Facchinaggio e Traslochi Nord Sardegna
Traslocare è fonte di stress. Ma forse non tutti i traslochi vengono per nuocere. Vediamo insieme perché.
Il trasloco è un passo importante. Che ci si trasferisca per lavoro in una nuova città, o in una casa più grande dopo la nascita di un bimbo, gestire il cambiamento non è semplice. Gli entusiasti “vanno verso” la novità con slancio, gli ansiosi si sentono invece trasportare “lontano da” e hanno bisogno di avere ogni dettaglio sotto controllo prima di decidere. Per entrambi, ci vorrà tempo per adattarsi al nuovo contesto, ricreare un ambiente accogliente e su misura. I contorni dell’abitazione precedente si faranno via via più sfumati, lasciando il posto a un nuovo presente protettivo. Per non lasciarsi sopraffare dagli eventi, però, serve razionalità e organizzazione. Un approccio positivo aiuta a superare quelle naturali difficoltà che ogni trasloco comporta, nella certezza delle tante belle opportunità che ci accompagneranno nella nuova fase.
Trasloco sotto stress
Il trasloco, come un lutto o un licenziamento, attiva meccanismi psicologici profondi e legati al concetto di perdita. È un passaggio, una soglia da varcare. Si lascia un ambiente in cui ci muoviamo a occhi chiusi, accostando per sempre una porta alle nostre spalle, per fare un salto nell’ignoto. Un salto che può generare una crisi d’identità. Si vive per alcuni mesi una situazione sospesa tra l’urgenza di ricreare una casa accogliente e la difficoltà di rompere col passato. In fondo siamo tutti un po’ abitudinari, e la routine crea un bozzolo protettivo che non è semplice abbandonare.
Alcuni psicologi associano le sensazioni create da un trasloco a quelle derivate da perdite affettive vissute durante l’infanzia. Altri richiamano il concetto della nascita, quando si abbandona il calore del grembo materno per fare il proprio ingresso in un mondo sconosciuto. Tutti sono concordi nell’affermare che cambiare casa provochi un forte stress. Imballare i nostri oggetti più cari evoca immagini ed emozioni. Attiva ricordi. Non ci si sente più ancorati alle certezze di ieri, col dubbio di non essere ancora pronti per attraccare in un nuovo porto.
Viva il trasloco
Traslocare può essere vissuto come un evento rigenerante. Si trovano insospettabili energie e la forza del cambiamento esercita un’azione terapeutica. È l’occasione per rinascere, lasciarsi alle spalle eventuali fallimenti e voltare pagina. Potremo cambiare i vecchi mobili e creare uno spazio più affine al nostro modo di essere, sentirci pervasi dall’adrenalina di un nuovo inizio ricco di possibilità da esplorare. Conosceremo nuove persone e una nuova città. Una vera rinascita per tutta la famiglia, con cui condividere questa nuova fase della vita.
Cambiare casa significa anche avere l’opportunità di riordinare la nostra vita. Un’attività radicale, che mette al bando la pigrizia grazie agli scatoloni vuoti che sono lì ad aspettarci. Si tratta di un’occasione perfetta per una sana attività di decluttering, decidendo cosa portare con noi e cosa lasciare indietro, magari regalandolo a chi ne ha più bisogno.
È il trasloco, bellezza!
Con il trasloco, mettiamo in discussione le fondamenta della nostra personalità, modificando il contesto circostante e le persone vicine. È come ritrovarsi in una terra sconosciuta, senza le vecchie abitudini cui aggrapparci, con la spiacevole sensazione di non riuscire a ritrovare quella stabilità necessaria per affrontare la vita quotidiana. Scegliere cosa portare con noi equivale a rinunciare a una parte degli oggetti che ci ricordano situazioni passate ma che ormai non ci appartengono più. I nostri mobili, ad esempio, hanno condiviso con noi successi e sconfitte, muti testimoni di tutte le nostre emozioni. Le difficoltà psicologiche di un trasloco risiedono proprio nell’abbandonare un guscio rassicurante per affrontare un nuovo universo, geografico e mentale.
Il trasloco per i più piccini
I bimbi spesso riescono a gestire il cambiamento con serenità, perché il loro (unico) punto di riferimento è rappresentato dai genitori. È bene comunque non sottovalutare i primi segnali di disagio che possono comparire nella nuova casa. Mancanza di sonno, perdita di appetito e pipì a letto sono indicatori che vanno gestiti con tempestività. Bisogna stare loro vicino con affetto, spiegando le cose belle che li aspettano. Fra i 7 e i 12 anni è più difficile lasciare amici, insegnanti e compagni di scuola. I bimbi devono realizzare che non si tratta di legami spezzati per sempre, dato che potranno restare in contatto con gli amici più cari e, magari, potranno giocare con loro durante le vacanze.
I bambini sono abitudinari e il trasloco rappresenta un momento delicato, che interrompe quella continuità che dona loro fiducia e sicurezza. I riferimenti spaziali e simbolici cambieranno. Per questo è necessario coinvolgerli il più possibile in questa nuova avventura. Il nuovo può incuriosire ed entusiasmare moltissimo, e i timori svaniranno presto se i figli saranno coinvolti nel trasloco. Portarli nella nuova casa prima di acquistarla, progettare con loro la nuova cameretta, sottolineare le opportunità offerte dal nuovo giardino o dal parco giochi più vicino, sono elementi su cui calamitare la loro attenzione.
Bisogna far adattare i bambini con rapidità e senza traumi alla nuova vita. La continuità è fondamentale; per questo dovremo far ritrovare tutti i loro giochi, e dare la precedenza alla loro stanza quando avverrà il trasloco. Rivedere in un contesto diverso gli stessi pupazzi del cuore, il letto e i propri libri crea sicurezza, attenuando il senso di rottura col passato. Mantenere le abitudini significherà anche il rispetto degli orari e dei piccoli rituali domestici, come cenare tutti insieme nella nuova casa, anche il giorno stesso del trasloco.
4 domande da porsi
Che si abbia appena traslocato o si stia pensando di farlo, è bene porsi 4 domande, guida in questo delicato percorso. Razionalizzare e riflettere con calma sulle situazioni, anche quando possono apparire destabilizzanti, produce effetti molto positivi sulla nostra mente. Prendiamo quindi carta e penna, facciamo un respiro profondo e chiediamoci:
1. Quali sono le principali situazioni positive prima del trasloco? Le soddisfazioni professionali, la vita nel quartiere, le relazioni sociali?
2. Cosa posso fare per ricreare queste situazioni positive? È bene non essere troppo ottimisti ma creare un piano d’azione realistico.
3. Quali sono gli avvenimenti della mia vita precedente che non vorrei più rivivere?
4. Come posso evitare che si ricreino?
…e adesso?
Dopo un trasloco esiste il rischio di isolarsi, e non solo per chi è single. La perdita dei punti di riferimento può abbassare temporaneamente l’autostima, portandoci a evitare il contatto coi nuovi vicini e l’ambiente circostante. Nel bene e nel male, le persone che vediamo attorno a noi non sanno nulla del nostro passato. La nostra legittimità e il nostro status sociale non sono più così solidi ed evidenti. Viene messa in discussione l’essenza della personalità, creando la spiacevole sensazione di non trovarsi nel posto giusto al momento giusto o di aver fatto una scelta sbagliata.
È bene avere un atteggiamento propositivo, ambientarsi da subito ricreando spazi domestici confortevoli con i propri oggetti più cari, lasciandosi conquistare dalla ricerca di quelli nuovi. Il nuovo quartiere va esplorato, iniziando dal primo giorno a frequentare i negozi vicini, che presto dimostreranno di riconoscerci con cortesia.
Le 10 Regole d’oro per il Trasloco Perfetto
– Sii fiducioso
Anche se stai vivendo un cambiamento di vita che può creare interrogativi profondi, potrai sempre contare su te stesso. Non lasciarti sopraffare dagli eventi, prendi la rincorsa con ottimismo e fai appello alle tue capacità mentali e organizzative per gestire al meglio questa fase.
– Gioca d’anticipo
Bisogna prepararsi almeno un mese prima della data fissata per il trasloco. Procedere con calma, pianificando ogni dettaglio, abbatte l’ansia. Avrai così tempo per sbrigare tutte le pratiche amministrative, imballare e cercare la soluzione più adatta per gestire la logistica.
– Procedi a piccoli passi
Conoscerai nuove persone, ma devi essere consapevole che solo con alcune si creerà empatia. Sii paziente, non avere fretta di presentarti a tutto il quartiere. Allo stesso modo, non illuderti che sarà tutto in ordine nel giro di poco. Una cosa alla volta, ti sembrerà tutto più semplice di quanto temuto.
– Comunica il cambio di indirizzo
Traslocare significa cambiare indirizzo. Avvisa per tempo tutti gli organismi che possiedono il tuo attuale indirizzo, comunica la nuova residenza prima di traslocare. Anche il cambio di utenze va effettuato in anticipo, per prevenire possibili ritardi o disguidi.
– Avvisa i vicini
Un trasloco è sempre vissuto come un disagio dal vicinato: polvere sulle scale, rumore, furgoni nel parcheggio, ascensore perennemente occupato e portineria invasa dalle scatole. È bene, quindi, avvisare i vicini per prevenire possibili reclami alimentati da un improvvido effetto sorpresa.
– Imballa bene
L’imballaggio perfetto è un’arte! Se le stoviglie sono impilate male si rischiano poi brutte sorprese. Usa fogli di plastica da imballaggio (quelli con le bolle che scoppiettano) per avvolgere gli oggetti più fragili e scegli degli scatoloni grandi per gli oggetti leggeri, piccoli per quelli pesanti. Sarà più facile movimentarli. Incolla un’etichetta di colore diverso per ogni ambiente: meglio indicare la destinazione anziché il contenuto. Numera gli scatoloni e compila un elenco di ciò che contengono.
– Chiama una ditta di trasporti e trova la formula ideale
Ognuno di noi ha amici gentili pronti a dedicarci una domenica per dare man forte nello spostamento di mobili e oggetti. Scegli con cura l’organizzazione più adatta alle tue esigenze. Potrai affidarti a professionisti, che si occupino solo dei mobili. Oppure affidare loro l’imballaggio di tutte le suppellettili, grazie a formule “tutto compreso”. In questo caso, non dovrai preoccuparti di niente, e anzi potrai approfittare dei giorni del trasloco per concederti una breve vacanza!
– Stima il volume di mobili e imballaggi
In funzione della grandezza del tuo appartamento, il numero di mobili e scatoloni sarà variabile. Se ti rivolgi a un professionista, assicurati che faccia una stima corretta perché da ciò dipende il preventivo e le brutte sorprese sono spiacevoli. Se usi mezzi propri, potrai scegliere il veicolo più adatto o prevedere il numero di viaggi necessario.
– Scegli la data migliore e risparmia
Se ti rivolgi a un professionista, la data del trasloco è importante. Evita l’estate e le due prime settimane dell’anno. Anche i sabati e le domeniche sono più richiesti, e quindi tendenzialmente più cari.
– Crea buone relazioni con i vicini
Entrare in sintonia coi nuovi vicini richiede tempo, sebbene non sempre gli sforzi sono ripagati. È bene incontrare i vicini per presentarti, o meglio ancora organizzare un aperitivo a casa tua. La maggior parte delle persone è sensibile a questo genere di attenzioni. Potrai conoscerli, avere un’idea dell’atmosfera che regna in zona e il passaggio dalla vecchia alla nuova vita sarà più semplice.
Fonte: https://www.metlife.it/blog/stile-di-vita/2016/come-traslocare-senza-stress/

Gestione del verde pubblico Sassari
La programmazione è lo strumento efficace alla base della manutenzione del verde pubblico.
