillyrea (ilatro e ilatro sottile), ed inoltre Arbutus unedo, cioè il corbezzolo, alcune specie del genere Juniperus (in particolare Ginepro rosso), il lentisco e altre di minore diffusione. Queste macchie in certi casi possono evolvere verso il climax della foresta mediterranea sempreverde.
  • Macchia bassa. La vegetazione dello strato superiore è prevalentemente composta da specie a portamento arbustivo, con chiome che raggiungono al massimo i 2-3 metri d’altezza. Nella composizione floristica possono entrare specie delle garighe, come l’euforbia arborea, le ginestre e altre cespugliose quali i cisti e il rosmarino. Questa macchia in realtà è una forma di passaggio alla vegetazione di gariga.

La macchia mediterranea presenta una distribuzione prevalente nelle zone caldo-aride, caratterizzate da inverni miti e umidi ed estati calde ed aride, con scarse precipitazioni. Ad effetto di tali condizioni, specie fra gli arbusti, ed in generale, è diffuso il fenomeno della estivazione totale o parziale, cioè le piante concentrano la fase di maggiore vegetazione in inverno o in primavera, mentre sono in parziale o totale stasi vegetativa in estate.

La maggior parte delle zone di macchia mediterranea si sviluppa sui declivi con suolo poco profondo e soggetto a un rapido drenaggio, su cui le formazioni della macchia svolgono una funzione importantissima di difesa del suolo dalla erosione da parte degli agenti atmosferici, assicurando un’efficace regolamentazione idrogeologica.

Costituisce un esempio di microambiente, fornendo nutrimento e riparo a insetti, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi.

La macchia rappresenta un potenziale stadio di evoluzione verso la formazione forestale della lecceta, la più tipica delle foreste mediterranee.

Specie arbustive tipiche

Fanno parte della macchia mediterranea diverse specie accomunate da alcune caratteristiche (crescita bassa, fusti resistenti, foglie rigide e coriacee) che le rendono capaci di tollerare i venti salmastri che provengono dal mare. Nella seguente eterogenea galleria fotografica figurano anche specie di gariga, come cisti e rosmarino, mentre una, il cappero, è una pianta delle rupi e dei muri.

Specie arboree tipiche

Gli alberi devono far fronte a lunghi periodi di aridità del terreno, per questo sono di solito sempreverdi oppure arbusti e piante aromatiche.

Selvicoltura

La foresta mediterranea è una fitocenosi che storicamente ha subito uno sfruttamento antropico molto elevato; per questo ora la si ritrova soprattutto allo stato di macchia alta (< di 500 ceppaie/ha).

L’eccessivo sfruttamento delle ceppaie di leccio (ottima legna da carbone), la necessità di pascoli e di campi da arare, sono le cause alla base di questo degrado. La selvicoltura di questa fascia vegetazionale, non può che essere costituita da una selvicoltura di prevenzione e tutela; è impossibile pensare ad uno sfruttamento ai fini produttivi.

Distribuzione

La macchia mediterranea, il nome lo dice, è tipica delle terre che si affacciano sul Mar Mediterraneo, oltre che sull’Atlantico, in Marocco e nella parte atlantica della Penisola iberica meridionale. Formazioni arbustive o arborescenti simili per aspetto a delle macchie, costituite cioè da sclerofille, ma del tutto diverse come specie, si trovano in altre regioni della Terra caratterizzate da condizioni climatiche simili a quelle mediterranee. Prendono nomi diversi: chaparral in California, fynbos in Sudafrica, kwongan nell’Australia occidentale, mallee nell’Australia meridionale, mentre in Cile si usa un termine utilizzato anche in Spagna: matorral.

Queste cinque zone ricoprono appena il 2% della superficie delle terre emerse del pianeta ma ospitano oltre il 20% delle specie del pianeta, rappresentando una riserva di biodiversità.

Esempi di macchia mediterranea in Italia

  • Abruzzo
    • Riserva naturale guidata Lecceta di Torino di Sangro
    • Riserva Naturale di interesse provinciale Pineta D’Annunziana
  • Campania
    • Parco regionale di Roccamonfina-Foce Garigliano
    • Riserva naturale Foce Volturno – Costa di Licola
  • Emilia Romagna
    • Parco regionale storico del Monte Sole
  • Lazio
    • Parco naturale dei Monti Aurunci
    • Riserva naturale regionale Tor Caldara
  • Marche
    • Parco regionale del Conero
    • Bosco del Cugnolo
  • Puglia
    • Parco nazionale del Gargano
    • Dune di Campomarino
    • Laghi Alimini
    • Parco naturale regionale Lama Balice
    • Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano
    • Parco Costa Otranto – Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase (Salento)
    • Parco Dune costiere da Torre Canne a Torre San Leonardo
    • Riserva naturale Le Cesine
    • Torre Guaceto
  • Sardegna
    • Parco del Sulcis
  • Sicilia:
    • Parco dei Nebrodi
    • Parco delle Madonie
    • Riserva naturale orientata dello Zingaro
    • Riserva naturale integrale Lago Preola e Gorghi Tondi
    • Riserva naturale orientata Bosco di Favara e Bosco Granza
    • Giardino della Kolymbetra
    • Riserva naturale orientata Bosco di Santo Pietro
    • Riserva naturale orientata oasi faunistica di Vendicari
    • Riserva naturale dei Monti Sicani

