Sanificazioni Sardegna
L’ipoclorito di sodio è il sale di sodio dell’acido ipocloroso. La sua formula chimica è NaClO.
Diluito variabilmente dall’1% al 25% circa in soluzione acquosa, di colore giallo-paglierino e dal caratteristico odore penetrante, è noto nell’uso comune come sbiancante e disinfettante, con i seguenti nomi:
- candeggina, dal verbo candeggiare, che significa rendere candido, bianco, usata per disinfettare sanitari e pavimenti, smacchiare, sbiancare o decolorare tessuti e capi di abbigliamento non colorati.
- varichina, varechina, varachina o varecchina, dal francese varech, alga da cui si ricavava la soda.
- Amuchina (nome commerciale di Angelini) in soluzione più diluita, viene usata come disinfettante alimentare; fu inventata da Oronzio De Nora, un ingegnere elettrotecnico originario di Altamura; la parola deriva dal greco antico: ἀμυχή, amychḗ («graffio»).
- nettorina o nitorina, usato soprattutto nel nord-Italia, specialmente in Romagna, il cui significato è rendere splendente, cioè nitido, limpido, pulito, bianco.
- acquetta o acquina, usato soprattutto in Toscana.
- neveina o niveina, usato al centro e sud Italia, e che significa, appunto, rendere bianco come la neve.
- conegrina, di etimologia incerta e di uso piemontese-lombardo.
- acqua di Labarraque, dal chimico francese che la studiò, Antoine Germain Labarraque (1777-1850).
- acqua di Javel (dal francese eau de Javel).
Caratteristiche
Puro, l’ipoclorito di sodio è un sale pentaidrato (NaClO·5 H2O) che fonde a circa 18 °C ed è particolarmente instabile. Sia per sfregamento sia per riscaldamento a temperature superiori a 35 °C può decomporsi in maniera anche violenta. Proprio per questo non viene mai commercializzato e impiegato puro. Viene invece usato in soluzione acquosa, a concentrazione generalmente non superiore al 25%.
Chimicamente è ottenuto da un forte alcale, l’idrossido di sodio (soda caustica) quasi neutralizzato da un acido debole, che impartisce alla soluzione finale un pH alcalino; una soluzione di 160 g di ipoclorito di sodio in un litro d’acqua ha un pH di circa 12. Industrialmente, viene ottenuto per gorgogliamento del cloro gassoso nell’idrossido di sodio, secondo la reazione
- {\displaystyle {\ce {Cl2 + 2 NaOH -> NaClO + NaCl + H2O}}}
Essendo una base chimica, l’ipoclorito di sodio viene talvolta confuso con la stessa liscivia, nome comune dell’idrossido di sodio (soda caustica), molto più corrosiva.
Altri usi
Per la sua azione ossidante, oltre che esser utilizzato come sbiancante e disinfettante, l’ipoclorito di sodio è uno sporicida, un fungicida e un virucida.
Viene anche utilizzato, titolato in cloro attivo al 5% e spesso riscaldato, come principale irrigante endocanalare in endodonzia (branca dell’odontoiatria).
Una soluzione di ipoclorito di sodio, a varie titolazioni, è usata per la disinfezione e pulizia degli apparecchi per emodialisi.
In chimica organica trova applicazioni come agente ossidante, ad esempio nell’epossidazione di Jacobsen.
Precauzioni
Candeggina e soluzioni varie di ipoclorito di sodio sono irritanti e caustiche; è bene pertanto maneggiarle usando un paio di guanti di gomma e avendo cura di evitare il contatto con gli occhi. Non devono inoltre essere mescolate né all’acido cloridrico (acido muriatico per gli usi domestici) con cui sviluppano cloro, tossico, né all’ammoniaca con cui sviluppano clorammine, irritanti, né all’etanolo, con cui sviluppano cloroformio o altri alogenuri alchilici. Le soluzioni di ipoclorito di sodio sono sensibili alla luce e al calore e hanno una durata limitata nel tempo. Devono quindi essere conservate al riparo dalla luce e lontano da fonti di calore. Se acquistate in supermercato è meglio preferire i prodotti confezionati in bottiglie non trasparenti in grado di proteggere il prodotto dalla luce.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Ipoclorito_di_sodio

Manutenzione campi sportivi Sassari
Un campo sportivo (o campo da gioco) è un’area delimitata usata per gli sport o per i giochi.
Descrizione
Esso è in genere posto all’aperto, però esistono molte grandi strutture con campi sportivi al coperto utilizzati per gli sport indoor. Normalmente i campi sportivi sono realizzati in erba (calcio, rugby, tennis, football), terra (tennis, baseball), cemento (tennis, basket), sabbia (beach volley) o materiali sintetici (tennis, pallavolo, basket, calcio).
Tipi di campi di sportivi
Ci sono vari tipi di campi sportivi comunemente utilizzati nei seguenti sport
- Campo di calcio (calcio)
- Campo da tennis (tennis)
- Diamante (baseball)
- Campo di basket o Parquet di basket (basket)
- Campo da rugby (rugby)
- Campo da volley o da pallavolo (pallavolo)
- Campo da hockey su ghiaccio (hockey su ghiaccio)
- Campo da hockey su prato (hockey su prato)
- Campo da hockey su pista (hockey su pista)
- Campo da golf (golf)
- Piscina (nuoto)
- Pista (o Track) per le gare di corsa e Prato (o Field) per i concorsi (atletica leggera)
- Pista di ghiaccio (pattinaggio di figura e pattinaggio di velocità su ghiaccio)
Con riferimento al significato considerato sinonimo di campo sportivo e cioè campo di gara, rientrano in questa categoria anche il velodromo (ciclismo su pista), l’autodromo (automobilismo e motociclismo), il poligono di tiro (tiro a segno e tiro a volo), i quali pur essendo a tutti gli effetti impianti sportivi, hanno anche il significato di “campi di gara” in cui gli stessi sport vengono praticati. Difatti velodromo ed autodromo sono anche dette le piste del velodromo e dell’autodromo stessi, mentre il campo di calcio è il campo di gara del calcio o la piscina è il campo di gara del nuoto. Inoltre “campo di gioco” è il termine usato anche per i giochi da tavolo con le carte, dove indica l’area dove sono poste durante il gioco.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_sportivo

Raccolta ingombranti Sassari
RIFIUTI INGOMBRANTI: COSA SONO E COME GESTIRLI
Ti è mai capitato di doverti disfare di un vecchio elemento d’arredo e non sapere come comportarti?
In questi casi si parla di rifiuti ingombranti, per i quali è prevista una procedura di gestione e smaltimento differente rispetto ai rifiuti solidi urbani, quelli comunemente gestiti con la raccolta differenziata.
In ogni comune o area metropolitana è presente un servizio pubblico di raccolta degli ingombranti, ma le modalità variano a seconda della zona.