Per la programmazione del servizio di manutenzione del verde pubblico, è opportuno prevedere più livelli, ciascuno in risposta a specifiche esigenze gestionali. L’abilità del progettista sta proprio nel sapere individuare fra le pieghe di una realtà complessa le soluzioni gestionali più idonee.
Un buon servizio di manutenzione deve necessariamente portare a un miglioramento qualitativo del verde pubblico. Solo dando ai cittadini l’opportunità di fruire di aree verdi più sicure, più pulite ma anche più belle e accoglienti, sarà possibile affermare di avere svolto una buona gestione del patrimonio.
Conoscere i luoghi per il verde del futuro
Ogni area verde ha la sua storia, ogni essenza vegetale ha delle peculiarità che devono essere rispettate e assecondate. Ricercare le specifiche potenzialità e necessità delle aree oggetto di intervento è un’attività di grande importanza che spesso viene sottovalutata. Conoscere in profondità le particolarità delle aree oggetto del servizio è una prerogativa essenziale per progettare responsabilmente un servizio di qualità. Migliorare la qualità del verde significa anche ragionare su come lo stesso potrà svilupparsi negli anni a venire, sia nel medio che nel lungo termine. Tutta l’attività di pianificazione urbanistica e di manutenzione deve ispirarsi a questi concetti se vogliamo consegnare alle generazioni future aree verdi sempre accoglienti e funzionali.
Programmazione vera e propria della manutenzione del verde pubblico
Il primo passo per una corretta programmazione del servizio è quello di costruire un solido cronoprogramma annuale indicando per ogni mese le attività che dovranno essere svolte. Naturalmente tale cronoprogramma è solamente indicativo. Stagionalità e specificità locali renderanno necessari ulteriori affinamenti della programmazione.
Tuttavia tale cronoprogramma permette un’utile visione d’insieme di tutte le attività che si andranno ad articolare e a dettagliare. Per quanto possibile, è utile comprendere in questa programmazione tanto le lavorazioni di manutenzione ordinaria quanto quelle di manutenzione straordinaria prevedibili.
La tabella che segue illustra le principali lavorazioni relative alla manutenzione del verde con indicate la frequenza minima e il periodo di esecuzione. Quest’ultimo può differire in funzione delle peculiarità climatiche del sito. Il cronoprogramma indicato è stato costruito considerando l’andamento stagionale della regione Emilia Romagna.
Alla programmazione annuale segue quella mensile, sempre generica ma più puntuale sulle stagionalità, e quella settimanale, con dettaglio giornaliero. Questa programmazione, rispetto alla precedente, mette maggiormente a fuoco l’impegno di chi dovrà eseguire i lavori, concentrando l’attenzione in un periodo più ristretto e molto ben definito.
Per quanto precisa e approfondita, anche la programmazione settimanale ha carattere previsionale. Cause di forza maggiore (eventi climatici, scioperi ecc.) possono in qualsiasi momento determinare un’interruzione momentanea dell’erogazione del servizio. Pertanto il caposquadra, sulla base delle lavorazioni effettivamente eseguite, dovrà provvedere quotidianamente a segnalare quelle svolte (intervento chiuso) e quelle che invece sono ancora in corso (intervento aperto). Tutte le attività non eseguite devono essere tempestivamente riprogrammate alla prima data utile. Sconvolgimenti della programmazione effettuata possono creare seri problemi, sia organizzativi che gestionali.
Tutta l’attività di programmazione e dei servizi effettuati dovrebbe essere scritta su file elettronici indicando le priorità di intervento, in modo da poter essere documentata e tracciata.
Modalità di esecuzione degli interventi di manutenzione del verde pubblico
Al fine di ottenere il risultato di gestione prestabilito, devono sempre essere fissati dei parametri precisi in grado di definire la corretta esecuzione di ciascuna lavorazione. Per svolgere questo compito in maniera ottimale è importantissimo che le modalità di esecuzione degli interventi siano ragionate sulla base delle specifiche necessità. Come sempre, un sopralluogo particolareggiato condotto insieme a tecnici esperti è l’unica strada per determinare dei requisiti precisi, oggettivi e realizzabili.
Gestione dinamica del patrimonio arboreo
Nell’ambito del verde pubblico, la gestione del patrimonio arboreo è senza dubbio l’attività più delicata, sia per il loro elevato valore sociale e ornamentale sia per la potenziale pericolosità che può implicare la loro caduta.
La gestione ottimale del patrimonio arboreo pubblico deve prevedere almeno le fasi di seguito descritte:
– monitoraggio iniziale dell’intero patrimonio arboreo;
– valutazione dell’importanza del patrimonio arboreo sulla base delle informazioni botaniche rilevate;
– valutazione dell’importanza del luogo in cui gli alberi sono a dimora;
– creazione di una mappa potenziale del rischio;
– controlli successivi sulla base della mappa potenziale del rischio determinata;
– database dei cedimenti strutturali.

4. Misurazione, analisi e miglioramento
Requisiti iniziali, autocontrollo e monitoraggio dello stato dell’arte
La logica implicita nel processo di miglioramento continuo, alla base di tutte le norme di qualità, è che non può esserci miglioramento se non c’è controllo e, non c’è controllo se non si definisce e si programma ciò che si vuole controllare. L’approccio ideale a ogni tipo di attività è quello che viene comunemente sintetizzato con la sigla “PDCA” e che si articola nelle fasi seguenti:
• P (Plan): pianificare approfondita mente prima di agire;
• D (Do): mettere in atto le azioni studiate;
• C (Check): verificare l’esito delle azioni;
• A (Act): standardizzare se l’esito è stato positivo oppure ripetere tutto il processo “PDCA” nel caso in cui l’esito non sia stato favorevole.
Per controllare al meglio l’attività di manutenzione del verde pubblico sono necessari due tipi di controlli:
• monitoraggio dello stato dell’arte, ovvero verifica dello standard qualitativo dell’area verde rispetto ai requisiti fissati;
• autocontrollo vero e proprio, ovvero controllo qualitativo, quantitativo nonché dell’efficienza dell’esecuzione di tutte le lavorazioni progettate, programmate e realizzate.
Monitoraggio dello stato dell’arte
Questo monitoraggio ha lo scopo di consegnare nelle mani di chi effettuerà la manutenzione luoghi conformi ai requisiti fissati. I requisiti possono riguardare indistintamente la sicurezza, la pulizia, la fruibilità e la bellezza delle aree pubbliche ma anche la salute dei cittadini e la valorizzazione botanica e sociale dei luoghi considerati. In corso d’opera è certamente possibile una ridefinizione degli attributi iniziali.
Il monitoraggio dello stato dell’arte deve essere eseguito su tutte le aree oggetto di intervento con periodicità da definire in funzione della complessità e dell’estensione delle stesse. Nella maggior parte dei casi, quattro monitoraggi l’anno sono più che sufficienti.
Tutte le informazioni ottenute devono essere organizzate e archiviate in un opportuno sistema informativo che ne permetta in qualsiasi momento la rintracciabilità, l’elaborazione e la tracciabilità. Il monitoraggio deve essere condotto da un tecnico altamente specializzato e dotato di grande esperienza in materia. Tale monitoraggio è propedeutico all’autocontrollo.
Autocontrollo
Per autocontrollo è da intendersi il controllo su quanto eseguito da parte di colui che esegue. In altre parole colui che esegue le lavorazioni, oltre a eseguirle correttamente, deve anche controllare che abbiano soddisfatto i requisiti fissati sull’esecuzione del servizio.
La frequenza dell’attività di autocontrollo è strettamente collegata alla frequenza e alla complessità delle lavorazioni da eseguire. In ogni caso da 4 a 6 verifiche annuali sono ampiamente sufficienti.
Naturalmente, avendo come oggetto l’accertamento della qualità del servizio erogato, l’autocontrollo non potrà essere condotto in tutte le stagioni per tutte le lavorazioni; pertanto dovrà essere pianificato ed eseguito a campione su tutte le aree oggetto del servizio. L’autocontrollo dovrà essere eseguito da un tecnico esperto in campo agronomico e botanico ma anche profondo conoscitore dei sistemi di qualità.
Monitoraggi delle aree verdi
Affinché l’attività di manutenzione possa essere adeguata e migliorata nel tempo è assolutamente necessario che:
• venga condotta sulla base di requisiti iniziali precisi e definiti;
• i risultati ottenuti siano misurabili secondo procedimenti chiari e riproducibili.
I requisiti iniziali su cui verranno condotti sia il monitoraggio dello stato dell’arte che l’autocontrollo devono inequivocabilmente definire:
• gli standard qualitativi delle aree verdi (per quanto concerne il monitoraggio dello stato dell’arte);
• gli standard di esecuzione di tutte le lavorazioni (per quanto concerne l’autocontrollo).
Per definire i requisiti, oltre all’esperienza e all’osservazione diretta che sono indispensabili e insostituibili, possono essere presi in considerazione:
• i dati pubblicati dalla letteratura professionale specifica;
• il regolamento comunale del verde;
• il capitolato speciale d’appalto e il disciplinare tecnico in caso di gara d’appalto;
• la carta dei servizi.
Tutte le informazioni raccolte dal monitoraggio dello stato dell’arte e dall’attività di autocontrollo serviranno per eseguire seguenti attività:
• gestione delle non conformità;
• analisi dei dati.
Gestione delle non conformità
La gestione di tutte le eventuali non conformità deve avvenire attraverso l’attribuzione di specifici trattamenti e la predisposizione di adeguate azioni correttive.
Tutte queste attività devono essere eseguite con tempestività e nel perfetto rispetto della regola dell’arte. Una non conformità può ritenersi completamente gestita solamente quando:
• vengono ritenuti “chiusi” tutti i procedimenti di riparazione delle non conformità;
• sono state attuate tutte le azioni correttive previste.
Le non conformità, oltre che da monitoraggi dedicati, possono essere rilevate anche da qualsiasi giardiniere piuttosto che dal caposquadra, durante lo svolgimento della normale attività di manutenzione. Devono quindi essere comunicate al tecnico responsabile dei controlli affinché possano essere gestite correttamente e analizzate anche sotto un profilo statistico. Analogo procedimento deve essere utilizzato per la gestione delle azioni correttive.
Analisi dei dati
L’attività di analisi dei dati deve essere condotta in modo assolutamente scientifico, al fine di mettere in evidenza:
• frequenza delle non conformità;
• azioni correttive ricorrenti;
• punti di debolezza del sistema.
• Dall’analisi dei dati possono nascere ulteriori attività quali, ad esempio:
• ulteriori azioni correttive;
• azioni preventive;
• ridefinizione dei requisiti iniziali, sia per quanto riguarda il monitoraggio dello stato dell’arte che per quanto concerne l’attività di autocontrollo.
Lo schema successivo illustra il procedimento corretto per controllare la qualità del servizio erogato e, in ultimo, per consegnare ai cittadini aree verdi adeguate alle legittime esigenze e aspirazioni.
Le visite ispettive interne
di monitorare la qualità del servizio erogato e di valutare eventuali opportunità di miglioramento, tanto del servizio, quanto dello stato dell’arte delle aree. Non ultimo possono essere utilizzate per accertare il rapporto fra i costi e i benefici della “qualità”.
Pianificazione
Le verifiche ispettive devono essere pianificate con attenzione, al fine di andare a monitorare i punti critici del servizio.
Possono riguardare qualsiasi tipo di area e/o lavorazione. Del numero dei controlli è già stato detto nei paragrafi precedenti.
Dal momento che le visite ispettive hanno l’obiettivo di migliorare la qualità del servizio e non quello di mettere in difficoltà i giardinieri, le stesse possono essere comunicate al caposquadra 48 ore prima dell’esecuzione, consentendo di preparare la squadra di lavoro.