Toscana:

    • Isola del Giglio (Arcipelago Toscano)
    • Parco naturale della Maremma
  • Veneto
    • Colli Euganei

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Macchia_mediterranea

Manutenzione villaggi turistici Sardegna

Il villaggio turistico è un tipo di struttura ricettiva di carattere turistico ed è chiamato anche villaggio vacanze. È una struttura ricettiva per il tempo libero e lo svago; ma anche per il riposo e il divertimento; parco attrattivo dotato di un complesso alberghiero che differisce un po’ dagli alberghi tradizionali. Gli alloggi sono spesso dei bungalow o chalet; ma anche villette in muratura.

Descrizione

I Villaggi Turistici offrono attività sostanzialmente identiche a quelle offerte dalle strutture alberghiere, spesso praticate in comune, con la presenza di istruttori, animatori, ecc.. Le definizioni usate in inglese sono tourist village e holiday village, in spagnolo centro de vacaciones o complejo vacacional, in francese village vacances. Quella più nota a livello globale è resort, la parola francese resort deriva da resortir ovvero uscire (-sortir) di nuovo (re-), che rimanda all’idea di rifugio, ricovero, luogo appartato, con il significato di “stazione” che è utilizzato da aziende internazionali per descrivere la loro ragione sociale, la denominazione dei villaggi turistici o le stazioni turistiche in cui operano. Per precisare la natura del villaggio turistico, in inglese, è sufficiente posizionare un termine davanti alla parola resort, ad esempio:

  • holiday resort: villaggio per le vacanze
  • luxury resort: villaggio turistico di lusso
  • beach resort: villaggio turistico che si affaccia sulla spiaggia
  • golf resort: campo da golf corredato di appartamenti per i giocatori.

Caratteristiche

Molto spesso si fa confusione pensando che Resort e Villaggio Turistico siano la stessa cosa. È necessario invece fare chiarezza sull’argomento. I due tipi di struttura di cui parliamo non sono proprio uguali, ma simili. Il Resort è quella struttura ricettiva che si rivolge ad un target di consumatori di alto livello ed è appunto attrezzata per offrire servizi di livello elevato (vedi ad esempio i centri benessere, palestra, etc…) oltre ai servizi base (ad esempio: ristorante, campi da tennis e da calcetto, piscine, spiaggia, etc…). Il Villaggio Turistico invece, nella maggior parte dei casi, si limita ad offrire quei servizi base di cui abbiamo scritto pocanzi.

Inoltre, altra peculiarità del villaggio turistico è quella di far riferimento ad un mercato di massa. Normalmente le strutture destinate a diventare resort venivano costruite direttamente in una zona di grande attrattiva turistica; dalla fine del ventesimo secolo è invece diventato comune fare l’inverso, ovvero realizzare la struttura in un luogo in sostanza privo di attrattive turistiche e sviluppare le strutture in modo tematico, riferendo tutte le attività e le attrazioni a quel tema, come ad esempio nel Disneyland Paris Resort

Tipologia

Il termine è generalmente utilizzato per identificare una struttura alberghiera articolata che fornisce una serie di servizi e in genere comprende attività ricreative e di animazione.

Nelle grandi città è strutturato per attività congressuali e per grandi raduni, dove vengono forniti alloggi ampi e diversi, sale riunioni speciali, ristoranti e attrazioni.

Esiste un particolare tipo di villaggio turistico in multiproprietà che consente, oltre all’utilizzo della struttura per una determinata durata definita nel contratto, anche la possibilità dello scambio o la commercializzazione del periodo. Un villaggio turistico è in Europa un tipo di resort autosufficiente, dove la sistemazione è generalmente in ville. Nel Regno Unito si riferisce a un villaggio turistico, dove la sistemazione è in chalet.

I villaggi turistici in località termali, che offrono generalmente un soggiorno di sette giorni, propongono un programma completo che comprende servizi termali, attività fisica, benessere, cucina sana. Alcuni centri benessere offrono un programma all inclusive che comprende lezioni di fitness, cucina sana, corsi di formazione e seminari su argomenti salutistici, nonché servizi simili a un salone di bellezza e un centro benessere.

Il modello ” all – inclusive ” ha avuto origine nei villaggi Club Med che sono stati fondati dal belga Gérard Blitz. Essi sono spesso situati nelle regioni più calde. Un resort all inclusive ha la maggior parte o tutti i servizi offerti in un unico pacchetto e solitamente comprende alloggio, cibo illimitato, bevande, attività sportive e di intrattenimento e in alcuni casi anche il trasporto da e per l’aeroporto, il tutto a prezzo prefissato. Sono previsti in genere tre pasti al giorno, bevande analcoliche, la maggior parte delle bevande alcoliche, mance ed eventualmente altri servizi compresi nel prezzo come sport e altre attività.