In ogni caso, i principi e le normative alla base della gestione dei rifiuti ingombranti è sempre la medesima.
Vediamo insieme, quindi, quali sono i rifiuti configurabili come ingombranti e come comportarsi quando c’è necessità di disfarsene.
COSA SONO I RIFIUTI INGOMBRANTI
Iniziamo dalla classificazione dei rifiuti ingombranti, secondo il Codice Europeo dei Rifiuti.
Classificato con il codice 200307, un rifiuto ingombrante è così definito:
“un rifiuto residuo di grandi dimensioni che non ha trovato collocazione in altre tipologie di raccolta differenziata; in altre parole è ingombrante il rifiuto che residua da tutte le raccolte differenziate, avente dimensioni unitarie tali da non poter essere conferito all’ordinario sistema di raccolta del secco residuo.”
Quindi, i rifiuti ingombranti sono quei rifiuti per i quali non è previsto il conferimento in nessuna delle tipologie di raccolta differenziata disponibili.
Oltre alle dimensioni notevoli, un altro elemento discriminante è la loro composizione: se, infatti, sono composti da materiali differenti, che non possono quindi essere gestiti allo stesso modo, devono passare attraverso un processo dedicato di smaltimento.
QUALI SONO I RIFIUTI INGOMBRANTI
Quindi, quali sono i prodotti riconducibili alla fattispecie dei rifiuti ingombranti?
Eccoli:
- armadi;
- tavoli;
- mobili vari;
- divani, poltrone, sedie;
- reti e strutture dei letti;
- giocattoli voluminosi;
- lampadari;
- biciclette;
- assi da stiro;
- zaini e valigie di grandi dimensioni.
Spesso si fa confusione tra i rifiuti ingombranti e i cosiddetti RAEE, ovvero rifiuti elettrici ed elettronici, per i quali è previsto un processo di gestione diverso rispetto a quello tradizionale.
In effetti, alcuni RAEE vengono assimilati agli ingombranti per via delle dimensioni, come può capitare ad esempio con un frigorifero o una lavatrice.
È importante sapere, però, che anche se l’iter di conferimento è magari il medesimo, il trattamento successivo è differente.
DOVE CONFERIRE I RIFIUTI INGOMBRANTI
Il conferimento dei rifiuti ingombranti non può avvenire, come menzionato prima, tramite il normale servizio di raccolta differenziata, anche laddove il rifiuto presentasse dimensioni ridotte.
L’assenza di un materiale prevalente, infatti, rende impossibile conferire il rifiuto all’interno del bidone specifico, ma non può nemmeno finire in quello del secco indifferenziato.
Quindi, come si procede?
Le opzioni sono, solitamente, due:
- Si trasporta il rifiuto presso l’isola ecologica del proprio comune, attenendosi al regolamento interno. Infatti, quasi sempre c’è un limite massimo di prodotti che possono essere conferiti su base giornaliera. Ti consigliamo, quindi, di chiedere prima;
- In moltissimi comuni è disponibile anche un servizio di raccolta a domicilio, su prenotazione.
Ricordati, però, che c’è sempre una terza via: il riuso.
Ad esempio, se stai buttando via un elemento d’arredo ancora in buone condizioni, semplicemente perché hai deciso di rinnovare casa, puoi verificare se, tra i tuoi contatti, c’è qualcuno a cui potrebbe tornare utile quel prodotto.
Evitare gli sprechi è sempre il modo migliore per aiutare il pianeta.
Fonte: https://www.fasda.it/rifiuti-ingombranti/

Messa in sicurezza segnaletica verticale stradale Sardegna
La segnaletica verticale è l’insieme dei cartelli che circondano le strade o che sono posti in maniera verticale.
Cenni storici
Dopo pochi anni dall’apparizione dei primi veicoli a motore lungo le strade, sono apparsi ai lati della carreggiata anche i primi segnali stradali, le cui forme, grandezze e colori erano lasciati inizialmente in mano ad iniziative locali se non addirittura al mecenatismo di singoli. Tra i primi cartelli che si vollero installare c’erano quelli relativi al pericolo più sentito dell’epoca: il passaggio a livello, seguiti a poca distanza di tempo dai cartelli indicanti le direzioni per le varie località, soprattutto turistiche.
In Italia si deve soprattutto al Touring Club Italiano la messa in opera e il censimento della cartellonistica stradale, nei loro testi storiografici si trovano le prime indicazioni pratiche in merito:
| «Un palo indicatore era formato da un’asta di ferro molto robusta a forma di Y, alta circa 3 metri, sulla quale era attaccato un cartello di ghisa fusa, sul quale si trovava in alto la legenda: T.C.C.I. e sotto: Dono del signor…., oppure: Dono del V.C. di…, oppure: Dono di Soci di…. e così via. Nella parte centrale del cartello c’erano le indicazioni: Attenzione! Discesa pericolosa; A X km… e simili. Il palo era verniciato con minio di piombo, mentre il cartello aveva uno sfondo turchino oltremare e le lettere in bianco» |
La seduta del Consiglio del Touring Club Italiano del 18 dicembre 1895 registrò la sottoscrizione di 1500 lire stanziate per la posa dei primi 100 pali per segnalazione ai crocicchi.
I pali erano alti circa 4 metri con un diametro tra i 12 ed i 15 cm, preferibilmente di legno di castagno o di rovere larice.
Nel 1898 si tenne nel Lussemburgo un congresso internazionale al quale parteciparono 17 associazioni turistiche. Proprio in questa sede, per permettere la fruizione dei cartelli stradali agli stranieri o agli analfabeti, si affermò la necessità di eliminare le scritte e di inserire dei simboli uniformati per tutte le nazioni.
Nel 1903 il TCI creò una Commissione permanente per le segnalazioni stradali che stabilì l’importanza di indicare con chiarezza le distanze, i passaggi a livello, le svolte, le ripidezze insidiose e le direzioni ai bivi. Nacque perciò una prima divisione in tre categorie:
- segnali di direzione
- segnali di rallentamento
- segnali di pericolo.
Nel 1907 la rivista The car rilevò che la categoria di persone più indifferente alle segnalazioni era quella degli agricoltori: abituati a percorrere le strade ormai familiari, non ne avevano certo bisogno; inoltre, prima dell’avvento dei cartelli di indicazione, gli automobilisti che non conoscevano le strade locali erano costretti a domandare informazioni, che spesso pagavano. Questa mancanza di fonte lucrativa portava, in alcuni casi, al danneggiamento o alla rimozione della segnaletica.
Nel primo dopoguerra fu stabilita una distinzione dei cartelli in tre categorie con forme specifiche:
- forma triangolare per i segnali di pericolo;
- a freccia per quelli di direzione;
- circolare per quelli di prescrizione o disciplina.