Esecuzione
Di seguito sono riportati alcuni dei parametri che possono essere verificati.
Per ogni lavorazione
• Efficienza e funzionalità sia delle attrezzature che delle macchine utilizzate;
• rispetto della programmazione;
• rispetto dei tempi di esecuzione;
• utilizzo da parte sia del caposquadra che dei giardinieri delle macchine e delle attrezzature più idonee;
• utilizzo da parte sia del caposquadra che dei giardinieri dei dispositivi di protezione individuale previsti.
Tappeti erbosi
• Pulizia;
• condizione fisiologica (altezza, colore, vigore e densità);
• condizione fitosanitaria;
• raccolta del materiale di risulta (completa, “mulching” e triturazione);
• raccolta delle foglie;
Alberi – nuovi impianti
Raccolta, trattamento e analisi dei dati
Tutte le informazioni relative ai monitoraggi devono essere raccolte con grande attenzione in quanto le successive elaborazioni dipenderanno dalla qualità dei dati acquisiti.
Le principali elaborazioni che potranno seguire la raccolta sono:
• raggruppamento in classi;
• suddivisione per gruppi omogenei;
• calcoli matematici;
• rappresentazione grafica.
L’elaborazione dei dati deve essere condotta da tecnici esperti tanto del verde quanto di sistemi qualità. L’obiettivo di questa fase è quello di:
• estrarre il maggior numero di informazioni dai dati raccolti;
• definire ipotesi e contraddittori;
• mettere a punto opportuni esperimenti per verificare le ipotesi e la validità dei contraddittori;
• valutare la necessità di ulteriore raccolta dati.
Il miglioramento continuo
Il miglioramento continuo del servizio può e deve essere perseguito attraverso la corretta esecuzione delle seguenti attività:
• rianalisi dei dati;
• attuazione di azioni preventive;
• analisi degli indicatori della qualità del servizio.
Rianalisi dei dati
Una rianalisi efficace dei dati può comprendere le seguenti attività:
• frequenza delle non conformità;
• trattamenti delle non conformità ricorrenti;
• azioni correttive ricorrenti;
• studio delle relazioni causa-effetto;
• individuazione di correlazioni fra dati;
• valutazione dello stato di controllo di un processo e di quanto, eventualmente, è fuori controllo;
• valutazione dei punti di debolezza del servizio;
• ridefinizione delle priorità.
Azioni preventive
Il servizio di manutenzione del verde è attività assai complessa. Eliminare le potenziali cause all’origine di una non conformità in modo da prevenirne gli effetti diventa quindi un’attività essenziale.
Se veramente chi gestisce il servizio pretende dalla propria opera il miglioramento continuo della stessa dovrebbe adottare delle metodologie preventive per individuare le cause di non conformità anche se ancora non verificatesi. Fonti di informazioni per delle possibili azioni preventive possono essere:
• esigenze, aspettative e soddisfazione dei cittadini,
• tecniche di analisi dei rischi;
• rianalisi dei dati;
• valutazione degli indicatori della qualità del servizio.
Indicatori della qualità del servizio
Per mantenere sotto controllo la qualità del servizio di manutenzione, oltre all’osservazione diretta, può essere utile introdurre degli indicatori specifici a fronte dei quali raccogliere e confrontare i dati. I parametri per tenere sotto controllo i processi e misurare i risultati ottenuti sono molto vari e dipendono sia dalla fase del servizio sia dalle caratteristiche considerate critiche. Gli indicatori possono riferire sul risultato complessivo della gestione piuttosto che sulla qualità del singolo processo. In entrambi i casi devono essere delle grandezze perfettamente misurabili.
In linea generale gli indicatori di prestazione vengono introdotti per restituire delle informazioni relativamente a:
• efficacia del servizio (accuratezza, rispondenza e affidabilità);
• efficienza del servizio (costi, ritardi e utilizzo delle risorse);
• flessibilità (capacità di adattare il servizio a cambiamenti improvvisi, anche conseguenti a eventi imprevedibili).
Fonte: https://www.teknoring.com/news/tutela-del-territorio/manutenzione-del-verde-pubblico-come-fare-un-cronoprogramma/

Logistica e distribuzione Sardegna
Esistono diverse definizioni di logistica, ognuna delle quali differisce per l’ampiezza di visione con cui viene considerata questa materia.
Secondo la definizione data dall’Associazione Italiana di Logistica (AILOG), essa è “l’insieme delle attività organizzative, gestionali e strategiche che governano nell’azienda i flussi di materiali e delle relative informazioni dalle origini presso i fornitori fino alla consegna dei prodotti finiti ai clienti e al servizio post-vendita“.
Secondo la definizione data dalla Society Of Logistic Engineers, (SOLE) la logistica è “arte e scienza dell’organizzazione, della progettazione e dell’attività tecnica riguardante i requisiti, la definizione, la fornitura e le risorse necessarie a supportare obiettivi, piani ed operazioni“.
Si può dire che la logistica è la scienza di trasportare i prodotti da un luogo all’altro nei tempi previsti, in modo efficiente e al minor costo possibile, e comprende la gestione dei processi di scambio dei relativi dati e delle relative informazioni.
Etimologia
Il termine “logistica” deriva dal greco “logikos” (λογικός) che significa “che ha senso logico”, a sua volta derivato da “lógos” (λόγος), “parola” o “ordine” , per i greci infatti i due concetti erano strettamente collegati ed espressi con la stessa parola. Da lógos deriva anche “logica” cioè lo studio delle argomentazioni ed il modo in cui risultano corrette, quindi tale termine, come si vede, si rifà allo stesso concetto di “ordine”.
Origini militari
Le origini della logistica si trovano già nell’antichità e hanno una connotazione prettamente militare. Essa infatti veniva considerata una branca dell’arte militare che trattava tutte quelle attività volte ad assicurare agli eserciti quanto si rendesse necessario per vivere, muoversi e combattere nelle migliori condizioni di efficienza.
Alessandro Magno attraversò il mar Egeo per iniziare la conquista dell’Impero Persiano e nulla avrebbe potuto fare senza un apparato logistico adeguato a supporto dell’immenso esercito che lo seguiva.
Ai tempi dei Romani Gaio Giulio Cesare istituì la figura del logista tra gli ufficiali in servizio nelle sue legioni, in qualità di responsabile degli approvvigionamenti.
Questa identificazione della logistica come attività esclusivamente militare (logistica militare) rimane valida fino alla seconda guerra mondiale quando la scala globale del conflitto portò a sforzi logistici fino ad allora inimmaginabili, basti pensare all’operazione Overlord in Normandia.
Solo nel Dopoguerra il concetto cominciò a essere ampliato e venne esteso anche al settore economico e industriale.
Aree della logistica
Oltre alla accezione militare, che resta tuttavia valida, la Society of Logistics Engineers (SOLE) ha formulato una classificazione in grado di fornire un quadro chiaro ed esauriente delle aree specifiche normalmente individuate sotto la comune dizione di logistica:
- la logistica industriale (o business logistics), che in un’azienda industriale ha come obiettivo la gestione fisica, informativa ed organizzativa del flusso dei prodotti dalle fonti di approvvigionamento ai clienti finali;
- la logistica dei grandi volumi (o bulk logistics), che riguarda la gestione e la movimentazione di grandi quantità di materiali sfusi, generalmente materie prime (quali petrolio, carbone, cereali, ecc.);
- la logistica di progetto (o project logistics), che riguarda la gestione ed il coordinamento delle operazioni di progettazione e realizzazione dei sistemi complessi (quali grandi opere e infrastrutture, centrali elettriche, ecc.)
- la logistica di supporto (o RAM logistics), che riguarda la gestione di prodotti ad alta tecnologia (linee aeree con aerei ed elicotteri o altri sistemi complessi) per i quali siano essenziali affidabilità, disponibilità e manutenibilità.
- la logistica di ritorno o logistica inversa (o reverse logistics), che è il processo di pianificazione, implementazione e controllo dell’efficienza delle materie prime, dei semilavorati, dei prodotti finiti e dei correlati flussi informativi dal punto di recupero (o consumo), al punto di origine, con lo scopo di riguadagnare valore da prodotti che hanno esaurito il loro ciclo di vita.
Nell’ambito della gestione d’impresa, quando si parla di logistica si fa riferimento esclusivo alla logistica industriale, o meglio, con una dizione più moderna e corretta, alla logistica integrata.
Evoluzione della logistica industriale
Negli anni cinquanta e sessanta l’accezione di logistica era limitata alla distribuzione del prodotto finito (la cosiddetta logistica di distribuzione). In tali anni il ruolo della logistica è rimasto confinato al presidio di specifiche attività di supporto, generalmente legate all’organizzazione dei magazzini e dei trasporti.
Le prime timide forme di evoluzione verso la gestione di un insieme strutturato di attività si registrano nel corso degli anni settanta, allorché le aziende incominciano a ricercare miglioramenti nell’ambito della distribuzione fisica, dal magazzino di stabilimento al cliente, attraverso opportuni interventi di razionalizzazione volti all’ottimizzazione dei diversi segmenti del ciclo distributivo.
A partire dagli anni ottanta, in seguito all’introduzione nelle aziende in modo sufficientemente pervasivo di nuove logiche gestionali, quali il Material Requirements Planning (MRP), o il Just in time (JIT), l’attenzione si sposta repentinamente sulla gestione dei materiali: viene infatti coniata l’espressione “logistica dei materiali”, o altri sinonimi come “gestione dei materiali” o “material management“, per indicare il governo di tutte le attività volte ad assicurare la corretta acquisizione, movimentazione e gestione dei materiali al fine di garantire il costante e tempestivo rifornimento alla produzione ed agli altri enti utilizzatori.
La fase successiva del percorso evolutivo segna in realtà un radicale cambiamento perché comporta la trasformazione della logistica da insieme di attività operative a sistema interfunzionale che si pone come mezzo per il raggiungimento di più elevati livelli prestazionali. Emerge quindi il concetto di “logistica integrata”, sintetizzato in modo preciso nella definizione proposta dal Council of Logistics Management nel 1986, secondo cui essa rappresenta il processo per mezzo del quale pianificare, attuare e controllare il flusso delle materie prime, dei semilavorati e dei prodotti finiti, e dei relativi flussi di informazioni, dal luogo di origine al luogo di consumo, in modo da renderlo il più possibile efficiente e conforme alle esigenze dei clienti.
L’ultimo stadio del processo evolutivo, che conduce alla nascita del concetto di gestione della catena di distribuzione, è caratterizzato dalla presa di coscienza da parte delle aziende che il miglioramento nella gestione dei flussi all’interno della catena logistica non può prescindere dal fattivo coinvolgimento degli attori esterni: la logistica assume un ruolo sempre più centrale ed il suo obiettivo diventa sostanzialmente quello di governare tutte le fasi del processo produttivo, anche esterne all’azienda, secondo una visione sistemica.
In quest’ottica il concetto di gestione della catena di distribuzione non deve essere inteso come sinonimo di logistica integrata, ma come un nuovo approccio di management in cui la singola azienda diventa parte di una rete di entità organizzative che integrano i propri processi di business per fornire prodotti, servizi e informazioni che creano valore per il consumatore. Il passaggio della logistica da una funzione sussidiaria ad un ruolo strategico si è accompagnato in molte aziende ad una propensione a esternalizzare le attività di trasporto e di movimentazione delle merci, affidando a terzi un compito che non rientra nel core business aziendale sempre allo scopo di minimizzare i costi ed assicurare maggiore flessibilità alla struttura produttiva.
