Allestimento aiuole Sassari
Per allestire un aiuola in un giardino occorre innanzitutto definire la zona che la conterrà con una bassa recinzione, dei sassi o un muretto basso. In genere esistono alcuni stili a cui fare riferimento. Ad esempio le bordure all’italiana, quelle classiche, sono abbastanza larghe e basse per sottolineare la linea del disegno: in genere, prevedono l’accostamento di non più di tre specie differenti di fiori o foglie; le aiuole medie a cuscinetto impiegano piante con un’altezza fino ai 30 cm, mentre quelle nane raggiungono i 15 cm; infine, di particolare impatto scenico, sono le bordure a profilo scalare. Nella progettazione è utile considerare piccoli spazi per le esigenze d’irrigazione e di manutenzione. A questo punto si dovrà tener conto di alcuni importanti fattori per la scelta delle piante: il clima, il tipo di terreno e l’esposizione solare. Giunti alla scelta delle piante, è bene decidere se scegliere un allestimento monocromatico oppure dare un aspetto multicolor all’aiuola. Nel secondo caso si possono scegliere tutti toni simili oppure tutti in contrasto. Le piante per aiuole possono essere sempreverdi, perenni o annuali.
Le piante perenni sono un’ottima scelta per le aiuole perché, rispetto alle annuali, hanno lunga vita negli anni e garantiscono strepitose fioriture. Inoltre sono facili da coltivare e veloci nella crescita, soprattutto quelle con portamento erbaceo. Per questo si consiglia un substrato adatto a lunghi periodi e la disponibilità di spazi che ne possano contenere le dimensioni. Le piantine vanno messe a dimora con una distanza di almeno 30 cm l’una dall’altra. Appartengono alla categoria di piante perenni le Delphinium “blue bird” con fiori blu intenso e una crescita fino ad un metro di altezza. Altra specie è la Liatris spicata, una bulbosa che produce steli fioriti bianchi o viola riuniti in spighe. Non teme il freddo. Con fiori rosa e petali simili a quelli del garofano, è la Dianthus gratianopolitanus che in estate riempie gli spazi con poche pretese idriche. Infine è da ricordare l’ Oenothera missouriensis, una tappezzante dai bei fiori gialli che attirano le farfalle.
In genere le sempreverdi nelle aiuole vengono abbinate alle perenni per creare movimento e garantire una buona presenza di verde. Tuttavia possono essere scelte anche da sole perché i loro piccoli arbusti riempiono gli spazi anche in altezza. Tra le più adatte alle aiuole troviamo l’Abelia, un arbusto piccolo e compatto con fiori bianchi, lilla e rossi, a seconda delle varietà. Molto bella è anche la Choysia ternata, il cosiddetto “arancio del Messico” per i suoi fiori bianchi dall’odore simile a quelli d’arancio. Tuttavia questa pianta teme il freddo. Se desideriamo avere dei fiori anche in autunno e fino a dicembre, farà al caso nostro l’Erica calluna, una vera e propria macchia di colore rosa scuro. Vivace, infine, è la fioritura dell’Iperico, un arbusto piccolo che copre rapidamente il suolo e regala in estate fiori gialli senza richiedere particolare manutenzione.
Rimangono da considerare le piante annuali e quelle decidue. In realtà entrambi i tipi hanno alcuni svantaggi: le prime costringono a mettere ogni anno nuove piantine; le seconde pongono davanti al problema di dover raccogliere le foglie in spazi spesso angusti come quelli delle aiuole. Tuttavia vale la pena di considerare la bellezza che queste piante regalano. Tra le annuali si annoverano le Zinnie, dai molti colori; i Fiordalisi viola o le “cugine” Centaure dai vari colori; la Verbena, dai fiori delicati e infine il Tagete, che produce esuberanti fiori color arancio. Tra le decidue sono da considerare le Azalee, i cui fiori sbocciano prima che nascano le foglie; le Rose, che hanno infinite varietà tra cui scegliere; le Clematidi viola e rosa, di cui si sfruttano le caratteristiche rampicanti; infine, degno di nota è il Viburno, nelle diverse varietà, un arbusto dai piccoli fiori bianchi o rosa chiaro e dalle bellissime bacche rosse che maturando si scuriscono fino al blu scuro. In ogni caso il consiglio è di scegliere piante adatte alle temperature della zona.