Si conservò la forma rettangolare per i cartelli di località, abitati, preavvisi di bivio, prudenza, corsi d’acqua, monumenti e pochi altri casi. Queste differenziazioni geometriche, che il Touring Club Italiano fu il primo ad adottare, vennero riconosciute alla Conferenza di Ginevra del 1931.
Dai dati storici risulta che fino agli anni quaranta erano stati installati in Italia circa 335 000 cartelli stradali, che risultarono però in gran parte danneggiati dalla guerra, vista anche l’abitudine dei belligeranti di rimuovere o mutilare ogni cartello in grado di dare indicazione o beneficio all’avversario.
Segnaletica verticale in Italia
segnali stradali verticali italiani sono regolati dal «Nuovo codice della strada» (d. lgs. nº 285 del 1992) e si dividono in 4 categorie principali:
- segnali di pericolo;
- segnali di prescrizione;
- segnali di indicazione;
- pannelli integrativi
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Segnaletica_verticale

Servizio di cippatura Sardegna
Cippato di legno: come produrlo e con quali cippatrici
- l’uso che ne fanno le aziende agricole e boschive per alimentare i propri impianti a biomassa in modo decisamente economico, risolvendo anche un problema di smaltimento di residui delle lavorazione boschive o comunque di materiale che, negli anni passati, veniva bruciato;
- l’utilizzo del cippato di legno in tante caldaie policombustibile, uso che si sta velocemente diffondendo per l’economicità di questo combustibile rispetto alle alternative pellet e nocciolino di sansa;
- gli investimenti, giustificati dal conto energia, in piccole e grandi centrali per la produzione di energia elettrica e termica, alimentate a cippato di legno.
- di quanto materiale legnoso disponiamo effettivamente? Se non ne abbiamo tanto meglio comprare una piccola cippatrice o addirittura fittarla;
- tipo di legno: se sono soprattutto ramaglie quelle che dobbiamo cippare, possiamo comprare una macchina con potenza limitata, ma si tratta di legna di grande pezzatura e di tronchi, allora servirà un investimento decisamente più importante;
- le dimensioni e la qualità del cippato di legno che ci serve: se pensiamo di alimentare una caldaia che richiede un cippato molto regolare e calibrato, dobbiamo mettere a conto che serve una macchina piuttosto costosa;
- dove intendiamo cippare: se la macchina deve essere spostata spesso o meno influisce sulla tipologia e conseguentemente sull’investimento;
- se già possedete macchinari ai quali collegare la cippatrice: potreste pensare di collegare la cippatrice al vostro trattore, risparmiando molto rispetto a dover acquistare una cippatrice con un proprio motore.
- piccole: con potenze tra i 25 e i 50 kw che lavorano tronchi fino a 20 cm di diametro e con una capacità produttiva di 20 tons al giorno;
- medie: con potenze comprese tra i 50 e i 110 kw che lavorano tronchi fino a 30 cm e con una capacità produttiva giornaliera di 50 tons al giorno;
- grandi: con potenza superiore ai 110 kw che lavorano tronchi sopra i 30 cm e con una capacità produttiva giornaliera superiore alle 50 tons al giorno.
- cippatrici a tamburo: è la tecnologia riservata alle macchine più potenti. Il cippato viene prodotto da un tamburo dotato di coltelli o martelli. Le dimensioni del tamburo variano da 50 cm a 150 cm;
- cippatrici a disco: queste cippatrici sono dotate di un disco in acciaio su cui insistono dei coltelli montati in posizione radiale; il disco ha dimensioni superiori agli 80 cm e queste macchine sono in grado di lavorare tronchi di dimensione max pari al 25% rispetto alla dimensione del disco:
- cippatrici a coclea: ha la caratteristica di produrre scaglie piuttosto omogenee attraverso il passaggio del legno spinto nella vite che è dotata di lati taglienti.
Scritto da Gianclaudio Iannace
Fonte: https://www.biomassapp.it/blog/cippato-di-legno-come-produrlo-e-con-quali-cippatrici

Servizi alberghieri Sassari
I costi di gestione sono davvero tantissimi da sostenere per un albergatore. Pulizia, personale, cura dei dettagli, colazioni e annesso ristorante.
Chi gestisce una struttura alberghiera lo sa: i costi di gestione sono davvero tantissimi da sostenere per un albergatore. Pulizia, personale, cura dei dettagli, colazioni e annesso ristorante: servizi essenziali per un hotel ma che comportano comunque ingenti spese per un imprenditore. Il tutto allo scopo di garantire una maggiore qualità dei servizi e un ottimo soggiorno a ogni cliente che si ospita.
Per fronteggiare al meglio gli sprechi e, soprattutto, problematiche di vario genere, da un po’ di tempo a questa parte gli albergatori stanno optando sempre di più per imprese che si occupano di outsourcing. Sebbene possa apparire un termine complicato, outsourcing non significa altro che “esternalizzazione” di un servizio. In sostanza, si affida ad un’azienda esterna la gestione di uno o più servizi dell’albergo, per ottenere maggiore qualità e per risparmiare sui costi di gestione e del personale, soprattutto in periodi di calo delle prenotazioni.
Vantaggi dell’outsourcing
Tra i servizi alberghieri più affidati ad imprese che si occupano di outsourcing abbiamo:
- Pulizia delle camere
- Preparazione e servizio delle colazioni
- Contabilità
- Ricezione del cliente
- Gestione del sito e del check-in da remoto
Da qui si evincono i vantaggi che spingono un albergatore a rivolgersi ad una società outsourcing alberghiero. Innanzitutto la maggiore qualità dei servizi offerti. Ci si rivolge, infatti, a ditte specializzate nel settore di riferimento, che offrono servizi altamente competenti e produttivi, anche di più rispetto ad un personale magari poco esperto. Poi non bisogna sottovalutare il fattore spese: con l’outsourcing è possibile risparmiare un’ingente somma di denaro nel lungo periodo e si possono dimenticare i cosiddetti costi fissi, cioè i costi che si devono fronteggiare anche quando c’è un calo di clientela e di prenotazioni.
È molto probabile, per esempio, che un albergo posizionato vicino al mare, durante l’inverno o comunque nei periodi di bassa stagione, rimanga vuoto o con pochi clienti. Nonostante questo, però, ci saranno comunque dei costi fissi da sostenere, come quello del personale e delle pulizie, a prescindere dal numero delle camere occupate. Ebbene, con un servizio di outsourcing, l’albergatore paga la sua azienda partner solo quando ha bisogno della sua competenza e dei suoi servizi, risparmiando così molto denaro.
Senza dimenticare il piano ferie del personale, che praticamente non esisterà più affidandosi ad una ditta esterna specializzata. Difatti, essa fornisce sempre e in qualsiasi stagione il personale addetto alle pulizie o alla reception, senza preoccupazioni riguardanti ferie, malattie o richieste di giorni di permesso.