Alcuni resort all inclusive sono progettati per speciali tipi di vacanza. Ad esempio, alcuni villaggi sono stati strutturati per soddisfare le esigenze degli adulti, mentre altri ancora più specialistici accettano solo coppie. Sono molto diffusi i resort all inclusive orientati verso le famiglie che dispongono di servizi con aree attrezzate, sale giochi e parchi acquatici per intrattenere i bambini. Tutti i villaggi all inclusive sono destinazioni molto popolari per celebrare matrimoni. Negli ultimi anni il numero di strutture negli Stati Uniti d’America che offrono pacchetti all inclusive è diminuito drasticamente: nel 1961 oltre la metà di esse offriva tali piani e nel 2007 la percentuale è scesa a meno del dieci per cento.

Attrazioni

All’interno di un resort generalmente si trovano:

  • Albergo
  • Bar
  • Ristorante
  • Piscina
  • Giardino

Nei resort più grandi si possono trovare anche:

  • Night club
  • Stazione termale
  • Casinò
  • Centro congressi
  • Arena per eventi sportivi
  • Teatro
  • Luna park
  • Elisuperficie
  • Infermeria

Megaresort

Si sono diffusi (in particolare nei grandi centri turistici) dei resort caratterizzati da grandiosità strutturale ed enorme capacità alberghiera, in particolare la città di Las Vegas, in Nevada è la più ricca al mondo di queste strutture.

Luoghi di diffusione

I villaggi turistici esistono ormai in tutto il mondo, sono comuni negli Stati Uniti e sono particolarmente diffusi in America Centrale e nei Caraibi. I villaggi turistici all inclusive più frequentati si trovano nei Caraibi e nella Repubblica Dominicana. Esempi notevoli sono i Club Med, i Center Parcs in Europa e i Sandals Resorts nelle isole caraibiche. La formula del villaggio turistico è molto comune nelle isole Seychelles o alle Maldive e in qualche caso il villaggio occupa l’intera isola. Queste isole si trovano generalmente nei tropici e i servizi offerti sono di alta qualità. Essi comprendono molte attività di svago in acqua o a terra.

Legge italiana

I villaggi turistici in Italia sono disciplinati da apposite leggi regionali in materia di turismo che attuano il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 13 settembre 2002 “Recepimento dell’accordo fra lo Stato, le regioni e le province autonome sui principi per l’armonizzazione, la valorizzazione e lo sviluppo del sistema turistico”. Tale Decreto, che ha completato la “Riforma della legislazione nazionale del turismo” di cui alla Legge 29 marzo 2001, n. 135, all’art. 1, individua i tipi di imprese turistiche operanti nel settore, definendo al comma 1 le attività ricettive e di gestione, al comma 2 le attività di servizio al turismo e al comma 3 le attività ad esse correlate. Data la natura dei villaggi turistici che è caratterizzata dall’offerta di attività di servizio e da altre ad esse correlate gli aspetti normativi sono di complessa applicazione, tuttavia la Legge italiana comprende tutti gli aspetti che riguardano la realizzazione e la gestione di un villaggio turistico.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Villaggio_turistico

Potatura verde Olbia

La potatura consiste in una gamma di interventi atti a modificare il modo naturale di vegetare e di fruttificare di una pianta.

Si tratta di interventi cesori, di modificazioni di posizione dei rami e di altri interventi quali trattamenti con fitoregolatori che modificano in modo analogo ai tagli l’habitus della pianta o di sue parti, la cosiddetta “potatura chimica”. Pur essendo possibili interventi di potatura sulle piante erbacee (es. cimatura del tabacco), normalmente la potatura è condotta sulle piante arboree da frutto e ornamentali. La potatura è necessaria solo quando si nota nella pianta qualche problema o qualche ramificazione troppo estesa, che può ledere il benessere e la produttività (sia in termini di crescita generale sia in quanto a fiori e frutti). I polloni, ad esempio, vanno generalmente eliminati subito. Ogni pianta ha bisogno di una potatura differente, ed è bene scegliere sia la tipologia sia il periodo migliore per effettuarla.

Obiettivi della potatura

La potatura si propone di modificare la pianta per raggiungere una serie di obiettivi:

  • dare alla pianta una forma idonea all’utilizzazione ottimale della luce (ma anche per facilitare le operazioni colturali);
  • accelerazione dello sviluppo dei giovani alberi per raggiungere al più presto lo scheletro definitivo e l’entrata in produzione;
  • avere una migliore e più rapida produzione di frutti:
  • raggiungimento di un equilibrio chioma/radici e fase vegetativa/fase riproduttiva, per una produzione alta, costante, di qualità;
  • far sì che le piante si adattino alla fertilità agronomica;
  • estendere il ciclo produttivo nelle piante senescenti.