La grande vastità e complessità delle discipline legate alla logistica ha fatto nascere dei corsi universitari specifici: in particolare, l’ingegneria logistica e della produzione.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Logistica

Sanificazioni autonoleggi Sassari
Come fare la sanificazione dell’auto
Sanificare l’auto permette di eliminare batteri di qualsiasi tipologia, prevenire qualsiasi rischio di contagio da contatto e avere la certezza di passare il proprio tempo all’interno di uno spazio salubre.
Come fare la sanificazione dell’abitacolo dell’auto
La prima cosa da fare per igienizzare la vettura è pulire tutti i rivestimenti con cui si viene a contatto durante la guida. Si tratta soprattutto delle seguenti parti:
- pomello del cambio;
- volante;
- portiera;
- display del computer di bordo;
- plancia;
- blocco d’avviamento;
- maniglie delle portiere.
Per effettuare la pulizia è necessario utilizzare un panno in microfibra, impiegando appositi prodotti in grado di rimuovere i batteri presenti sulle superfici del veicolo.
In particolare, per il lavaggio degli interni dell’auto è essenziale usare disinfettanti a base di alcol etilico, con una percentuale della sostanza di almeno il 70%.
In alternativa è possibile impiegare dei prodotti igienizzanti a base di candeggina oppure acqua ossigenata. Alcuni disinfettanti sono disponibili nella modalità spray, utili per i punti difficili da raggiungere come le bocchette dei condotti di areazione.
La sanificazione dell’aria condizionata dell’auto
Un punto in cui si annidano germi e altre particelle è senza dubbio l’impianto dell’aria condizionata. Nei condotti, infatti, tendono a formarsi muffe e batteri difficili da eliminare, estremamente pericolosi poiché i filtri del climatizzatore non sono in grado di trattenerli in maniera integrale, soprattutto se non sono nuovi ed efficienti.
Per questo motivo, la prima cosa da fare è cambiare il filtro dell’aria condizionata, acquistando un modello ai carboni attivi, in assoluto il più efficace tra quelli in commercio.
Dopodiché è necessario provvedere alla sanificazione dell’auto con l’ozono, per pulire e igienizzare tutto l’impianto di climatizzazione del veicolo. L’operazione richiede l’intervento di tecnici specializzati, i quali possono realizzare il trattamento con l’ozono dell’auto in maniera adeguata.
La sanificazione dei sedili e della tappezzeria dell’auto
Oltre alla plancia e all’aria condizionata è fondamentale provvedere alla sanificazione dei sedili dell’auto, poiché, nonostante la presenza dei vestiti, può avvenire comunque il contatto con alcune parti del corpo, come il collo, le mani o le braccia.
Per scongiurare tale pericolo bisogna eseguire la pulizia dei rivestimenti, quindi è necessario utilizzare dei prodotti igienizzanti in grado di uccidere germi e batteri presenti sulla superficie.
In questo caso vengono raccomandati saponi disinfettanti e bicarbonato, utilizzando una spazzola dura per arrivare anche nei punti più difficili da raggiungere. Infine, è possibile impiegare dei macchinari per la pulizia al vapore che grazie all’azione dell’acqua calda rimuovono i batteri depositati sui sedili.
Allo stesso modo è indispensabile il lavaggio della tappezzeria dell’auto, usando sempre dei detergenti classici per la pulizia per poi adoperare disinfettanti antibatterici o trattamenti al vapore. L’intervento può essere effettuato da soli, oppure rivolgendosi ad appositi centri che si occupano della pulizia e della sanificazione dell’auto.
Sanificazione dell’auto con ozono: come funziona e costi
La sanificazione dell’auto con l’ozono sembra essere uno dei trattamenti più efficaci per igienizzare l’auto. È adeguato ad uccidere batteri, virus, muffe, insetti e funghi. Per ogni tipologia sono proposte concentrazioni e tempi di esposizioni differenti, fino a un massimo di 2ppm e una durata di 60 minuti.
Consigli sull’uso dell’auto ai tempi del Coronavirus
Come indicato dalle Autorità, fin quando l’emergenza da Coronavirus non sarà terminata, è fondamentale seguire dei rigidi protocolli di sanificazione dell’auto e igienizzazione personale:
- lavare le mani prima di entrare nel veicolo, se ciò fosse impossibile, usare l’alcol gel per proteggersi dal contatto con le superfici della vettura;
- lavare la macchina con frequenza, soprattutto gli interni e i tappetini;
- realizzare dei **trattamenti di sanificazione più aggressivi **(ad esempio con l’ozono), per rimuovere i batteri dall’impianto dell’aria condizionata e dall’interno dell’abitacolo, disinfettando tutte le zone compresi i sedili;
- durante la marcia lasciare spento il climatizzatore, mantenendo i finestrini abbassati e indossando sempre i guanti e la mascherina.
Fonte: https://www.leaseplan.com/it-it/news-auto/sanificazione-auto-come-farla/

Lavori in quota con piattaforma aerea Sardegna
Una piattaforma di lavoro aerea è una macchina che permette il sollevamento e lo stazionamento in quota di uno o più operatori, evitando il montaggio di ponteggi o trabattelli. Queste attrezzature sono generalmente usate nel settore edile e impiantistico e negli ultimi anni hanno avuto un’enorme diffusione con il crearsi in tutto il territorio italiano di numerose aziende noleggiatrici.
Storia della piattaforma aerea
La prima piattaforma aerea fu inventata negli Stati Uniti d’America da John L. Grove nel 1969. La sua idea nacque immaginando di far eseguire lavorazioni in altezza con del materiale, risparmiando tempo, denaro senza il bisogno dei ponteggi: ad un carro motorizzato aggiunse un braccio sollevatore e all’estremo del braccio montò un cestello porta persone, un’idea semplice che cambiò la concezione di lavorare. Oggi questa macchina è custodita nel museo della più grande e rinomata azienda mondiale, produttrice di piattaforme aeree: la JLG (che ha come fondatore John L. Grove).
Nel 1973 venne introdotta per la prima volta, sempre dalla JLG, la piattaforma di lavoro “verticale” o “scissor lift”, ossia una piattaforma con un pantografo apribile idraulicamente posto sotto il cestello.
Tipologie di piattaforme aeree
Piattaforme elevatori verticali di persone (“Vertical mast”)
Sono le più piccole piattaforme, sono esclusivamente elettriche, dotate di un carro semovente e un cestello per una sola persona che si innalza senza l’ausilio di un pantografo. Macchina usata in interni con spazi ristretti; essendo molto leggera può lavorare anche in superfici con un limite di sovraccarico, inaccessibili per qualunque altra piattaforma a pantografo.
Piattaforme verticali elettriche (“Electric Scissor”)
La piattaforma verticale elettrica è composta da un carro, la parte di elevazione verticale a pantografo idraulico e la cesta porta individuo con i comandi della macchina. L’alimentazione principale della piattaforma è costituita dalle batterie di trazione in serie (4-8-12 a seconda dei modelli) che alimentano il motore elettrico e che insieme alla pompa forma il gruppo motor-pompa che crea ogni movimento della macchina; il “cervello” che gestisce e controlla l’insieme è costituito dalla centralina.
Piattaforme verticali Diesel (“Combustion powered scissor”)
La piattaforma verticale Diesel ha il funzionamento identico a quello delle piattaforme verticali elettriche, cambia solo l’alimentazione che è a motore Diesel. Il motore Diesel innesca una pompa principale che permette ogni movimento idraulico della macchina. Questi modelli diesel raggiungono altezze molto più elevate di quelle elettriche variando da un minimo di 10 metri fino a 20 metri di altezza. La piattaforma diesel è concepita per lavorare in esterni anche su terreni duri e accidentati. La maggior parte di questi modelli sono provvisti di martinetti (stabilizzatori per il terreno) come optional dalla casa costruttrice: lo stabilizzatore è un pistone idraulico che si apre verso il terreno avendo a capo dello stelo una piastra di appoggio piana che stabilizza la pressione del pistone sul terreno, potendo così avere un innalzamento della macchina; in tutto sono 4 gli stabilizzatori sulle verticali diesel, posti nei quattro angoli della macchina.
Piattaforme articolate elettriche (“Electrical boom lift”)
Piattaforme articolate/telescopiche Diesel (“Engine powered boom lift”)
Sono le più grandi piattaforme aeree di lavoro capaci di raggiungere altezze di lavoro straordinarie grazie ai loro bracci articolati e telescopici. Esistono svariati modelli dal più piccolo che raggiunge un’altezza di 15 metri fino alle più imponenti che superano i 40 metri di altezza. Alcuni modelli tra i più sofisticati sono capaci di possedere 5 centraline di controllo, ulteriori sicurezze speciali e assali estendibili che aumentano la capacità e la stabilità della macchina.
Piattaforme a ragno (“Spider lift”)
Le Piattaforme Ragno si compongono di un telaio di base a cui sono vincolati quattro stabilizzatori articolati, azionati idraulicamente, e una torretta girevole su ralla. Questa sostiene, nella parte superiore, un gruppo bracci telescopici o articolati con all’estremità il cesto; tutti i movimenti sono azionati da martinetti e motori oleodinamici. L’attrezzatura è sopportata da cingoli o ruote in gomma integrati nel telaio di base. Può disporre di diverse sorgenti di energia: generalmente motore Diesel e motore elettrico o batterie per la movimentazione dei bracci e la traslazione. Queste Piattaforme sono concepite per risolvere accessi difficili.
Carrelli telescopici (“Telehandlers”)
I carrelli telescopici o chiamati erroneamente “muletti diesel” sono mezzi edili impiegati spesso per la movimentazione e sollevamento di carichi mediante forche regolabili; a differenza di un comune muletto le cui forche si muovono unicamente in senso verticale, il carrello è costituito da un braccio telescopico che si muove in modo angolare, manovrabile dalla cabina, estendibile idraulicamente fino a lunghezze che variano a seconda dei modelli. L’uso degli stabilizzatori aumenta la stabilità e la portata massima di carico della macchina durante le operazioni di sollevamento; per avere un controllo sul carico un computer di bordo riconosce automaticamente se si opera su gomme o su stabilizzatori.
Auto-carrate
Furgoni diesel targati che possono circolare per le vie urbane e che montano nel retro-treno uno o più bracci idraulici ed estendibili come una qualsiasi piattaforma; risulta più comodo per un operatore scegliere questo tipo di mezzo in quanto può spostarsi senza l’ausilio di un camion per il trasporto; le auto-carrate sono progettate per lavorare esclusivamente su stabilizzatori piazzati ed alcuni modelli di enormi dimensioni possono raggiungere altezze di lavoro superiori ai 50 metri.
Principio di funzionamento di una piattaforma
Tutti i movimenti della macchina vengono assicurati dall’energia idraulica fornita da una pompa a ingranaggi azionata da un motore elettrico o Diesel a seconda dei modelli sopraelencati. I pistoni idraulici (martinetti) che permettono il sollevamento della macchina e il resto dei movimenti vengono comandati da un distributore, controllato a sua volta da una centralina che provvede alla progressività del movimento (la centralina negli ultimi 10 anni ha sostituito l’utilizzo dei vecchi azionamenti a relè). Il segnale elettrico prodotto dall’azione di un pulsante manovrato viene letto dalla centralina che a sua volta in uscita manda un segnale direttamente a un’elettrovalvola che propone il movimento desiderato. È importante sottolineare che tutte le piattaforme aeree sono normalmente frenate e lo sblocco dei freni avviene una volta che noi azioniamo il comando di spostamento (freno negativo). Ogni macchina, dalla più semplice alla più complessa, possiede 2 postazioni di controllo; mediante un selettore a chiave installato nel quadro comandi a terra è possibile selezionare quale postazione attivare per utilizzare la macchina:
comandi a terra: sono possibili tutti i movimenti tranne la traslazione; composto da un certo numero di interruttori per ogni movimento possibile per la macchina; un display (MDI) che segnala le ore lavorative della macchina (si può paragonare a un conta-chilometri di un’automobile) e inoltre segnala possibili allarmi;
comandi in navicella (in cesta): sono possibili tutti i movimenti; composto da un certo numero di interruttori per ogni movimento; un manipolatore (joypad) adibito alla traslazione, una sorta di potenziometro elettrico che a seconda dell’intensità del segnale che mandiamo aumenta o diminuisce la velocità di spostamento e la sterzata della macchina; pulsante per clacson; contatto normalmente aperto a pedale situato sul pianale della cesta, importante sicurezza della macchina, definita come uomo presente (uomo morto) che permette qualsiasi movimento solo se si preme costantemente quel contatto.