I dati parlano chiaro: -15% dei costi
Secondo una recente indagine, chi utilizza l’outsourcing per il proprio albergo o struttura ricettiva può arrivare a risparmiare almeno il 15% sui costi. Il tutto senza, però, compromettere la qualità dei servizi che vengono offerti alla propria clientela. Un dato statistico che ci dimostra quanto l’outsourcing può permettere ad un albergatore di fatturare, risparmiare ma soprattutto offrire i migliori servizi ad ogni cliente che decide di prenotare nella sua struttura. Il tutto senza dover fronteggiare i tanto odiati costi fissi, che a prescindere dalla stagione o dal numero di clienti, vanno pagati e rispettati per qualsiasi struttura ricettiva.
L’outsourcing serve ad alberghi di lusso e non
Sebbene possa apparire un servizio perfetto solo per alberghi rinomati o strutture ricettive di lusso, il servizio di outsourcing è l’ideale anche per chi è ancora agli inizi e non riesce a fronteggiare al meglio tutte le spese relative alla ricezione e alla cura del cliente. Questo perché permette, come detto, di risparmiare grosse cifre in merito a gestione, risorse umane e costi fissi, soprattutto. Ovviamente, la qualità dei servizi non ne risente: si offre ad ogni nuovo cliente il meglio della pulizia, della colazione e della cura dello stesso, in modo efficiente e soprattutto professionale.
Fonte: http://www.targatocn.it/2019/06/26/leggi-notizia/argomenti/economia-7/articolo/hotel-in-ordine-e-riduzione-dei-costi-con-i-servizi-di-outsourcing.html

Taglio erba Sassari
Curare il giardino, concimandolo e irrigandolo regolarmente non basta per tenerlo sempre ordinato e in forma, in particolare se si tratta di un prato che viene calpestato spesso. Il manto erboso per restare sano e forte deve essere tagliato con regolarità, possiamo farlo con interventi frequenti, nella bella stagione anche ogni 10 giorni.
Si può gestire il taglio dell’erba in molti modi, oggi esistono anche robot rasaerba che automatizzano il lavoro passando quotidianamente. Se si taglia spesso possiamo optare per la tecnica del mulching, in cui il tosaerba sminuzza lo sfalcio e lo lascia sul posto, ad arricchire il terreno.
Bastano alcuni accorgimenti e l’uso di attrezzature adeguate per mantenere il prato vigoroso e libero dalle erbe infestanti, eccovi qualche consiglio utile su come effettuare i tagli del manto erboso, inclusa l’altezza a cui tagliare, il periodo e la frequenza con cui farlo e naturalmente gli attrezzi ideali per questo lavoro.
L’altezza di taglio
Un dato importantissimo da tenere in considerazione in una manutenzione prato è l’altezza di taglio. In genere si cerca di non far superare mai all’erba l’altezza di 10 cm. Questa misura è ritenuta la migliore sia per una questione estetica che per impedire lo sviluppo delle piante infestanti.
L’altezza del taglio ideale in genere è di 3-4 cm, ma nelle zone in ombra è preferibile alzarla di qualche centimetro, visto che la crescita è più stentata. Va comunque sottolineato che l’altezza del taglio dipende anche dal tipo di erba, ad esempio se nel nostro giardino abbiamo scelto di seminare erba Poa Pratensis allora l’altezza di taglio ideale sarà compresa tra i 4 cm e i 5 cm.
Una regola da rispettare per gestire l’altezza del taglio, comune per qualsiasi tipologia di erba sia presente nel prato, è quella di non rimuovere mai più di un terzo della vegetazione, in modo da non stressarlo a causa del taglio eccessivo, che porterebbe inevitabilmente degli sfilacciamenti (scalping).
5 consigli per una manutenzione perfetta
Vi sono degli accorgimenti che bisogna rispettare per eseguire i tagli erba al meglio e poter avere un manto erboso curato in giardino. Riassumo qui cinque indicazioni utili per un migliori risultato in termini estetici ma anche di salute del prato. Non dimentichiamoci infatti che il prato è compost da piante vive.
- Eseguire il taglio quando l’erba è asciutta.
- Eseguire i tagli erba nelle ore più fresche della giornata, meglio se di pomeriggio.
- Utilizzare attrezzi con lame ben affilate.
- Eseguire il taglio erba in senso alternato per non creare solchi o compattare eccessivamente i fili da un lato.
- Non tagliate mai più del 30% dell’altezza dell’erba.
Quanti tagli fare in un anno
Per avere un prato sempre ordinato è utile tagliare l’erba spesso. Il taglio, infatti, aiuta a fortificare il manto erboso, stimolando le piante a vegetare e ingrossando il loro apparato radicale. Con radici forti il prato sopporta meglio occasionale siccità e anche calpestio. L’erba tagliata raramente invece convoglia le sue risorse nel produrre uno stelo alto e si indebolisce.
Se si fanno pochi tagli inoltre ci sarà meno controllo sulle essenze presenti nel giardino: eventuali semi di piante spontanee avranno tempo di germinare e formare piante che andranno a seme, moltiplicandosi. Un prato tagliato spesso resta più uniforme.
Se per qualsiasi motivo non possiamo eseguire il taglio erba con una certa regolarità, dobbiamo rispettare almeno dei periodi in cui il lavoro deve essere necessariamente effettuato, così da dare vigore al prato e assicurargli una buona crescita.
Il primo taglio del prato dopo averlo seminato deve avvenire quando l’erba raggiunge i 9-10 cm di altezza. Considerando la regola, già citata, di non bisogna mai tagliare oltre un terzo della pianta, se vogliamo ottenere un’erba più corta possiamo raggiungere gradualmente l’obiettivo, effettuando dei tagli frequenti, fino a mantenere l’erba ad un’altezza di 3-4 cm.
Dopo il primo taglio, bisogna programmare dei tagli da eseguire regolarmente nel tempo, basandoci sulla rapidità di crescita dell’erba. Per orientarsi meglio su quanti tagli fare per la manutenzione del prato durante un anno ecco cosa fare nelle varie stagioni.
Taglio erba in primavera e autunno
Autunno e primavera sono le stagioni in cui si taglia maggiormente il manto erboso, il clima umido e l’abbondanza di piogge, accompagnate da temperature miti, accelerano la crescita del prato. Quindi i tagli erba devono avvenire con una certa frequenza. A seconda dei casi può anche essere necessario un intervento di taglio a settimana per tenere il giardino perfetto, meglio in ogni caso non andare oltre ai 15 giorni.
Tagli estivi
In estate i tagli erba devono avvenire con minore frequenza per evitare il rischio di inaridimento e diradamento del prato. In genere i tagli vanno eseguiti con cadenza di uno ogni 15-20 giorni, sufficienti a mantenerlo ordinato.