Metodi di potatura

Gli interventi praticati con la potatura sono:

  • Soppressione: asportazione con un taglio netto, alla base, di branche, rami e germogli
  • Cimatura: eliminazione dei nodi terminali di un ramo (potatura verde)
  • Spuntatura: eliminazione dei nodi terminali di un ramo (potatura invernale)
  • Scacchiatura: eliminazione di germogli avventizi presenti sul tronco
  • Raccorciamento: asportazione di una porzione più o meno lunga della parte distale di un ramo
  • Speronatura: accorciamento che lascia solo i 2-3 nodi prossimali
  • Stroncatura: taglio del tronco alla base, per favorire il ricaccio
  • Spollonatura: asportazione dei polloni
  • Diradamento: eliminazione di fiori, frutti o rami ritenuti in soprannumero
  • Sfogliatura: eliminazione di una parte delle foglie
  • Decorticazione anulare: asportazione di un anello di corteccia per favorire la fruttificazione della parte apicale del ramo
  • Intaccatura: vengono praticati due tagli a V sopra una gemma per asportare una parte di corteccia e favorire l’emissione di un germoglio
  • Incisione: consiste in un taglio che si approfondisce fino all’alburno con lo scopo di indebolire il vigore vegetativo nelle piante da frutto
  • Infrangimento: parziale rottura di rami eccessivamente vigorosi per forzarli a fruttificare
  • Intaglio: serie di tagli ottenuti con una sega a lama spessa per poter inclinare branche di grosse dimensioni
  • Curvatura: non sono previsti tagli ma il piegamento ad arco di rami di cui si vuole rallentare lo sviluppo vegetativo
  • Inclinazione: non sono previsti tagli, se non per le branche o rami di grosse dimensioni (vedi l’intaglio), ma l’inclinazione del ramo senza curvatura per favorire l’emissione di nuovi rami
  • Divaricazione: non sono previsti tagli ma l’utilizzo di divaricatori per una giusta inclinazione delle branche
  • Piegatura: non sono previsti tagli ma l’inclinazione verso il basso di un ramo per rallentare lo sviluppo vegetativo
  • Torsione: non sono previsti tagli ma la parziale rotazione di un ramo intorno al suo asse con parziale rottura dei vasi legnosi e stimolazione a fruttificare

Gli strumenti utilizzati nella potatura sono le forbici manuali o pneumatiche, la sega, la scuretta (nel caso dell’Ulivo) e recentemente le potatrici meccanizzate per le coltivazioni specializzate (ad esempio la Vite)

Tipi di potatura

La potatura è distinta in base allo scopo e alla stagione in cui viene eseguita, ricordiamo di seguito quelle più utilizzate:

  • Potatura di allevamento o di formazione: praticata con l’intento di dare alle giovani piante la forma ottimale per lo sfruttamento razionale dello spazio e della luce
  • Potatura di fruttificazione o di produzione: praticata con l’intento di: favorire lo sviluppo dei rami che portano fiori e/o frutti per migliorarne la qualità; e per mantenere il giusto equilibrio tra attività produttiva e vegetativa della pianta
  • Potatura di trapianto: eseguita alla fine dell’inverno, nel momento della messa a dimora delle piantine, per eliminare le radici rovinate, contorte o mal disposte e per effettuare il taglio o intestatura dell’Astone all’altezza dell’impalcatura
  • Potatura di riforma o di ristrutturazione: praticata quando sorge l’esigenza di variare la forma di un albero, ritenuta non più idonea ai fini produttivi (ad esempio l’adozione di macchinari per la raccolta dei frutti meccanizzata) od ornamentali
  • Potatura di ringiovanimento: praticata con l’intento di rinnovare le piante ormai senescenti, con una drastica riduzione della chioma con la capitozzatura, al fine di ottenere nuovi getti che sostituiranno le branche invecchiate
  • Potatura di risanamento o di rimonda: praticata per eliminare le parti di chioma disseccate, spezzate o attaccate da parassiti
  • Potatura invernale: praticata per attivare la vegetazione con tagli più o meno drastici a seconda degli scopi, come per il melograno che si consiglia la potatura verso la fine dell’inverno, tra febbraio e marzo
  • Potatura verde o estiva: eseguita durante il ciclo vegetativo con lo scopo di deprimere il vigore vegetativo di alcune parti della pianta a favore di altre, con operazioni di spuntatura, scacchiatura, sfemminellatura, diradamento dei frutticini, sbottonatura dei bottoni floreali, cimatura, spollonatura, etc..
  • Potatura in ambito forestale praticata su:
    • Rami verdi: per ottenere il sollevamento della chioma, nelle conifere si parla di spalcatura; non viene effettuata sulle specie di difficile cicatrizzazione come il Faggio o l’Abete rosso e nelle piante più vecchie
    • Rami secchi: praticata nell’Arboricoltura da legno per evitare l’inglobamento dei monconi dei rami nel legno, onde evitare la formazione di nodi e il conseguente deprezzamento commerciale; in Silvicoltura viene a volte praticata allo scopo di migliorare le condizioni di luminosità del sottobosco e per attenuare i pericoli di incendio e gli attacchi dei parassiti

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Potatura

Melis Multiservizi Sassari

La società MELIS MULTISERVIZI è una realtà di punta del Nord Sardegna che nel corso di un ventennio di attività ha maturato esperienze con numerosi enti pubblici ed aziende, qualificandosi come apprezzato erogatore dei seguenti servizi:

  • Pulizie civili e industriali (Sanificazione e Disinfezione Locali privati e pubblici ai sensi della L. 82/94 e D.M. 7/7/97 N. 274 come da ns. visura camerale)
  • Traslochi
  • Montaggio mobili ed allestimenti
  • Facchinaggio e lavori in economia
  • Lavorazione e posa infissi e prodotti in ferro, alluminio e acciaio in collaborazione con le Officine Delogu di Sassari
  • Deposito di 300 mq – Logistica e distribuzione merci
  • Gestione depositi e piattaforme conto terzi
  • Servizi ambientali e smaltimenti certificati
  • Gestione del verde
  • Giardinaggio
  • Allestimenti floreali matrimoni ed eventi
  • Distruzione documenti su scala industriale e conferimento al macero
  • Servizi alberghieri
  • Servizi studi professionali

Dispone delle seguenti Certificazioni:

  • Albo Nazionale Cooperative – A115593
  • Albo Nazionale conto terzi – SS 9253711/c
  • Albo Nazionale Gestori Ambientali – CA 03167 per le categorie 1F 4F e 5F (trasporto rifiuti speciali pericolosi e non)
  • Iscrizione sistri web_ss_332383
  • Iso 9001:2015
  • Iso 14001:2015
  • Iso 18001: 2007
  • Iscrizione SardegnaCat e MEPA per il bando “SIA104”, “Facility Management”, “Servizi di Logistica” e “Arredi 104”

Contattaci al numero 079 267 9111 per sopralluoghi e preventivi gratuiti con rapidità di intervento.

Facchinaggio Sassari

Quando si parla di impresa di facchinaggio, l’ordinamento italiano non si riferisce soltanto a quelle attività che prevedono lo spostamento dei bagagli nelle stazioni ferroviarie o di arredi e documenti negli uffici. Infatti, con un solo termine, facchinaggio, si intendono tante attività: portabagagli, facchini, pesatori, accompagnatori di bestiame, imballaggio, pulizia di magazzini e piazzali. Insomma le opportunità sono veramente tante. Te ne parlo in questo articolo nel quale ti spiego tutto ciò che occorre sapere per permetterti di aprire un’impresa di facchinaggio.

Normativa di riferimento

In Italia l’attività di facchinaggio è regolamentata dalla legge 5 maggio 2001, n. 57, il cui articolo 17 detta misure atte a favorire la riqualificazione delle imprese di facchinaggio e di movimentazione delle merci.
La legge in commento rimanda ad un decreto del Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato da emanare, di concerto con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale. Il decreto cui si fa riferimento, emanato due anni dopo (decreto 30 giugno 2003, n. 221) dal Ministero delle attività produttive, ha dettato le disposizioni di attuazione dell’art. 17, legge 57/2001.

Attività soggette alla disciplina del facchinaggio

Le disposizioni in materia di imprese di facchinaggio si applicano alle attività come di seguito indicate:

  • portabagagli;
  • facchini e pesatori dei mercati agro-alimentari;
  • facchini degli scali ferroviari compresa la presa e consegna dei carri;
  • facchini doganali;
  • facchini generici;
  • accompagnatori di bestiame;
  • facchinaggio svolto nelle aree portuali da cooperative derivanti dalla trasformazione delle compagnie e gruppi portuali;
  • insacco, pesatura, legatura, accatastamento e disaccatastamento, pressatura;
  • imballaggio;
  • gestione del ciclo logistico;
  • pulizia magazzini e piazzali;
  • depositi colli e bagagli, presa e consegna, recapiti in loco;
  • selezione e cernita con o senza incestamento;
  • insaccamento od imballaggio di prodotti ortofrutticoli, carta da macero, piume e materiali vari;
  • mattazione, scuoiatura, toelettatura e macellazione;
  • abbattimento di piante destinate alla trasformazione in cellulosa o carta e simili;
  • attività preliminari e complementari.

Requisiti per l’avvio dell’attività

Le imprese che esercitano attività di facchinaggio devono essere iscritte, ai sensi di quanto previsto dall’art. 17, c. 1, legge 5 marzo 2001, n. 57, nel registro delle imprese. Condizione necessaria per l’iscrizione in tale registro è la sussistenza di specifici requisiti di onorabilità:

  • assenza di procedimenti penali;
  • assenza di condanna per ricettazione, riciclaggio, insolvenza fraudolenta, bancarotta fraudolenta, usura, sequestro di persona a scopo di estorsione, rapina, salvo che sia intervenuta riabilitazione;
  • assenza di interdizione all’esercizio di arte o professione;
  • assenza di violazioni di norme in materia di lavoro, previdenza e assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.