Una piattaforma aerea è composta principalmente da 4 parti o componenti essenziali:
Batterie di trazione (solo per piattaforme elettriche)
Le batterie di trazione sono pacchi di batterie ricaricabili in serie installate in gran scala dai più piccoli fino ai grandi carrelli elevatori e tutti i mezzi elettrici edili, comprese le piattaforme aeree elettriche. Le batterie forniscono una grande resa e durata nel tempo di lavoro ma sicuramente migliore è il carica batterie, tanto più le batterie saranno efficienti e durature. Una volta alla settimana è consigliata la procedura di manutenzione delle batterie controllando la quantità di acqua demineralizzata all’interno degli elementi e la densità del liquido acido che esercita la reazione chimica. Durante la fase di ricarica, si ottiene una produzione di idrogeno e ossigeno ai due poli delle singole celle, e se la produzione dei due gas è più alta della loro velocità di fuga, la batteria può esplodere; per questo ogni tappo della batteria possiede più di un foro di sfogo.
Sicurezze presenti sulle piattaforme
Trattandosi di macchine edili che operano in condizioni difficili quali possono essere i grandi cantieri e portando uomini a lavorare ad altezze sorprendenti, queste macchine sono dotate di impianti di sicurezza
Controllo dell’inclinazione
L’inclinometro è uno strumento di sicurezza, applicato a una macchina, che consente il controllo dell’inclinazione.
Può essere elettronico o un semplice dispositivo a bolla d’aria con caratteristica on-off per interdire tutti i movimenti qualora la macchina si trovi su di un piano inclinato oltre i limiti ammessi. In posizione di lavoro oltre una certa altezza che varia da modello a modello, il modulo di controllo dell’inclinometro emette un segnale sonoro d’allarme se si supera la massima inclinazione ammissibile.
I comandi di sollevamento e traslazione vengono disattivati e per il ripristino del corretto funzionamento della macchina bisogna ridiscendere.
L’inclinometro capta sia la pendenza del piano longitudinale e sia quella trasversale.
Alcune case produttrici danno la possibilità di personalizzare l’effetto di questa sicurezza direttamente dalla centralina, potendo scegliere oltre al blocco di ogni movimento, al solo rallentarli tutti o addirittura di non bloccare niente avendo come unica segnalazione d’allarme la spia luminosa sui comandi in cesta e il segnale acustico. Questa è una sicurezza concepita a fronte dei luoghi di lavoro in cui andranno ad operare le macchine come cantieri sabbiosi, terreni in pendenza con buche e con qualsiasi inconveniente sul terreno che pregiudichi l’incolumità del personale.
Discesa d’emergenza
La discesa d’emergenza è un’operazione che permette di scendere con la macchina nelle situazioni di guasto, dando la possibilità all’operatore di portarsi a terra in sicurezza. Qualsiasi sia l’origine e la tipologia di guasto della macchina la discesa d’emergenza dovrebbe bypassare qualsiasi guasto:
- Discesa d’emergenza modello 1
Modello di discesa d’emergenza utilizzato su verticali elettriche/diesel (soprattutto di marca Haulotte) che è composto da un filo metallico collegato alla valvola del pistone principale. Il principio di funzionamento è molto semplice, analogo a quello dei freni di una bicicletta; azionando da terra questo filo metallico, la tensione provocata giunge alla valvola che si aprirà forzatamente e provocherà un perdita di pressione del pistone che consentirà di abbassare la macchina del tutto.
- Discesa d’emergenza modello 2
Modello di discesa d’emergenza usato su piattaforme diesel, composto da un’elettropompa idraulica ad azione manuale; In caso di guasto sia dai comandi in cesta sia da quelli a terra, è possibile azionare la pompa mediante pulsante; prendendo completamente l’energia della batteria d’avviamento la elettropompa consente il movimento della macchina.
- Discesa d’emergenza modello 3
Alcune case costruttrici preferiscono installare questo modello di emergenza composto da una levetta metallica ad azione manuale da inserire su una pompa ausiliaria collocata a terra accanto all’intero blocco di valvole.
Riduzione/taglio della traslazione
La riduzione della traslazione è una sicurezza che consiste nel diminuire drasticamente la velocità di spostamento della macchina che abbia raggiunto una certa quota di altezza: il rischio di ribaltamento e incidenti è maggiore quanto più una macchina è spiegata in altezza e una velocità di spostamento troppo elevata comprometterebbe l’incolumità dell’operatore. Questa sicurezza è presente su tutti i modelli di piattaforma e interviene ogni qual volta che ci si alza con i bracci o pantografo per salire in quota; a far scattare tale sicurezza è un fine corsa elettrico (micro) che si comporta come un contatto normalmente chiuso che si attiva con l’innalzamento della piattaforma.
Il taglio della traslazione è un’ulteriore sicurezza che annulla definitivamente lo spostamento della macchina dopo una certa altezza e ciò avviene sempre mediante fine corsa elettrico.
Allarmi sonori
Gli allarmi sonori sono avvertimenti acustici che attirano l’attenzione dell’operatore della piattaforma; ogni macchina può essere dotata di cicalino a suono ripetitivo che si eccita nel momento in cui ci muoviamo; tutte le macchine sono dotate di clacson ad azione manuale e un allarme sonoro di altro genere che segnala quando la macchina si trova a un’inclinazione pericolosa per lavorare.
Antischiacciamento
L’antischiacciamento è installato nelle piattaforme verticali a pantografo, per evitare che in fase di chiusura della macchina avvengano schiacciamenti tra i bracci incrociati: grazie all’installazione di un ulteriore finecorsa elettrico tutte le macchine verticali, 2 metri prima della chiusura completa, si bloccano in aria per 3 secondi evitando così di danneggiare cose o persone e consentendo all’operatore di verificare che nessuno sia nei pressi dei bracci della macchina.
Antiribaltamento
L’antiribaltamento è installato solo nelle piattaforme verticali elettriche e consiste in due minigonne azionate idraulicamente poste ai due lati della macchina che vanno ad appoggiarsi a terra per aumentare la stabilità della macchina; entrambe sono provviste di finecorsa elettrico per assicurare l’apertura totale di entrambe le minigonne; nel caso in cui una delle due non si aprisse interviene una sicurezza che blocca l’innalzamento della macchina a una certa altezza.
Sovraccarico in cesta
Il sovraccarico è una delle sicurezze più importanti installate sulle piattaforme aeree, in quanto quantifica il peso reale che risiede in cesta durante le operazioni di lavoro; la macchina è tarata dalla casa costruttrice in modo tale da inibire qualsiasi movimento in caso ci sia un eccesso di peso che vada oltre la portata massima stabilita. Obbligatori per legge in Italia dal 2001, i sistemi di rivelamento carico più usati e installati sono:
- Finecorsa(micro-interruttori) meccanici
- Pressostati
- Celle di carico
Regole di sicurezza per gli operai addetti
La norma sulla sicurezza sul lavoro (il D. Lgs 81/2008 Allegato VI punto 4 “Disposizioni concernenti l’uso della attrezzature di lavoro che servono a sollevare persone”) obbliga gli operai addetti a usare la cintura di sicurezza. L’imbracatura di sicurezza con cordino agganciato al cestello trattiene l’operaio nel caso di sbalzi imprevisti nella movimentazione della Piattaforma, a causa di dislivelli del pavimento, di urti accidentali, di cedimenti strutturali del braccio telescopico. Non è consentito effettuare lo sbarco dal cestello per accedere a luoghi in altezza (es. nelle coperture di edifici), a meno di indicazioni specifiche fornite nel libretto della piattaforma.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Piattaforma_di_lavoro_aerea

Giardinaggio Nord Sardegna
Cosa si intende per giardinaggio
Tecnicamente il giardinaggio è l’insieme di azioni che si fanno per creare e curare le aree verdi, o anche solo limitate alla manutenzione di vasi e piccoli spazi. In pratica, è un’occupazione molto piacevole, soprattutto perché solitamente si sceglie per passione e non per obbligo. Come tutte le attività nelle quali si mette impegno perché piacciono, i risultati vanno di pari passo con l’ esperienza e, grazie a questa, si acquisiscono sempre maggiori competenze e abilità.Il giardinaggio può essere di vari tipi; distinguiamo il giardinaggio ornamentale che, come indica chiaramente il termine, si riferisce ad un settore prevalentemente estetico, con la cura di piante coltivate per puro piacere, e il giardinaggio agricolo, mirato all’ottenimento di prodotti alimentari. Il giardinaggio è comunemente praticato all’aperto, ma quando si lavora in serra, le mansioni non sono molto differenti da quelle eseguite in luoghi non chiusi: manutenzione, pulizia del secco, concimazioni, potature e quant’altro sono le stesse azioni, ma effettuate in area protetta.
I vari tipi di giardinaggio
Si può notare come, in alcuni casi, giardinaggio ornamentale e agricolo si fondono e si uniscono; è il caso, ad esempio dei limoni coltivati in terrazzo al solo scopo ornamentale. Possiamo distinguere ancora, tra le varie tipologie, il giardinaggio naturale, o anche definito ecologico, che limita gli interventi dell’uomo al minimo indispensabile. Questo tipo di cura del verde segue la filosofia che vuole che le piante siano lasciate libere di crescere secondo natura, senza troppi interventi estranei e costrittivi. Il giardinaggio così praticato dà la preferenza alla coltivazione di specie autoctone che, essendo più rustiche e meglio ambientate, richiedono pochissima manutenzione. Gli interventi si limitano alle azioni indispensabili, quale può essere la potatura di una siepe per mantenerla tale, o del prato, per lo stesso motivo. Il principio che ispira questo tipo di giardinaggio riflette sul fatto che gli ambienti naturali sono sempre meno e che, in fondo, non si conoscono bene gli impatti che la cosiddetta “cura” delle piante ad opera dell’uomo provoca sulla natura, esaminando la questione su larga scala.
Giardinaggio indefinito
Giardinaggio ormai non significa più solo occuparsi di curare le piante, di moltiplicarle, di renderle piacevoli allo sguardo o fruttifere al massimo, ma è anche saperle inserire in un ambiente, posizionarle non solo per le loro specifiche necessità, ma anche per le esigenze dell’uomo. E’ un giardinaggio che sconfina nel mestiere dell’arredatore o dell’architetto, che deve trovare posizioni e sistemazioni pratiche, o d’effetto, o di utilità. A volte c’è sinergia tra le figure citate ed il puro giardiniere, ma spesso è quest’ultimo che si improvvisa nel ruolo degli altri mestieri, per organizzare giardini che siano ben definiti e progettati secondo uno schema dove le piante devono entrare, ma non sono il fulcro della composizione. In questi casi il giardinaggio è un compromesso tra diverse richieste, ma la bravura e la competenza di un giardiniere esperto possono essere determinanti per realizzare un progetto dove le piante troveranno, comunque e necessariamente, una posizione che le valorizzi, senza costringerle a posizioni o esposizioni forzate.