Periodo invernale
In genere nel periodo invernale il taglio del prato viene sospeso. Quindi, nel periodo che va da novembre e febbraio niente manutenzione, per poi riprendere a marzo, quando la temperatura è attorno ai 15 gradi. Ovviamente si tratta di un’indicazione generale, da valutare in base alla zona climatica in cui si trova il prato.
Il mulching
Una funzione sempre più richiesta nei rasaerba è il mulching, termine che si riferisce al processo di sminuzzamento dell’erba dopo averla tagliata e rilasciata sul prato, dove i frammenti si decompongono e formano un concime naturale ricco e nutriente.
Il fatto di lasciare l’erba sul prato è certamente salutare nel lungo periodo, perché si evita di asportare sostanza organica. Perché i residui d’erba non diano noia occorre però che il rasaerba abbia un ottimo sistema di sminuzzamento, triturando finemente l’erba, se vogliamo fare mulching è bene quindi scegliere un attrezzo adatto.
Il mulching richiede anche un taglio d’erba frequente, in modo che la quantità di sostanza sminuzzata e lasciata sul terreno sia moderata.
Quali attrezzi usare
Gli attrezzi da utilizzare per tagliare l’erba del giardino sono diversi e tra questi bisogna scegliere quello rispondente al meglio alle caratteristiche del giardino e al budget di spesa che si vuole affrontare, tenendo sempre come fine ultimo un risultato soddisfacente.
Scegliere l’attrezzo giusto per i tagli erba del giardino è fondamentale anche per poter lavorare bene, senza far troppa fatica o perder tempo. Per fortuna l’ampia gamma di attrezzi in commercio offre varie opzioni tra cui cercare quello più adatto ai lavori da eseguire.
Rasaerba
Il rasaerba è un attrezzo pratico che richiede una manutenzione minima, ovvero l’affilatura della lama una volta l’anno. In genere per un prato di medie dimensioni il rasaerba indicato è quello elettrico, che ha un costo contenuto e una rumorosità ridotta, anche se il cavo di alimentazione è un intralcio, in particolare in caso di un giardino grande, con alberi e arbusti intorno. Esistono tosaerba elettrici più moderni alimentati a batteria, alcuni anche capaci di prestazioni elevate e quindi che si possono prestare a grandi superfici. Il limite può essere la carica della batteria, ma se si dispone di ricambi si possono affrontare lavori impegnativi. Il classico tosaerba per giardini abbastanza grandi è quello con motore a scoppio, che garantisce autonomia e potenza, anche se è rumoroso.
Il tosaerba può essere a spinta o trazionato, la presenza di trazione, quindi con le ruote che girano per opera del motore, è consigliata se si lavora spesso o se la superficie di prato è estesa.
Trattorino
Il trattorino è un mezzo comodo da guidare, ideale per eseguire tagli erba professionali e svolgere diverse funzioni utili ad una perfetta manutenzione del prato di grande dimensione. Tra i modelli in commercio ve ne sono di vari dimensioni e sono dotati di vari accessori per eseguire lavori sia dove il prato è a distesa libera che dove sono presenti alberi e cespugli.
Robot rasaerba
I robot rasaerba permettono di tagliare il prato senza sforzi, lavorano praticamente da soli, basta programmarli e raggiungono facilmente ogni angolo del giardino anche perché sono senza filo. In commercio sono presenti modelli molto sofisticati, che distinguono le zone che sono già state passate e dotati anche di sistema antifurto.
Decespugliatore
Utile per arrivare nei punti che il rasaerba non riesce a raggiungere, anche se meno preciso in quanto l’altezza di taglio è governata dall’operatore a braccia.
l decespugliatore nei tagli erba si usa in tre casi:
- Taglio dei bordi. Essendo un attrezzo più maneggievole ha il compito di raggiungere tutti i punti in cui il tosaerba non arriva, rifinendo il taglio. Conviene passare prima con il decespugliatore, in modo che l’erba sfalciata possa poi esser triturata ed eventualmente raccolta dal tosaerba.
- Taglio di erba alta o arbusti. Se facciamo crescere troppo il prato e l’erba è molto alta e fitta una passata di decespugliatore può esser necessaria.
- Taglio di rive e prati in pendenza. Ci sono situazioni in cui sarebbe pericoloso passare il tosasiepi, in particolare dove la pendenza farebbe ribaltare la macchina, questo tipo di lavoro è meglio farlo con un decespugliatore.
Esistono decespugliatori di varie classi di potenza, da scegliere in base alle esigenze. Su Orto Da Coltivare trovate una guida alla scelta che può esservi utile.
Fonte: https://www.ortodacoltivare.it/prato/tagli-erba.html

Sanificazione ambienti interni Sassari
Al via la comunicazione delle spese di sanificazione e adeguamento degli ambienti di lavoro
di Debora Reverberi
A partire da oggi, 20 luglio 2020, è possibile comunicare all’Agenzia delle entrate l’ammontare delle spese ammissibili ai seguenti due crediti d’imposta introdotti dal Decreto Rilancio:
- credito d’imposta per le spese di sanificazione e acquisto dei dispositivi di protezione individuale, di cui all’articolo 125 D.L. 34/2020, convertito in Legge, con modificazioni, dalla L. 77/2020;
- credito d’imposta per le spese di adeguamento degli ambienti di lavoro, di cui all’articolo 120 D.L. 34/2020 convertito in Legge, con modificazioni, dalla L. 77/2020.
Il modello di comunicazione, approvato dal provvedimento del Direttore delle Entrate del 10.07.2020, è valevole per entrambi i crediti d’imposta, prevedendo due sezioni separate in cui indicare distintamente, per ciascun credito:
- le spese ammissibili sostenute dal 01.01.2020 fino al mese antecedente la data di sottoscrizione della comunicazione (spese a consuntivo);
- le spese ammissibili da sostenere dal mese della sottoscrizione fino al 31.12.2020 (spese a preventivo);
- l’importo del credito d’imposta spettante in relazione ad aliquote e limiti specifici di ciascuna agevolazione.
La comunicazione può essere inviata, direttamente dal contribuente o tramite intermediario abilitato, con l’apposito servizio web presente nell’area riservata del sito internet o tramite i canali telematici dell’Agenzia delle Entrate.
Entro cinque giorni dalla presentazione della comunicazione è previsto, nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate, il rilascio della ricevuta che ne attesta la presa in carico, ovvero lo scarto con l’indicazione delle relative motivazioni.
La comunicazione delle spese ammissibili è uno step fondamentale per l’accesso e la fruizione dei crediti d’imposta, indipendentemente dalla modalità di utilizzo prescelta:
- detrazione nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa;
- utilizzo diretto in compensazione ai sensi dell’articolo 17 D. Lgs. 241/1997;
- cessione, anche parziale, del credito d’imposta a terzi soggetti, ivi inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari, ai sensi dell’articolo 122, comma 2, lettere c) e d), D.L. 34/2020.