Fonte: http://www.lavoroimpresa.com/lavoro-imprenditoria/art/1207-come-aprire-impresa-facchinaggio

Sfalcio erba impianti eolici e fotovoltaici Sardegna

La grande diffusione delle fonti rinnovabili è sotto gli occhi di tutti: impossibile non notare la presenza di pannelli fotovoltaici, pale eoliche e di altre tecnologie per la generazione di energia pulita nelle nostre città e nei passaggi di campagna o montagna. Poco più di dieci anni fa, però, la situazione era del tutto diversa: gli impianti fotovoltaici erano appannaggio soltanto di alcuni appassionati ecologisti, mentre la presenza di pale eoliche erano limitate a poche precise località, con progetti sperimentali.

L’unica fonte di produzione rinnovabile che aveva (e che ha tuttora) un ruolo importante era quella idroelettrica, soprattutto nel Nord Italia. Cosa è successo in questi dieci anni e poco più? La diffusione delle fonti di energia rinnovabile, soprattutto nel periodo 2008-13, è stata trainata dalla presenza di molteplici sistemi di incentivazione per queste fonti, in alcuni casi parecchio generosi (l’esempio più noto è quello delle prime edizioni del Conto Energia fotovoltaico), garantiti dalla componente A3 della bolletta elettrica, cioè sostenuti indirettamente da tutti quanti gli utenti elettrici italiani.

Incentivi a eolico e fotovoltaico: un po’ di storia

Grazie alla remunerazione diretta per ogni kWh prodotto, le rinnovabili hanno recuperato il gap di competitività con le fonti fossili, spingendo privati e semplici cittadini a investire su queste tecnologie. Proprio nei primi anni dell’incentivazione si sono gettati le basi per l’attuale diffusione delle fonti pulite, che hanno permesso all’Italia di raggiungere gli obiettivi europei al 2020 con numerosi anni di anticipo, perlomeno per quanto riguarda la parte elettrica. L’incentivazione, insomma, si è dimostrata sicuramente uno strumento molto utile in termini di generazione di kWh puliti, ma non è invece riuscita a supportare lo sviluppo di una filiera industriale nazionale. I pochi produttori di pannelli e componenti per l’eolico Made in Italy sono stati soppiantati nel giro di pochi anni dalla concorrenza internazionale, soprattutto asiatica.

Da qui ha preso origine la nota leggenda urbana, secondo cui gli incentivi alle rinnovabili pagati dagli italiani sarebbero finiti in Cina: in realtà buona parte di questi incentivi è finita in massima parte ai proprietari stessi degli impianti, in buona parte italiani e, in subordine, alla filiera nazionale di operatori deputati all’installazione e alla manutenzione degli stessi. Buona parte di questi incentivi sono stati aboliti dal 2014 in poi, proprio per un problema al tempo sentitissimo, quello cioè di un peso ritenuto eccessivo per le bollette elettriche. Ma gli impianti rinnovabili sovvenzionati prima dello stop, continuano ancora oggi a godere di questi meccanismi di incentivazione “generosi”, poiché costruiti per durare in media circa vent’anni.

Incentivi alle rinnovabili: il ruolo del GSE

Ecco perché, secondo l’ultimo rapporto delle attività pubblicato dal GSE, ancora oggi il conto del sostegno alle incentivazioni delle fonti rinnovabili risulta estremamente elevato: la stima è che, nel 2019, il Gestore dei servizi energetici abbia dovuto sostenere un costo netto di ben di cui 11,4 miliardi di euro per l’incentivazione dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili (a cui vanno aggiunti ulteriori 1,3 miliardi ascrivibili all’efficienza energetica e alle rinnovabili termiche, 0,8 miliardi elativi ai biocarburanti e 1,3 miliardi riconducibili ai proventi derivanti dal collocamento di quote di emissione all’asta nell’EUETS).

Concentrandoci esclusivamente sulla parte elettrica, i costi sostenuti dal GSE per l’incentivazione e il ritiro dell’energia elettrica si sono attestati nel 2019 sui 12,9 miliardi di euro, in calo rispetto ai 13,4 miliardi del 2018 per effetto della minor produzione idroelettrica e delle scadenze del periodo incentivante di impianti ex Cerfificati verdi e CIP6/92

Questi costi sono stati in parte compensati dai ricavi provenienti dalla vendita dell’energia ritirata: nel 2019 il GSE ha collocato sul mercato elettrico 28,6 TWh, realizzando un ricavo di 1,5 miliardi di euro, in calo rispetto al 2018 sia per la contrazione dei volumi (-2 TWh) sia per la diminuzione del prezzo medio dell’energia. La differenza tra i costi e i ricavi ha così determinato gli 11,4 miliardi di euro di fabbisogno economico per il 2019, in lieve calo rispetto agli 11,6 miliardi del 2018. La fonte più onerosa dal punto di vista dei costi di incentivazione è anche quella più nota e popolare, vale a dire il fotovoltaico: nel corso del 2019 il GSE ha gestito l’erogazione degli incentivi ai 549.212 impianti (17.569 MW) ammessi ai diversi Conti Energia, per un costo di 5,9 miliardi di euro, ovvero circa 200 milioni in più rispetto al 2018.