Fonte: https://www.giardinaggio.net/giardino/piante-da-giardino/piante-per-aiuole.asp

Abbattimento Palme Sassari
Le palme malate, colpite dal punteruolo rosso, il Rhynchophorus ferrugineus (Olivier 1970), dopo le cure somministrate con risultati negativi, secondo il Servizio Fitopatologico vanno abbattute seguendo delle particolari modalità e l’uso di metodi sicuri.
Quando le palme mostrano la chioma ad ombrello aperto, poi “capitozzata è segno evidente, nonostante i trattamenti fitosanitari compresa l’endoterapia , che ha collassato a causa dell’infestazione del punteruolo rosso e l’unico interventopossibile è il suo abbattimento per evitare la migrazione di massa di questi famigerati insetti presenti all’interno stipite verso altri esemplari per potersi nutrire.
Modalità di abbattimento
Le operazioni di abbattimento delle palme morte o attaccate dal punteruolo rosso vanno effettuate con precauzioni particolari atte a limitare a diffusione dell’insetto:
– l’abbattimento va fatto in assenza di vento e pioggia;
– protezioni dell’area sottastante con teli di plastica spessi alcuni mm;
– le larve eventualmente rilevate durante il taglio vanno rimosse dalle cavità e chiuse in buste di plastica;
– le palme di grandi dimensioni vanno abbattute mediante tagli a sezioni, asportando per prima le foglie e poi l’apice vegetativo evitando la caduta libera a terra;
– l’abbattimento di palme di picole dimensioni va fatto tagliando il tronco al di sotto del colletto della pianta lasciando eventualmente la ceppaia (non attaccata dal R. ferrugineus);
– raccoltaed imbustamento di tutti i residui caduti sul telo.
Distruzione delle palme malate
Secondo il Servizio Fitopatologico la distruzione delle palme malate e abbattute va fatta entro le 24 ore dall’abbattimento mediante i seguenti metodi:
– bruciatura;
– interramento;
– cippatura.
Secondo gli esperti del settore il metodo più sicuro è la combinazione di tutti e tre i metodi.
Fonte: https://www.casaegiardino.it/giardinaggio/palme-abbattimento.php

Scatole da trasloco Sassari
Il materiale da imballaggio da usare per un trasloco
Il trasloco è un vero e proprio impegno a cui bisogna dedicare tempo e particolari, cercare di ottimizzare i tempi è sicuramente un aspetto da tenere d’occhio, per far si che questo aspetto migliori bisogna preparare degli imballaggi di buona fattura e con ciò la maggior parte dei problemi verranno risolti da soli. Vedremo meglio nello specifico il modo e cosa si possa fare per migliorare l’ottimizzazione dei tempi attraverso un imballaggio per il trasloco fatto ad hoc.
Professionista oppure autodidatta?
Quando si affronta un trasloco e la conseguente scelta dell’imballaggio, si hanno due strade davanti: o ci si può affidare a prodotti di alta qualità oppure ci si può improvvisare sui materiali. Spesso la prima idea è quella di scegliere scatoloni del supermercato per avere un risparmio e ciò può inizialmente sembrare una buona idea, ma probabilmente non ne vale la pena sia per la qualità che per la perdita di tempo che la ricerca di questi comporta.
Il mondo in una scatola
Nel caso in cui si dovesse scartare l’ipotesi degli scatoloni da supermercato, ci si deve focalizzare verso i negozi specializzati, in cui si possono trovare vere e proprie scatole da trasloco. La tipologia può differenziare, dato che esse possono essere sia in plastica sia in cartone rinforzato; queste ultime particolarmente consigliate per imballaggio di oggetti particolarmente soggetti ad urti. Le scatole dei negozi specializzati si possono trovare in varie dimensioni, da quella piccola a quella grande e si possono trovare di due tipologie diverse: ad onda multipla più resistenti, ad onda singola che sono leggere e meno resistenti. Le scatole ad onda singola sono perfette per il trasporto di vestiti e con scatole dal peso non superiore ai 6 Kg, mentre le scatole ad onda multipla sono ideali per pesi superiori ai 6 Kg e per oggetti più delicati, che possano subire particolarmente le vibrazioni durante il trasporto.