Il giardinaggio: L’arte del giardinaggio
Giardini esposti all’arsura estiva, giardini in penombra che il sole lo vedono ben poco, o giardini zen, che devono ispirare introspezione e rilassatezza. Giardini rocciosi, spesso creati perché siano autosufficienti e per niente bisognosi di cure, o giardini verticali, bellissimi, originali, fattibili, ma che, per essere perfetti, devono considerare aspetti delle piante, come il peso, le radici, la capacità di aggregare il terreno, che, solitamente, sono secondari in una comune “coltivazione orizzontale”. Tutti questi tipi di giardini, di coltivazioni, di conoscenza specifica richiedono ai moderni giardinieri competenze non da poco ed esperienza sul campo, quella che non tradisce e che è molto più efficace di qualsiasi studio astratto. Il giardinaggio è un settore per molti, e per molti versi, affascinante, ma non si può definire un lavoro statico o noioso. In continua evoluzione in ogni suo aspetto, da quello prettamente fisico, come le specie, le tecniche di coltura, di fertilizzazione o di lotta ai parassiti, fino a quello puramente estetico, giardinaggio e figura del giardiniere sono sempre più interessanti e, ultimamente, molto imitati.
Fonte: https://www.giardinaggio.net/giardinaggio/giardinaggio/il-giardinaggio.asp

Movimentazione merci Sassari
Gli operatori di movimentazione delle merci si occupano della presa in consegna, dello spostamento, dello stoccaggio e della riconsegna delle merci in porti, aeroporti e terminal ferroviari.
Gli operatori di movimentazione delle merci lavorano in imprese che gestiscono le banchine e i piazzali dei porti, in magazzini generali, in centri doganali, terminal aeroportuali e ferroviari, organizzando le operazioni di entrata, immagazzinamento e uscita delle merci.
Essi hanno contatti con il direttore e i capi reparto per le verifiche, con gli operai che utilizzano e fanno la manutenzione dei mezzi meccanici, con i fornitori e gli autisti dei vari mezzi di trasporto.
In pratica si occupano di:
– Analizzare come movimentare i vari tipi di merci (containers, rinfusa, colli, prodotti siderurgici) che devono essere caricate e scaricate da navi, treni e camion (le merci possono essere movimentate dalla nave a terra, da sottobordo al piazzale/magazzino, dal magazzino al camion/treno e viceversa).
– Selezionare e organizzare i mezzi di trasporto e i percorsi, tenendo conto di costi e durata del trasporto.
– Caricare, ottimizzando lo spazio a disposizione, i diversi mezzi di trasporto.
– Controllare che i prelievi vengano eseguiti correttamente.
– Verificare le scadenze di ritiro e consegna.
In base al livello di automazione dei macchinari adottati dall’impresa in cui lavorano, gli operatori di movimentazione si devono occupare anche della gestione delle linee di trasporto a nastro, degli elevatori e dei moderni veicoli a guida laser (LGV).
Per svolgere questa professione devi:
– Conoscere almeno una lingua straniera (preferibilmente l’inglese).
– Avere una buona padronanza dell’informatica generale (database, wordprocessor), dei software in uso per la gestione dei magazzini, dei macchinari e dei sistemi di inventariazione e dei sistemi di rete in azienda.
– Avere pratica e destrezza nella guida dei macchinari adibiti alla movimentazione.
– Saper compilare le bollette (spedizione, consegna) e i documenti standardizzati (importazione, esportazione e doganali) in uso nella gestione delle merci.
– Essere metodico, preciso e autonomo nella pianificazione del lavoro.
– Essere capace di gestire le relazioni interpersonali(sia con i responsabili di reparto, sia con gli interlocutori esterni all’azienda,
ovvero autisti e clienti).
– Avere un certo grado di flessibilità operativa e capacità di adattamento.
Ti saranno indispensabili conoscenze relative alle macchine, alle attrezzature e alle tecniche di movimentazione, alle procedure di trasporto e alle normative relative alle pratiche doganali e al commercio con l’estero.
Fonte: https://www.educaweb.it/professione/operatore-movimentazione-merci-272/

Smaltimento residui di potatura Sassari
La normativa ambientale in materia di sfalci e potature e abbruciamento di rifiuti vegetali e agricoli alla luce della L. 37/2019
(di Rosa Bertuzzi)
La normativa in materia di sfalci e potature è stata recentemente oggetto di un importante intervento da parte del legislatore nazionale con la Legge 3 maggio 2019, n. 37 recante “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea – Legge europea 2018” (di seguito “L. 37/2019”).
Con l’obiettivo (almeno sulla carta) di chiudere la procedura di infrazione europea (EU Pilot 9180/17/ENV) avviata contro il nostro Paese per aver ampliato la deroga comunitaria all’applicazione della normativa sui rifiuti, il legislatore ha modificato l’art. 185, comma 1, lett. f) del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (“Norme in materia ambientale”, di seguito “d.lgs. 152/2006”), il quale detta i casi di esclusione dalla disciplina sui rifiuti.
La L. 37/2019, pubblicata in G.U. n. 109 dell’11 maggio 2019, ed entrata in vigore lo scorso 26 maggio, offre così l’occasione per affrontare il complesso tema della qualificazione di sfalci e potature e del regime sanzionatorio applicabile in caso di abbruciamento di rifiuti vegetali ed agricoli.
La qualificazione giuridica di sfalci e potature
Occorre anzitutto prendere le mosse dall’art. 184 del d.lgs. 152/2006, il quale classifica i “rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali” come rifiuti urbani (art. 184, comma 2, lett. e) e i “rifiuti da attività agricole e agro-industriali, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2135 c.c. [articolo disciplinante la figura dell’imprenditore agricolo” quali rifiuti speciali (art. 184, comma 3, lett. a).
Una significativa eccezione a tale qualificazione è tuttavia posta dalla Direttiva 2008/98/CE (direttiva sui rifiuti), la quale esclude dal suo campo di applicazione, oltre alle materie fecali, la “…paglia e altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzati nell’attività agricola, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che non danneggiano l’ambiente né mettono in pericolo la salute umana” (art. 2, paragrafo 2, lett. f) della direttiva).
Tale disposizione è stata trasposta in ambito nazionale dal menzionato art. 185, comma 1, lett. f) del d.lgs. 152/2006, il quale, così come risultante dalla ultime modifiche operate dalla L. 37/2019, esclude dal campo di applicazione dei rifiuti “le materie fecali, se non contemplate dal comma 2, lettera b), del presente articolo, la paglia e altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso quali, a titolo esemplificativo e non esaustivo, gli sfalci e le potature effettuati nell’ambito delle buone pratiche colturali, nonché gli sfalci e le potature derivanti dalla manutenzione del verde pubblico dei comuni, utilizzati in agricoltura, nella silvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa, anche al di fuori del luogo di produzione ovvero con cessione a terzi, mediante processi o metodi che non danneggiano l’ambiente né mettono in pericolo la salute umana”.
Il legislatore è dunque intervenuto sulla versione dell’art. 185 introdotta dalla Legge 28 luglio 2016, n. 154 (cd. “Collegato Agricolo”), la quale, come menzionato, aveva dato luogo ad una procedura di infrazione in sede europea. In buona sostanza, infatti, la formulazione precedente alla modifica del maggio 2019 era molto ampia, escludendo dalla disciplina dei rifiuti, in generale, tutti “… gli sfalci e le potature provenienti dalle attività di cui all’art. 184, comma 2, lett. c), e comma 3, lett. a)”, purché (ovviamente) rispettanti le condizioni poste dal medesimo articolo 185.
A partire dal 26 maggio scorso, gli sfalci e potature non sono considerati rifiuti alle seguenti condizioni: 1) siano effettuati nell’ambito delle normali pratiche colturali legate alle attività agricolo-forestali, oppure derivino dalla manutenzione del verde pubblico dei Comuni; 2) non siano pericolosi; 3) siano utilizzati in agricoltura, nella silvicoltura o per la produzione di energia da biomassa, anche al di fuori del luogo di produzione ovvero con cessione a soggetti terzi, attraverso processi o metodi che non danneggiano l’ambiente né mettono in pericolo la salute umana.
In questi casi non trova applicazione la normativa sui rifiuti e, conseguentemente, la gestione, la raccolta, il trasporto e il riutilizzo degli sfalci e potature potranno essere svolti liberamente.
Al contrario, laddove provengano da attività diverse da quelle indicate (si pensi, ad esempio, al giardinaggio di aree verdi private) e/o non siano rispettate le condizioni sopra-riportate, gli sfalci e le potature saranno a tutti gli effetti qualificabili come rifiuti (urbani o speciali), sulla base dell’art. 184, commi 2, lett. e) e 3, lett. a) del d.lgs. 152/2006 e, dunque, dovrà essere rispettata la normativa sui rifiuti al fine di non incorrere in pesanti sanzioni amministrative e penali.
L’abbruciamento di rifiuti vegetali ed agricoli
Precisata la qualificazione giuridica di sfalci e potature, occorre ora affrontare il tema dell’abbruciamento dei rifiuti vegetali ed agricoli.
All’esaminato art. 185, comma 1, lett. f) del d.lgs. 152/2006 fa da contraltare l’art. 182, comma 6-bis del medesimo decreto, a mente del quale “Le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali di cui all’articolo 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non attività di gestione dei rifiuti. Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata. I comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale di cui al presente comma all’aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10)”.
Ne risulta pertanto che l’abbruciamento di piccoli cumuli (3 metri steri per ettaro, al giorno) di materiali vegetali di cui all’art. 185, comma 1, lett. f) del d.lgs. 152/2006 è considerato, qualora effettuato nel luogo di produzione, una normale pratica agricola per il reimpiego di tali materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non un’attività di gestione di rifiuti.
Occorre ora interrogarsi sulle sanzioni applicabili in caso di abbruciamento di materiali (quali sfalci e potature derivanti da attività di giardinaggio privato) non ricompresi nel menzionato art. 185, comma 1, lett. f), ovvero qualora non siano rispettate le condizioni fissate dall’art. 182, comma 6-bis del d.lgs. 152/2006 (non rispetto della quantità massima stabilita; abbruciamento in luoghi diversi da quello di produzione; semplice volontà di disfarsi dei materiali vegetali, senza che siano rimpiegati come sostanze concimanti o ammendanti).
Al riguardo è all’art. 256-bis del d.lgs. 152/2006 che bisogna fare riferimento, il quale, nel fissare il quadro sanzionatorio penale applicabile in caso di combustione illecita di rifiuti, detta un regime d’eccezione al comma 6, stabilendo che “Si applicano le sanzioni di cui all’articolo 255 se le condotte di cui al comma 1 hanno a oggetto i rifiuti di cui all’articolo 184, comma 2, lettera e). Fermo restando quanto previsto dall’articolo 182, comma 6-bis, le disposizioni del presente articolo [ovvero dell’art. 256-bis] non si applicano all’abbruciamento di materiale agricolo o forestale naturale, anche derivato da verde pubblico o privato”.
Ne risulta pertanto che, se la combustione ha ad oggetto “rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali” (cioè i rifiuti di cui all’art. 184, comma 2, lett. e) del d.lgs. 152/2006), troverà applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria prevista dall’art. 255 del d.lgs. 152/2006, da trecento a tremila euro (raddoppiata in caso di rifiuti pericolosi).