Con lo stesso modello è possibile inviare, ad eccezione del caso in cui si sia successivamente optato per la cessione del credito d’imposta:
- una comunicazione sostituiva di quella precedentemente e validamente trasmessa; in caso di comunicazione successiva riferita a uno solo dei due crediti d’imposta, per l’altro credito d’imposta resta valida l’ultima comunicazione regolarmente inviata;
- la rinuncia integrale al credito d’imposta precedentemente comunicato.
In caso di opzione per la cessione del credito d’imposta, possibile fino al 31.12.2021, sarà cura del cedente comunicarla con le funzionalità rese disponibili nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle Entrate.
Il cessionario del credito sarà successivamente tenuto a comunicarne l’accettazione utilizzando le medesime funzionalità.
Trattandosi di agevolazioni che soggiacciono a regole diverse, la finestra temporale di trasmissione del modello di comunicazione delle spese, il contenuto e i termini di fruizione differiscono l’uno dall’altro.
Credito d’imposta per le spese di sanificazione e acquisto DPI
La comunicazione delle spese ammissibili può essere inviata dal 20.07.2020 al 07.09.2020.
Il credito d’imposta teoricamente spettante, da indicare nella comunicazione, corrisponde al 60% delle spese complessivamente sostenute nel 2020 entro il limite di credito di 60.000 euro.
L’importo del beneficio indicato in comunicazione rappresenta il contributo massimo fruibile: entro l’11.09.2020 verrà resa nota, con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate, la percentuale da applicare al credito teoricamente spettante onde rispettare il limite complessivo di 200 milioni di euro per l’anno 2020 previsto dall’articolo 125, D.L. 34/2020.
Tale percentuale sarà calcolata come rapporto tra il limite complessivo di spesa e l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta richiesti.
Di conseguenza il credito d’imposta effettivamente spettante coinciderà con il 60% delle spese ammissibili sostenute nel 2020 solo qualora l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta richiesti dai contribuenti risulti inferiore al limite di spesa di 200 milioni di euro.
Il diritto all’utilizzo in compensazione del credito d’imposta spetta a partire dal giorno lavorativo successivo alla pubblicazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate che definisce la percentuale del credito d’imposta effettivamente spettante.
Parimenti la comunicazione della cessione del credito d’imposta può avvenire esclusivamente a decorrere dal giorno lavorativo successivo alla pubblicazione del provvedimento di determinazione della percentuale applicabile.
Credito d’imposta per le spese di adeguamento degli ambienti di lavoro
La comunicazione delle spese ammissibili può essere inviata dal 20.07.2020 al 30.11.2021.
Nel caso in cui sia inviata nel 2021 deve contenere esclusivamente le spese ammissibili sostenute nel 2020.
Il contenuto della comunicazione prevede, per i soggetti esercenti attività d’impresa, arti e professioni, l’indicazione del codice dell’attività economica esercitata in luoghi aperti al pubblico, che deve rientrare nei codici Ateco riportati nell’elenco allegato al provvedimento di approvazione del modello.
Viene effettuata una verifica di corrispondenza fra il codice indicato nel modello e quanto precedentemente comunicato dal soggetto beneficiario all’Agenzia delle entrate con i modelli AA7/AA9, pena lo scarto della comunicazione.
Il credito d’imposta spettante, da indicare nella comunicazione, corrisponde al 60% delle spese complessive (a consuntivo e a preventivo) entro il limite di spesa di 80.000 euro (limite di credito 48.000 euro).
Il diritto all’utilizzo in compensazione del credito d’imposta spetta:
- a partire dal 01.01.2021 e non oltre il 31.12.2021;
- dal giorno lavorativo successivo alla corretta ricezione della relativa comunicazione.
L’eventuale comunicazione della cessione del credito a terzi può avvenire:
- a decorrere dal 01.10.2020 per comunicazioni delle spese inviate entro il 30.09.2020;
ovvero
- a decorrere dal giorno lavorativo successivo alla corretta ricezione della comunicazione delle spese inviate oltre il 30.09.2020.
Fonte: https://www.ecnews.it/al-via-la-comunicazione-delle-spese-di-sanificazione-e-adeguamento-degli-ambienti-di-lavoro/

Realizzazione impianti di irrigazione Sassari
L’irrigazione, in agronomia, è una delle principali operazioni colturali che si prefigge differenti scopi secondo il contesto ambientale ed operativo. Nei casi più ricorrenti, questa tecnica si identifica con l’irrigazione umettante, finalizzata a incrementare l’umidità del terreno, quando gli apporti idrici naturali e le riserve immagazzinate sono insufficienti a coprire il fabbisogno delle colture. In questi casi, l’umidità del terreno rappresenta un fattore limitante, perciò la tecnica incrementa la produttività di un terreno agrario offrendo come risultato un miglioramento della resa quantitativa e, talvolta, della resa qualificativa.
Il termine italiano “irrigazione” deriva direttamente dal latino classico irrigare = in + rigare (far scorrere in canali), da cui discendono il sostantivo irrigatio e l’aggettivo irriguus. Con significato simile si usa anche il verbo rigare e il sostantivo rigatio. Questi vocaboli latini sono presenti negli antichi trattati d’agricoltura, mentre nel Medioevo fanno parte della lingua delle persone colte, che li usano negli scritti in latino e talvolta nelle poesie in volgare. Nel corso Cinquecento il verbo è utilizzato principalmente dai poeti. Il progressivo abbandono del latino come lingua scientifica ha favorito il trasferimento di termini colti come “irrigare” e “irrigazione” nella lingua italiana, anche se spesso sono affiancati da quelli più popolari o presenti nei dialetti.
Storia
L’irrigazione è una pratica antichissima.
Dopo avere ricavato il proprio frumento, per quattromila anni, sui rilievi semiaridi che attorniano le valli del Tigri e dell’Eufrate, la cosiddetta Mezzaluna fertile, i primi coltivatori dell’Eurasia pensarono di coltivarlo usufruendo delle piene primaverili dei due fiumi, al centro della grande valle, dove la piovosità è quasi nulla.
L’uso delle piene avrebbe imposto la loro regolamentazione, l’organizzazione di grandi masse di lavoratori, liberi o schiavi, e la costruzione di immensi depositi per raccogliere il prodotto che maturava in due-tre settimane, ma che era sufficiente all’alimentazione delle popolazioni per l’intero anno.
È stato autorevolmente sostenuto che, se la nascita dell’agricoltura aveva imposto la dimora stabile dei coltivatori e determinato la nascita del villaggio, quella dell’irrigazione impose la nascita della città, con l’apparato amministrativo necessario a ripartire i frutti della terra, quindi il diritto, e l’esercito necessario a difendere immense aree coltivate dalle razzie dei popoli pastori, sempre pronti a mietere dove non avessero seminato[2].