Incentivi alle rinnovabili: la svolta del 2019

Il 2019 è un anno chiave per l’incentivazione delle fonti rinnovabili nel nostro Paese. In effetti, con tutta probabilità, si tratterà dell’ultimo anno in cui sono stati realizzati nuovi impianti senza il sostegno di strumenti di incentivazione diretti. In effetti, il D.M. 4 luglio 2019 (più noto come FER 1) ha rinnovato i preesistenti meccanismi di incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti alimentati da fonti rinnovabili (D.M. 6 luglio 2012 e D.M. 23 giugno 2016, in particolare riservati all’eolico), introducendo per la prima volta in Italia un sistema di competizione intertecnologica.

L’incentivazione è prevista per le fonti fotovoltaica, eolica, idroelettrica e gas di depurazione. In particolare, il Decreto individua, in funzione della fonte, della tipologia d’impianto e della categoria d’intervento, quattro differenti gruppi. Per ciascun gruppo sono previsti distinti contingenti di potenza incentivabile, da assegnare con sette successive procedure competitive di registro o asta, sulla base di specifici criteri di priorità o del ribasso sul livello di incentivazione offerto dagli operatori in sede di partecipazione alla singola procedura.

Gli impianti ammessi in posizione utile, a valle dell’entrata in esercizio, sono incentivati sulla base dell’energia immessa in rete: quelli fino a 250 kW con delle Tariffe Onnicomprensive (TO); quelli oltre tale soglia di potenza con un incentivo pari alla differenza tra una tariffa di riferimento e il prezzo zonale orario dell’energia. Sono inoltre previsti due ulteriori premi: uno da riconoscere all’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici installati in sostituzione di coperture d’amianto, l’altro all’energia prodotta e autoconsumata per gli impianti realizzati su edifici e di potenza fino a 100 kW.
La domanda che qualcuno si potrebbe fare è: perché, nonostante gli oltre 11 miliardi di euro spesi annualmente per l’incentivazione delle rinnovabili elettriche, l’Italia ha deciso di concedere una nuova tornata di incentivi alle fonti rinnovabili e, in particolare, al fotovoltaico? La risposta risiede negli obiettivi europei al 2030: per raggiungere il target del 30% di consumi di energia primaria coperti con le fonti pulite, solare ed eolico sono chiamati nei prossimi anni a viaggiare a un ritmo di installazione accelerato. Rendendo così indispensabile un sostegno statale per stimolare gli investitori e la realizzazione di nuovi impianti.

Fonte: https://www.lumi4innovation.it/energie-rinnovabili-italia-come-funziona-e-quanto-costa-sistema-incentivazione/

Raccolta erba secca Sassari

Con i termini pianta infestante (oppure malerba o popolarmente erbaccia) si intende una pianta che, non rivestendo alcuna funzione ritenuta utile per la produzione agricola, va a danneggiare le piante esistenti entrando in competizione con esse o parassitizzandole.
In senso più ampio il concetto può essere esteso, oltre che alle piante infestanti i campi coltivati, anche alle piante che, crescendo in città in maniera incontrollata, accentuano il problema delle allergie o fanno percepire come “sporco” o degradato il luogo ove crescono.

Non esiste un vero e proprio elenco di piante infestanti in quanto la definizione di malerba è puramente soggettiva: alcune piante utili o coltivate possono divenire malerbe nel momento in cui cessa la loro funzione di utilità per l’uomo.

Talvolta viene usato in modo erroneo il termine pianta parassita come equivalente di pianta infestante.

La malerba in agricoltura

Nel quadro della produzione agricola, come s’è detto, si considerano infestanti le specie non coltivate che si installano in un campo, ma anche la ricrescita di una coltura precedente, come ad esempio:

  • la ricrescita di cereali in un campo di colza;
  • la ricrescita di patate in un campo di cereali o di barbabietole;

e così via.

Le infestanti possono essere:

  • piante perenni, che si riproducono in modo vegetativo, oppure che permangono nel terreno per diversi anni: gramigna, vilucchio, ailanto, vite americana, vilucchio bianco, ecc…
  • piante annuali, più spesso, che si riproducono da seme, spesso con un forte potenziale riproduttivo: erba morella, sorghetto, bella di notte, stramonio,E euphorbia helioscopia, ecc…

La semenza della malerba

La semenza delle infestanti è caratterizzata da:

  • una grande longevità, dipendente da una forte resistenza al disseccamento e all’asfissia anche in caso di interramento profondo, grazie all’impermeabilità all’acqua e all’aria del loro tegumento;
  • la presenza nel suolo in grandi quantità, da 20 a 400 milioni di semi per ettaro a una profondità tra 10 e 15 cm: la flora di superficie sarebbe costituita dal 5 al 10% di questo stock.

Identificazione delle infestanti

Per utilizzare in modo razionale gli erbicidi evitando trattamenti inutili, è necessario che gli agricoltori identifichino le infestanti presenti sui loro terreni.

In un’area di produzione determinata, il numero delle principali specie di infestanti da conoscere si aggira attorno alla trentina.
D’altra parte, alcune specie sono spesso associate a determinate colture: chenopodio e amaranto alle barbabietole, caglio e veronica ai cereali, ecc.