Invece, qualora l’abbruciamento riguardi i rifiuti di cui all’art. 184, comma 3, lett. a) (“rifiuti da attività agricole e agro-industriali, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2135 c.c.”), l’art. 256-bis del d.lgs. 152/2006 prevede, secondo una formulazione non certo cristallina, che (fermo restando quanto previsto dall’articolo 182, comma 6-bis) “le disposizioni del presente articolo non si applicano all’abbruciamento di materiale agricolo o forestale naturale, anche derivato da verde pubblico o privato”, così di fatto evitando l’applicazione delle pesanti sanzioni penali dettate in materia di combustione illecita di rifiuti. In tal caso, dovrà essere contestata la sanzione di cui all’art. 256, comma 1, lett. a) del d.lgs. 152/2006 per gestione di rifiuti senza la prescritta autorizzazione: pena dell’arresto da tre mesi a un anno o ammenda da 2.600 euro a 26.000 euro se si tratta di rifiuti non pericolosi.
Ebbene, laddove non sia applicabile il regime d’eccezione di cui all’art. 182, comma 6-bis del d.lgs. 152/2006, troverà attuazione un regime sanzionatorio di gravità differenziata a seconda che l’abbruciamento riguardi rifiuti vegetali derivanti da attività agricole e agro-industriali (punito più severamente, a livello penale) o da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali (punito con “semplice” sanzione amministrativa).
Da ultimo, occorre interrogarsi sulle sanzioni nei casi in cui la combustione avvenga nei periodi di divieto alla combustione, in spregio alle previsioni della seconda parte del comma 6-bis dell’art. 182 del d.lgs. 152/2006: “… Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata. I comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale di cui al presente comma all’aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10)”.
Questa ipotesi è stata affrontata dal G.I.P. del Tribunale di Avellino, che, nell’escludere l’applicazione dell’art. 256, comma 1 del d.lgs. 152/2006 (il quale punisce l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti) in quanto i materiali vegetali oggetto di abbruciamento non sono qualificabili come rifiuti, ha affermato che “la condotta irrispettosa della prima parte del comma 6-bis e inosservante del divieto di cui alla seconda parte non può che essere punita con le sanzioni amministrative previste dalla normativa di settore (lotta agli incendi) alla quale la norma stessa rinvia per l’individuazione dei periodi di massimo rischio”[4]. Troveranno dunque applicazione le sanzioni amministrative fissate dalle Regioni, dai Comuni o dalle altre Amministrazioni competenti a vietare l’abbruciamento al ricorrere dei casi particolari delineati dall’art. 182, comma 6-bis del d.lgs. 152/2006.
Conclusioni
Come visto, la ricostruzione della normativa in materia di sfalci e potature e di abbruciamento di materiale vegetale è alquanto complicata, frutto delle modifiche legislative intervenute nel tempo, le quali sono andate a formare un quadro stratificato di non immediata comprensione, sulla spinta di esigenze legate alla semplificazione della gestione dei materiali vegetali e della necessità (a cui ha fatto fronte, almeno sulla carta, la L. 37/2019) di conformarsi alla normativa europea.
Appare utile, in guisa di conclusione, ripercorrere brevemente la situazione relativa agli argomenti oggetto di trattazione:
1) le materie fecali, la paglia e altro materiale agricolo o forestale non pericoloso (quali gli sfalci e potature effettuati nell’ambito delle buone pratiche colturali), così come gli sfalci e potature derivanti dalla manutenzione del verde pubblico dei Comuni, non sono qualificabili come rifiuti al ricorrere delle condizioni fissate dall’art. 185, comma 1, lett. f) del d.lgs. 152/2006;
2) in caso contrario, i materiali di cui al punto precedente, al pari dei materiali diversi da quelli di cui al punto precedente, devono essere qualificati come rifiuti urbani (se provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali) o speciali (se derivanti da attività agricole e agro-industriali), ai sensi dell’art. 184, comma 2, lett. e) e comma 3, lett. a). Gli operatori potranno avvalersi, in tal caso, della disciplina sui sottoprodotti;
3) l’abbruciamento dei materiali vegetali di cui all’art. 185, comma 1, lett. f) del d.lgs. 152/2006 in quantità massima giornaliera di 3 metri steri per ettaro e alle condizioni fissate dall’art. 182, comma 6-bis del d.lgs. 152/2006 (non a semplici fini di smaltimento), non costituisce un illecito essendo considerato normale pratica agricola;
4) qualora non vengano rispettate le condizioni per l’applicazione dei regimi d’eccezione di cui agli artt. 185, comma 1, lett. f) e 182, comma 6-bis del d.lgs. 152/2006, nonché nei casi in cui i materiali vegetali non sono inclusi fra le categorie di cui al medesimo art. 185, comma 1, lett. f) (si pensi agli sfalci e alle potature derivanti dalla manutenzione del verde privato), la combustione sarà sanzionata in via amministrativa (ai sensi dell’art. 255 del d.lgs. 152/2006) laddove riguardi “rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali” o in via contravvenzionale (ai sensi dell’art. 256, comma 1, lett. a) del d.lgs. 152/2006) in caso di “rifiuti da attività agricole e agro-industriali, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2135 c.c.”.
Ovviamente, ben inteso, ritornerà ad applicarsi il reato di cui all’art. 256-bis del d.lgs. 152/2006 (“Combustione illecita di rifiuti”), punito con la reclusione da due a cinque anni (in caso di rifiuti non pericolosi) o da tre a sei anni (in caso di rifiuti non pericolosi), qualora la combustione riguardi non solo rifiuti vegetali, ma anche altri materiali, quali contenitori di plastica, cavi, polistirolo, etc.
Ebbene, non resta dunque che monitorare la tenuta del quadro sopradescritto rispetto all’applicazione giurisprudenziale e, in particolare, il recepimento – da parte dei tribunali – delle modifiche introdotte all’art. 185, comma 1, lett. f) del d.lgs. 152/2006 da parte della L. 37/2019.
Se certamente il novero delle esclusioni dal campo di applicazione dei rifiuti è stato ristretto rispetto alla previgente versione dell’art. 185, comma 1, lett. f) (risultante dal cd. “Collegato Agricolo”), tale disposizione resta ancora in odore di violazione della normativa europea in quanto, come visto, continua ad escludere una parte significativa di sfalci e potature dal novero dei rifiuti. La normativa europea, invece, sembrerebbe propendere per scelte diverse “… nel definire che i rifiuti biodegradabili di giardini e parchi sono rifiuti organici, e che i rifiuti della manutenzione del verde pubblico (foglie, sfalci d’erba e potature di alberi) sono rifiuti urbani”.
Quello degli sfalci e potature rimane dunque un tema di forte interesse, che certamente farà ancora molto discutere.
Fonte: https://www.tuttoambiente.it/commenti-premium/la-normativa-ambientale-materia-sfalci-potature-abbruciamento-rifiuti-vegetali-agricoli-alla-luce-della-l-372019/

Sfalcio erba Sassari
I rasaerba sono macchine utilizzate in agricoltura.
Tipologia
Ci sono varie interpretazioni della parola rasaerba che può essere usata per identificare:
- i tosaerba ovvero le classiche macchine sia a motore (elettrico o benzina) che senza, a spinta o semoventi, che prevedono un operatore dietro in piedi che le spinga e/o le segua camminando.
- il trattorino rasaerba ovvero una macchina di diverse dimensioni, semovente, con trasporto a bordo dell’operatore. Solitamente sono dotati di quattro ruote di cui le anteriori sono sterzanti; il piatto, a la lama singola o a più lame (2 / 3), si trova tra i due assi. Il motore è a benzina ed è indicato principalmente per il taglio non professionale del privato. L’altezza di taglio può essere variata agendo sul telaio, nei modelli più raffinati può essere regolata agendo su una leva manovrabile da bordo. Esistono molti produttori di trattorini, tra i più conosciuti vi sono Honda Power Equipment, John Deere, Stiga, MTD, Husqvarna, Gianni Ferrari, Grillo e Multione-CSF.
- le macchine rasaerba professionali, sono macchine a motore, sia benzina che diesel, le prestazioni superiori offerte da questa tipologia di rasaerba sono ottenute adottando un telaio di maggiore robustezza e un diverso meccanismo per la trasmissione del moto, sia alle ruote che alle lame da taglio, si fa uso del cardano e di catene metalliche, soluzioni tecniche atte anche a ridurre gli interventi di manutenzione; sono impiegate per il taglio di spazi verdi importanti come campi sportivi, golf, ecc. Alcuni modelli sono a taglio frontale e carico diretto dell’erba, altri col classico taglio ventrale.
- i piatti rasaerba che sono quelle attrezzature che si occupano dell’effettivo taglio e che sono collegate a trattorini, trattori e macchine rasaerba in genere, si sta diffondendo negli ultimi tempi, una tipologia di piatto ottimizzato per effettuare il mulching, ovvero progettato per tagliare l’erba e sminuzzarla in finissime parti lasciandola sul terreno, un metodo di taglio iniziato negli Stati Uniti e diffuso poi anche in Europa. Questo metodo di taglio comporta due vantaggi, evita lo stoccaggio dell’erba tagliata e contemporaneamente la stessa, rientrando in breve nel ciclo biologico del terreno, fa da fertilizzante naturale. La prima casa di rasaerba che ha iniziato ad utilizzare la tecnologia “Mulching” è stata la Honda. Attualmente, però, quasi tutte le case produttrici di rasaerba, utilizzano la tecnologia Mulching.
Storia
Il primo rasaerba fu brevettato in Inghilterra nel 1830. Edwin Beard stava lavorando in una fabbrica tessile a Stroud, Gloucester, dove aveva progettato una macchina per tagliare il panno destinato per alle uniformi delle Guardie. La sua idea rivoluzionaria fu di usarlo per tagliare l’erba. A quel tempo la gente pensava che fosse un pazzo per inventare un simile aggeggio, così dovette testare la macchina durante la notte in modo che nessuno potesse vederlo. (cit. http://www.lawnmowerworld.co.uk/).
I primi rasaerba con una certa diffusione sul mercato, apparvero solo dopo il 1920. In Europa la ATCO in Inghilterra e la Stiga in Svezia, furono tra le aziende di maggior successo.
Inizialmente erano rasaerba manuali, a spinta, avevano un rullo su cui erano applicate delle lame che permettevano il taglio dell’erba. Erano attrezzi molto pesanti e poco efficienti, ma anche molto innovativi, per l’epoca. Intorno agli anni ’40 del novecento, la casa produttrice Statunitense di motori di piccola cilindrata, a combustione interna, Briggs & Stratton, produsse il primo rasaerba a motore di successo. Pesava circa 60 kg ed era molto grande. Era dotato di un motore Briggs & Stratton da 80cc con albero motore orizzontale (Horizontal Shaft). Era un motore a benzina, 2 tempi. Fu una vera rivoluzione e da quel momento, altre famose marche di motori produssero rasaerba con le più disparate caratteristiche.
La grande diffusione in Europa si ebbe negli anni ’60 del novecento. Anche con motore elettrico, abbastanza grandi, erano già un’innovazione ed un aiuto per chi il giardino di casa doveva tosarlo con la falce.
La prima ditta che importò in Europa dagli Stati Uniti i suoi motori fu la Briggs & Stratton. In quegli anni, però, i motori per tosaerba divennero a 4 tempi. L’albero a camme, situato nella coppa dell’olio, girava mediante un ingranaggio in fase con l’albero motore. Questo albero a camme faceva muovere le valvole che arrivavano dalla coppa fino alla testa del cilindro, collegate mediante un’apertura al carburatore e allo scarico. Erano valvole laterali al cilindro. I motori 4 tempi, sui tosaerba ebbero un grandissimo successo. Questo perché si potevano portare ovunque senza avere il problema del cavo elettrico.