Nata in Mesopotamia, la prima civiltà irrigua avrebbe conosciuto la propria copia in Egitto, oltre un millennio più tardi sarebbe stata ricalcata, in Asia, dalla civiltà del riso, con due millenni di ritardo ulteriore, da quella del mais in Messico e in Perù.
Medioevo: l’apporto degli Arabi
Nell’Occidente l’irrigazione si è sviluppata lentamente. Nel Mediterraneo l’hanno propagata, in Andalusia e in Sicilia, gli arabi. Così si è verificato il prodigio dell’irrigazione padana, il fattore che avrebbe assicurato all’Italia un decisivo vantaggio economico su tutti i paesi del Continente, come attestano gli splendori della civiltà italiana del Basso Medioevo e del Rinascimento.
Singolarmente l’Italia non ha nessuno scrittore di fatti agrari che comprenda, per tre secoli, la portata dell’economia fondata sull’irrigazione. Il primo agronomo ad attestarne il ruolo in termini economici, agronomici, demografici, è, nel Cinquecento, Agostino Gallo.
Il Novecento
Nei secoli successivi l’irrigazione non conobbe sviluppi significativi: la sua dilatazione prodigiosa iniziò, sospinta dalla tumultuosa crescita demografica, all’alba del Novecento, e procede, in crescendo esponenziale, fino al Duemila. Dalle prime dighe di Assurbanipal e di Ramsete, in quattromila anni all’alba del secolo l’uomo ha costruito dighe e canali per irrigare 40 milioni di ettari, che nel 1950 superano i 110, nel 1999 i 260, oggi il fulcro della produzione agricola mondiale: 17 per cento della superficie, 40 per cento della produzione delle derrate chiave. Su 260 milioni di ettari vengono impiegati, annualmente, 3.100 chilometri cubici di acqua, oltre il 70 per cento delle disponibilità mondiali.
Il futuro
Mentre tutte le proiezioni prevedono, nei prossimi trent’anni, la dilatazione della domanda alimentare, che secondo autori autorevoli raddoppierà, al quesito se sarà possibile estendere ulteriormente le aree irrigue è più verosimile si debba dare risposta negativa che risposta positiva.
Mentre non è agevole ridurre i consumi dell’agricoltura, siccome per ogni chilogrammo di sostanza secca prodotta occorrono, biologicamente, 250-300 litri d’acqua, oltre a quella che è inevitabile disperda il vento e assorba l’atmosfera, e produrre 10 tonnellate di cereali impone, mediamente, l’impiego di 10.000 tonnellate di acqua, le disponibilità sono sempre più intensamente contese all’agricoltura dalle città e dalle industrie, e non esistono, sul planisfero, grandi pianure i cui fiumi, se l’orografia consentisse di realizzare grandi dighe, non siano state erette.
Tipologie di irrigazione
Finalizzate all’incremento della resa
Sono le tecniche più antiche, basate sull’apporto di acqua per reintegrare quella assorbita dalle piante e non pervenuta alle stesse per mezzo di fenomeni atmosferici.
Totalitaria
Quella quotidiana e regolare, adatta al mantenimento del rapporto acqua/vegetale. Quando sopperiscono all’intero fabbisogno idrico delle colture per tutto il ciclo.
Di soccorso
Per irrigazione di soccorso, si intende l’irrigazione che si fa ad un terreno quando si verificano condizioni climatiche non previste tali da pregiudicare la resa della coltura in atto.
Ausiliarie
Per irrigazione ausiliaria, si intendono quelle operazioni di irrigazione atte ad aiutare la coltura in atto in particolari situazioni di debolezza. La differenza tra l’irrigazione ausiliaria e quella di soccorso sta nel fatto che nell’irrigazione di soccorso le condizioni climatiche che pregiudicano la resa della coltura non sono previste, mentre nell’irrigazione ausiliaria si sa già quando la coltura avrà delle difficoltà, e quindi si apporta acqua al terreno per aiutarla.
Finalizzate alla coltivazione di colture non autoctone
L’irrigazione, evolvendosi nel corso della storia, ha permesso la messa a coltura di specie originarie di climi differenti da quello del terreno considerato, che altrimenti non permetterebbe la loro crescita.
Dilavante
Attuata nei terreni aridi, diluisce i sali minerali, i quali posseduti in quantità eccessiva dal terreno, sarebbero dannosi alla coltivazione.
Termica
L’acqua è in grado di accumulare ingenti quantità di calore: sfruttando tale proprietà è possibile riscaldare le piante, come nel caso di una risaia o di un prato marcitoio.
Climatizzante o antibrina
Sfruttando il calore liberato con la solidificazione dell’acqua, si mantengono gli organi vegetativi (in particolare le gemme) ad una temperatura superiore a quella dell’aria, limitando enormemente i danni da brina. Tale sistema è utilizzato diffusamente ad esempio nelle piantagioni di mele in Alto Adige.
Sussidiaria
Al fine di integrare e coadiuvare l’effetto di un trattamento al terreno, come per diffondere un erbicida o per facilitare l’esecuzione di una lavorazione.
Pigmentante
Irrigazione che viene praticata, per esigenze commerciali, allo scopo di provocare il viraggio del colore della frutta (es. nei meleti del trentino, 15 giorni prima della raccolta), in quanto l’evaporazione causa la diminuzione della clorofilla portando all’evidenziazione del pigmento (colore verde tipico). A goccia vi è una macchina che fa uscire l’acqua in piccole gocce ma regolarmente
Il fabbisogno irriguo
Per calcolare il fabbisogno irriguo di un campo si sottraggono dagli apporti d’acqua annuali (piogge, risalita da falda, acqua trattenuta dal terreno) i fabbisogni idrici delle colture ottenendo in questo modo i fabbisogni irrigui netti, ai quali vanno aggiunte le perdite che si verificano nel corso dell’irrigazione. In generale, i consumi d’acqua delle colture dipendono sostanzialmente da tre elementi:
- le condizioni climatiche, individuate da variabili come la temperatura e l’umidità dell’aria, l’irraggiamento solare e la ventosità;
- il grado di sviluppo della coltura e di copertura del suolo;
- l’evoluzione dinamica del tenore di umidità del suolo.
Una diffusa metodologia per valutare i fabbisogni irrigui massimi delle colture si basa sul calcolo del prodotto fra l’evapotraspirazione di riferimento ET0, che dipende dalle condizioni climatiche, e di un coefficiente colturale kc che rappresenta una misura del sviluppo vegetativo di una specifica coltura nelle diverse fasi fenologiche.