Il riconoscimento è ancor più importante nel caso che il controllo sia effettuato evitando l’utilizzo di mezzi chimici, ad esempio in agricoltura biologica. Difatti è indispensabile conoscere il ciclo biologico della pianta in modo da scegliere la strategia di controllo più efficace ed economica, ed il momento ottimale di attuazione.

Danni delle infestanti alle colture

La nocività delle infestanti si presenta sotto i seguenti aspetti:

  • concorrenza per la radiazione solare, l’acqua e i nutrienti: le infestanti si alimentano a danno delle colture. Il peso di questa concorrenza è in funzione della natura delle infestanti, della loro densità, dell’influenza della concimazione e delle condizioni climatiche favorevoli al loro sviluppo.
  • deprezzamento della raccolta, in presenza di frammenti di infestanti che diminuiscono la qualità della produzione, o di chicchi di infestanti, come la morella o la carie, che possono alterarne il sapore o indurre effetti tossici. La presenza di ranuncoli, di equiseto, di felci, di colchico o di mercuriali nelle erbacee stoccate in silo o raccolte a secco e non sono consumate fresche dagli animali, può provocare incidenti.
  • caglio e chenopodio possono creare intasamenti nelle macchine al momento della raccolta delle barbabietole; la presenza di graminacee infestanti può favorire l’allettamento dei cereali e così danneggiarne la raccolta;
  • lo sviluppo di parassiti e di malattie può essere favorito dal microclima creato da infestanti invasive, o dal fatto che esse costituiscono un serbatoio o un rifugio per virus, batteri, funghi, acari o insetti.

Effetti nefasti della lotta contro le infestanti

L’uso sconsiderato di erbicidi per controllare lo sviluppo delle infestanti ha portato a casi di inquinamento delle acque di superficie e di quelle sotterranee da parte delle sostanze chimiche in essi contenute, in particolare quelle appartenenti alla famiglia delle triazine (per questa ragione, gli erbicidi appartenenti a questo gruppo sono vietati, in Francia).

La possibilità di sviluppo di colture di mais transgenico resistente ad alcuni erbicidi suscita interrogativi. Impiegati nel rispetto delle buone pratiche agricole, questi OGM possono ridurre l’impatto ambientale grazie all’utilizzo di erbicidi molto meno tossici. Tuttavia un utilizzo non ragionato dei diserbanti può indurre ulteriore inquinamento delle acque.

Controllo delle infestanti

Il controllo delle infestanti in un terreno agrario è, come si è detto, fondamentale.

Il controllo si può attuare con l’ausilio di pratiche agronomiche, lavorazioni meccaniche, interventi con mezzi fisici, chimici, biologici o attraverso l’azione combinata di quelli citati.

Esistono due metodi, per controllare le infestanti: quello diretto e quello indiretto. Quello indiretto (preventivo), consiste nell’evitare che i semi delle infestanti possano entrare nel campo coltivato, la disseminazione, quindi, si può evitare, mediante:

  • Il controllo degli incolti, ad esempio carraie o fossi.
  • Non utilizzare letame fresco (il letame è formato dalla paglia che può essere infestata; inoltre le deiezioni degli animali possono contenere i semi delle infestanti. Tutti questi effetti scompaiono con adeguata maturazione aerobica, da protrarsi per almeno 9 mesi).
  • Curare la pulizia delle macchine.
  • Controllare sempre la purezza della semente, che non sia contaminata da semi o frammenti di piante infestanti.

Un metodo per evitare la presenza di infestanti in una coltivazione è una buona rotazione colturale; ad esempio una sessennale formata da:

  • 1º anno: pianta da rinnovo; che può essere il pomodoro.
  • 2º anno: pianta depauperante; che può essere il frumento.
  • 3º 4º 5º anno: pianta miglioratrice; che può essere l’erba medica, ma anche soja, trifoglio, fava… Va detto però che queste ultime tre, sarebbe bene tenerle sul terreno solo un anno, perché, dopo dodici mesi, cominciano a perdere le loro proprietà; discorso contrario per la medica, che per tre anni consecutivi, continua a dare nuovi fusti.
  • 6º anno: pianta depauperante.

Il perché una buona rotazione può contrastare le infestanti è che le piante da rinnovo (come il pomodoro) necessitano di un buon diserbo e buoni interventi colturali per produrre, quindi, la pianta che l’anno successivo si troverà in quel determinato campo.

Il controllo diretto, invece, interviene direttamente sull’infestante presente nel campo. Esistono due tipi di controllo diretto: il diserbo meccanico e il diserbo chimico. Il diserbo meccanico che prevede delle macchine per diserbare i terreni infestati, è composto da due tipi di macchine: la sarchiatrice (sia ad organi rotanti ed a organi fissi) e l’erpice strigliatore per il frumento.

Il diserbo chimico (non tollerato dall’agricoltura biologica) utilizza dei diserbanti (o erbicidi) per disinfestare i terreni, grazie soprattutto a macchine finalizzate allo spandimento di queste sostanze dannose per le piante erbacee.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Piante_infestanti

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