Ebbero successo i motori della casa Statunitense Tecumseh concorrente della già nota Briggs & Stratton. Utilizzava la stessa tecnologia di motore (4 tempi, con valvole laterali a bilanciere) ma a differenza dei Briggs & Stratton, costavano poco ma avevano una discreta qualità. Questi motori però avevano una scarsa lubrificazione, poiché non avevano una pompa dell’olio come i Briggs & Stratton, ma avevano un sistema di lubrificazione a sbattimento, ovvero il pistone, raggiungendo il PMI (punto morto inferiore) prendeva olio dalla coppa e lo portava nel cilindro, lubrificandosi. Se la coppa però non era completamente piena d’olio, il motore ad alti regimi, non riceveva una sufficiente lubrificazione, e non è raro trovare motori Tecumseh grippati o con la biella spezzata. In questi casi, la biella, spezzandosi, usciva dal blocco motore a forte velocità procurando un foro più o meno grande, nel blocco motore.
Nei primi anni del duemila, La Briggs & Stratton, progettò un nuovo tipo di motore per tosaerba e attrezzature da giardino. Questa tecnologia prese il nome di OHV (Over Head Valve) ovvero valvole in testa. Questo motore aveva sempre un albero a camme nella coppa dell’olio, in fase con l’albero motore, ma le valvole, arrivavano fino alla testa del cilindro e lavoravano direttamente nel cilindro. Questa tecnologia venne poi intrapresa anche da Tecumseh, John Deere, e alcune marche cinesi. Nel 2001, la Tecumseh Engines fallì
In quegli anni però, in questo settore, si stava sviluppando un’altra marca famosa: La Honda. All’inizio degli anni 2000, infatti, la Honda produsse dei motori OHV e produsse anche chassis di tosaerba per poter ospitare i suoi motori.
La vera rivoluzione, però, arrivò nel 2003 da Honda, che progettò un motore con una tecnologia mai utilizzata in questo tipo di motori. Questa tecnologia prese il nome di OHC (Over Head Cam) quindi con albero a camme in testa. Questo motore funziona esattamente come un normale motore per automobili, infatti ha un albero a camme che lavora sulla testa del motore azionando le valvole che agiscono direttamente nel cilindro. Tutto questo è azionato da una cinghia di distribuzione che è collegata all’albero motore. Honda però, ha sviluppato un innovativo sistema di frizione per i suoi rasaerba: Questo sistema permette di scegliere all’operatore, quando far muovere la lama e quando no. In questo modo si può fare una pausa o spostare oggetti in tutta sicurezza senza spegnere il motore.
Briggs e Honda hanno sviluppato due motori da applicare sui trattorini tosaerba: Sono motori V-TWIN ovvero con due cilindri a V. Sono motori efficienti e potenti riducendo i consumi rispetto ad un monocilindrico. Il motore V-TWIN di Briggs & Stratton sviluppa la tecnologia OHV e ovviamente il motore V-TWIN di Honda sviluppa la tecnologia OHC che riduce i consumi rispetto all’OHV.
Briggs & Stratton, da circa due anni, ha sviluppato un’altra tecnologia. La tecnologia DOV, che sta per Direct Overhead Valves. Questo motore non ha un vero e proprio albero a camme ma ha un ingranaggio con una camma che gira insieme all’albero motore. Questa camma fa muovere le aste delle valvole che sono posizionate sotto al cilindro. Le aste delle valvole sono incrociate e le valvole agiscono direttamente all’interno del cilindro. Questa tecnologia garantisce meno consumi e dà più coppia al motore. Questo motore, infatti, è adatto per il taglio dell’erba alta e bagnata senza il rischio che si spenga. I motori con questa tecnologia, però, sono ancora in fase di test e non sono concorrenziali con gli altri tipi di motore.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Rasaerba

Pulizia giardini condominiali Sassari
Il giardino condominiale e le regole di uso, modifica e ripartizione dei costi di manutenzione
L’art. 1117 del codice civile, nell’elencazione dei beni, impianti e servizi che devono considerarsi in proprietà comune – salvo diverse disposizioni dei titoli – non menziona i giardini.
Come è noto (tra le tante, Cass. 13 marzo 2009, n. 6175), la norma appena citata contiene una elencazione meramente esemplificativa e non tassativa dei beni comuni.
Ciò vuol dire che il novero dei beni condominiali può allargarsi, ma anche restringersi, in relazione a ogni specifico caso.
In che modo?
In primis è necessario guardare al contenuto dei titoli – meglio del primo titolo di cessione della prima unità immobiliare da parte dell’originario unico proprietario, ovvero del regolamento condominiale allegato agli atti d’acquisto – che possono contenere specificazioni su cosa è da ritenersi condominiale e cosa no.
Ciò vuol dire che un titolo può escludere la condominialità di un bene elencato nell’art. 1117 c.c. ovvero conferire tale qualità a una cosa ivi non indicata: un caso può essere proprio quello dei giardini.
La condominialità, nel silenzio degli atti, è determinata dalla funzione svolta dai beni rispetto ai quali ci s’interroga sulla proprietà.
Quando può dirsi che una cosa ha una funzione comune? Ciò avviene allorquando l’oggetto della valutazione assuma una connotazione di strumentalità e/o funzionalità rispetto al godimento delle unità immobiliari di proprietà esclusiva.
Le scale sono strumentali al godimento delle abitazioni in quanto ne consentono l’accesso, ovvero consentono di accadere ad altri beni comuni (es. il lastrico solare ).
In relazione ai giardini siè detto in varie occasioni (es. Trib. Como 29 giugno 2007) che gli stessi possono essere assimilati ai cortili e quindi – salvo differenti disposizioni dei titoli – essere considerati condominiali, se aventi – come i suddetti cortili – la funzione di dare aria e luce alle unità immobiliari, ponendo al loro interno, ovvero frapponendosi tra l’edificio e la pubblica via.
Ai giardini condominiali vanno equiparate le aiuole e più in generale le piccole aree verdi ornamentali. Ove le stesse sia un comune tra più edifici si dovrà parlare di giardino in proprietà supercondominiale.
Destinazione del giardino condominiale
Qual è la funzione del giardino condominiale lo abbiamo appena ricordato: esso ha prevalentemente una funzione ornamentale.
Il giardino, con la vegetazione che viene predisposta, serve per l’appunto a rendere maggiormente gradevole una parte dell’edificio, ad esempio la facciata principale, ovvero una laterale o interna.
Laddove possibile in relazione agli spazi esistenti, il giardino può assumere anche una destinazione ludico-ricreativa. Non mancano esempi di giardini condominiali nei quali sono presenti panchine, giochi per bambini e nei casi di spazi particolarmente ampi anche piccoli percorsi per brevi passeggiate.
Tutti questi elementi, senza ombra di dubbio, connotano in modo chiaro e preciso la destinazione del giardino quale luogo di svago e riposo. Tale destinazione, seppur non espressamente impressa negli atti d’acquisto, ovvero nelle risultanze catastali, ha sicuramente valore in quanto esistente nei fatti.
La destinazione fattuale di un bene comune è considerata rilevante dal codice all’art. 1122-bis c.c. riguardate l’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili.
Non c”è motivo per dubitare che la stessa non debba non esser presa in considerazione allorquando si decida di valutare una possibile modificazione dell’utilizzazione in essere.
È sempre più ricorrente nella prassi quotidiana il caso relativo all’uso del giardino condominiale alla stregua di un orto.
Tale utilizzazione è lecita?
Come per il caso dei parcheggi, anche qui la risposta varia a in ragione del contesto. Vediamo in che senso.
Qualora, ad esempio, dallo stato dei luoghi (o dal regolamento di origine contrattuale) è possibile desumere che il giardino condominiale abbia come unica destinazione quella di decorare l’edificio condominiale, è evidente che usarlo, anche solo in parte, per coltivarlo altera la sua destinazione e quindi integra un uso vietato del bene.
Allorquando, invece, nulla è stabilito e nulla si può desumere (si pensi ad una zona di terra completamente in disuso) quell’uso potrà essere considerato lecito purché non sia lesivo del diritto d’uso degli altri condomini, così come indicato dall’art. 1102 c.c.
Modifiche del giardino condominiale
Le valutazioni fin qui espresse sono adesso utili per considerare quali elementi è necessario tenere in considerazione nell’ipotesi in cui si dovesse decidere la modificazione della destinazione d’uso del giardino condominiale.
Partiamo dal caso più ricorrente e forse anche per questo oggetto di approfondimento giurisprudenziale: il riferimento è alla trasformazione del giardino condominiale in parcheggio a servizio dei condòmini.
Tale modificazione va considerata come un’innovazione vietata?
Ricordiamo che l’istituto delle innovazioni – in ambito condominiale – è applicabile a quelle modifiche o installazioni il cui risultato di mutare la destinazione d’uso di un bene comune e che tali cambiamenti sono vietati ove rechino pregiudizio alla stabilità, alla sicurezza del fabbricato, al decoro architettonico , ovvero rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino.
Al riguardo la risposta non è netta, bensì dipende dalle dimensioni della modificazione.
La Corte di Cassazione, chiamata a stabilire – in relazione a un caso – se la modificazione di parte giardino in parcheggio condominiale dovesse essere considerata alla stregua di una innovazione vietata l’ha escluso.
I giudici di legittimità hanno avuto modo di spiegare che nel caso di specie non si poteva considerare quella modificazione come innovazione vietata in quanto a essere interessata dall’intervento era solo una piccola parte di alberi di alto fusto presenti nel giardino, nonché una superficie di ridotta estensione a quella complessiva.
Stando così le cose, dissero i giudici aditi, l’intervento non dà luogo a una innovazione vietata dall’art. 1120 c.c., poiché il parziale mutamente di destinazione del giardino condominiale non comporta alcun effettiva alterazione del decoro architettonico, né alcuna rilevante minorazione del godimento e dell’uso del bene comune e anzi da essa derivando una valorizzazione economica di ciascuna unità abitativa e una maggiore utilità per i condomini (Cass. 12 luglio 2011 n. 15319).
La modificazione della destinazione d’uso del giardino condominiale in parcheggio a servizio delle unità immobiliari va tratta alla stregua d’una innovazione e quindi è soggetta alle regole deliberative dall’art. 1120 c.c..
Una differenza modificazione della destinazione d’uso del giardino condominiale – comunque non riconducibile alle ipotesi di cui all’art. 1120 c.c. – è, invece, soggetta alla ben più gravosa disciplina dettata dall’art. 1117-ter c.c. Gravosa tanto in termini di convocazione, quanto in relazione ai quorum deliberativi.
Manutenzione del giardino condominiale e spese
Chiariti gli aspetti fondamentali concernenti proprietà e destinazione d’uso del giardino condominiale, vediamo adesso chi può decidere sulla manutenzione di questa parte comune ed in che modo debbono essere ripartite le spese.
La competenza primaria è posta in capo all’assemblea che, come noto, è l’organismo collegiale deputato alle decisioni in merito alla manutenzione ordinaria delle parti comuni.
Manutenzione ordinaria che, ad esempio, può sostanziarsi nell’affidamento dell’incarico di cura del verde condominiale ad un giardiniere. Uno spazio di competenza sulla manutenzione ordinaria è comunque rimesso all’amministratore, salva rendicontazione del proprio operato alla fine dell’anno in corso.
La manutenzione straordinaria del verde comune è invece competenza dell’assemblea, eccezion fatta per i casi di urgenza, rispetto ai quali l’amministratore ha potere di disposizione (art. 1135, secondo comma, c.c.).
Quanto alla ripartizione delle spese tra i condòmini, infine, è bene rammentare che queste, salvo differente accordi tra tutti gli interessati, debbono essere ripartite in base ai millesimi di proprietà.

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