Conoscendo l’apporto di pioggia Pn al netto del quantitativo d’acqua intercettato dall’apparato fogliare, il fabbisogno irriguo massimo (Irr) è quindi definito nel seguente modo:
- {\displaystyle Irr=ET_{0}\cdot k_{c}-Pn}
L’informazione relativa al coefficiente colturale kc è estremamente variabile, anche all’interno della stessa tipologia colturale, poiché dipende da numerosi fattori, quali data e densità di semina, apporto di sostanze nutrienti, natura dei suoli e pratiche agronomiche. L’osservazione da satellite consente il monitoraggio dello sviluppo delle coperture vegetali, con grande dettaglio e precisione. Da oltre due decenni, la superficie della Terra viene ripetutamente fotografata dallo spazio, grazie a satelliti artificiali dotati di “occhi” particolarmente potenti, in grado di eseguire un continuo monitoraggio dell’ambiente (acqua, suolo, atmosfera). L’evoluzione tecnologica di questi sensori consente oggi di rilevare dettagli di dimensione inferiore ad 1 metro da un’altezza di oltre 700 km, utilizzando non soltanto il campo del visibile, ma anche l’infrarosso. Queste caratteristiche tecniche consentono di poter valutare lo sviluppo vegetativo delle colture, e quindi il valore del kc parcella per parcella.
La Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli Federico II, in collaborazione con lo spin-off accademico Ariespace s.r.l., ha sviluppato un sistema basato sull’elaborazione di immagini satellitari per il calcolo dei fabbisogni irrigui denominato Irrisat (https://www.irrisat.com/). L’informazione è inviata automaticamente tramite una web-app direttamente alle aziende inscritte al servizio, le quali ricevono così un “consiglio irriguo” personalizzato e in tempo reale. In qualsiasi istante, ciascun utente iscritto può “osservare” i propri appezzamenti sull’immagine satellitare, disponendo di un personal computer o di un telefono cellulare di nuova generazione. Si tratta di uno strumento innovativo per l’assistenza irrigua, realizzato mettendo insieme le informazioni ottenute dai satelliti ed i nuovi mezzi di comunicazione.
Attrezzature per l’irrigazione
Per il prelievo, trasporto e distribuzione dell’acqua, i moderni sistemi di irrigazione fanno uso di condotte, serbatoi, tubazioni, pompe, irrigatori e attrezzature accessorie (valvole, filtri, ecc.). Le pompe usate per il sollevamento dell’acqua dai pozzi possono essere emerse o sommerse; nel primo caso la pompa necessita di un tubo di aspirazione, che invece manca nella pompa sommersa.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Irrigazione

Traslochi e facchinaggio Sassari
Stress da trasloco: come sopravvivere?
Cambiare casa e traslocare è uno degli eventi della vita più impegnativi, sia fisicamente che emotivamente. Tutti nella vita dobbiamo affrontare uno o più traslochi.
Il trasloco implica un cambiamento su molti livelli: obbliga a rivedere abitudini, certezze, routine. Cambiano gli spazi, sia interni, ma anche esterni. Si perdono punti di riferimento, legati alla disposizione della casa e degli oggetti, ma anche al quartiere e al paese che si lascia: uffici, negozi, scuole, servizi. Cambia la distanza dal luogo di lavoro. E’ una vera rivoluzione.
Imballare e smistare gli oggetti di una vita – specialmente se il trasloco è la conseguenza di un divorzio o di un altro trauma – può essere molto doloroso. Sentirsi stressati o ansiosi durante e dopo un trasloco è perfettamente normale. Non è un segno di debolezza, ma una reazione comprensibile, ci si ritrova sommersi da scatoloni e confusione.
Spaesamento, senza di vuoto, nostalgia, tristezza, agitazione sono emozioni normali e comuni che le persone sperimentano nella fase del trasloco: sono reazioni sane, segno che è in atto un cambiamento e la nostra mente deve avere il tempo di adattarsi alle novità. Il trasloco può mettere a dura prova anche le relazioni e le dinamiche familiari. Spesso i genitori si sentono in colpa per lo spostamento dei bambini dai loro amici e dalla casa, i bambini sono più agitati, nervosi, oppure più taciturni e tristi.
Talvolta però mancanza di ordine, l’incertezza e lo sconvolgimento che circondano un trasloco possono in alcuni casi innescare problemi di salute mentale come ansia, panico, DOC e depressione.
Ecco alcuni suggerimenti per gestire al meglio un trasloco:
- Organizzarsi. La pianificazione aiutare a gestire i livelli di stress. Ad esempio, trasferire le utenze, pianificare in anticipo quali mobili e quali oggetti andranno in quali stanze, dividere gli scatoloni e scrivere cosa contengono ordinati per stanza, eliminare le cose superflue…
- Guardare gli aspetti positivi. Per quanto possa sembrare difficile il momento, è utiler concentrarsi sugli aspetti positivi del cambiamento, accogliendolo con le sue fatiche ma anche con le nuove opportunità che offre: nuove prospettive, miglioramenti, nuove conoscenze…
- Accettare l’aiuto. Se ci rendiamo conto che il trasloco risulta troppo faticoso, è importante chiedere una mano ad amici, familiari, vicini. Oppure valutare se investire del denaro e rivolgersi ad aziende specializzate in traslochi.
- Creare degli spazi di svago. Una passeggiata, un incontro con un amico, un’uscita serale. Qualsiasi cosa che non abbia a che fare con il trasloco.
- Imparare una tecnica di rilassamento. Respirazione, mindfulness, yoga… sono numerose le tecniche che aiutano a rilassarsi e ad aumentare la sensazione di calma. In una fase di vita caotica come il trasloco, è vantaggioso ritagliarsi dei momenti per ritrovare dentro di sé stabilità e calma.
- Prendersi una pausa. Se è possibile, è utile staccare qualche giorno dopo il trasloco, per riprendere energie e distanziarsi dalla confusione. Ricaricare le pile serve per affrontare la nuova fase di vita con maggiore forza.
- Essere tolleranti con sé stessi. Il trasloco causa molto stress, quindi è bene non chiedersi troppo durante il cambio casa. Evitare impegni troppo gravosi, posticipare le scadenze non urgenti, mettere in pausa attività non necessarie è davvero utile per non sovraccaricarsi troppo in una fase già delicata.
- Darsi tempo. Ogni grande cambiamento prevede una fase di adattamento, fisiologica e naturale. Proprio per evitare di auto-biasimarsi o giudicarsi negativamente, è utile concedersi alcuni mesi di tempo, circa 6, sapendo che sono i mesi più difficili e che è normale avere dei “momenti no” durante questa fase.
- Se compaiono sintomi forti come continui sbalzi d’umore, battito cardiaco accelerato, incapacità di concentrazione, insonnia, ansia forte, sono segnali che potrebbe servire un aiuto psicologico.
Autore: Dr.ssa Nicole Adami
Fonte: https://www.centromoses.it/psicologia-clinica/articoli/stress-trasloco-sopravvivere/

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