Scatole scelte ma intorno?
Per un trasloco ed un imballaggio senza rischi, si ha bisogno oltre che delle scatole resistenti e modulari, anche di tanti altri materiali. Innanzitutto serve del materiale per chiudere bene l’imballo come nastri adesivi, scotch, nastro americano da 25 metri o colle, solo per citarne alcuni. Sicuramente quello più rinomato è il pluriball, ma bisogna tener conto anche di: etichette, carta da imballo e sacchi di nylon.
– Pluriball
Il pluriball, o millebolle nella lingua nostrana, è un tipo di imballo ammortizzante. Creato nel lontano 1957 in modo accidentale da due ingegneri; erano a lavoro su una particolare carta da parati che non ebbe il risultato sperato, ciò portò all’evoluzione nel materiale che tutti oggi utilizzano per gli imballi di qualsiasi genere. E’ principalmente utilizzato però per oggetti fragili e ne esistono di diverse grammature; quella standard per un imballo da trasloco di solito è quella da 115 gr/mq. Spesso viene accompagnato da altri materiali complementari come il politene ad alta densità o alla carta classica.
Si consiglia il pluriball anche come antistress durante le concitate operazioni di imballaggio degli oggetti più fastidiosi da imballare.
– Etichette adesive
A volte, durante la confusione e l’agitazione nel riempire le scatole, ci si può dimenticare del contenuto della scatola. Per aggirare questo problema, si può optare per la selezione e suddivisione degli oggetti con etichette adesive. Si consiglia di scrivere sopra la scatola, oltre il contenuto, anche la disposizione e la collocazione della stanza in cui dovrà collocarsi. Ciò migliorerà e dimezzerà i tempi, facilitando lo smistamento delle scatole durante il trasloco.
– Sacchi di nylon
Quando ci si approccia invece all’imballaggio dei mobili, la soluzione più pratica ed utilizzata è sempre quella dei sacchi di nylon. Questi garantiscono una certa solidità e resistenza, oltre al lavoro ottimo che svolgono per la protezione dalla polvere. Si possono acquistare in diverse dimensioni e per ogni tipologia di arredo : che sia un comodino o un armadio.
Conclusioni
Il segreto di un buon imballaggio è il modo di sigillare perfettamente la scatola; per una resistenza maggiore alle sollecitazioni esterne durante i possibili viaggi da un’abitazione all’altra. Si consiglia di avvolgere tutti gli oggetti fragili, come piatti e bicchieri, nel pluriball o nella carta da imballo per evitare accidentali rotture. Come per ogni lavoro fatto bene, c’è bisogno di un’ottima preparazione prima; il trasloco ed il conseguente imballaggio non sono da meno. Bisogna essere metodici e munirsi di prodotti giusti e di giusta pazienza; quest’ultima alla base per cominciare un’avventura lunga e stressante come il trasloco di casa. Si consiglia di pianificare l’imballaggio già su carta, in modo da definire un’idea iniziale su come intraprendere i primi passi. Si calcolino le grandezze e le misure sempre in eccesso, in modo tale da non dover aprire squarci o abbozzare imballaggi sugli oggetti più voluminosi. E come ultimo consiglio c’è sicuramente quello di non abbattersi moralmente a metà dell’opera. L’imballaggio, soprattutto quando fatto da autodidatta, può portare a momenti di sconforto; ottimizzare i tempi con etichette, materiali da imballaggio e magari un aiuto da una persona amica, può ridurre lo stress di molto. Una volta imballato tutto a regola d’arte ed una volta posizionati gli arredi nella nuova abitazione, bisogna solo fermarsi un secondo e godersi la casa.
Fonte: http://www.viterbonews24.it/news/il-materiale-da-imballaggio-da-usare-per-un-trasloco_98600.htm

Manutenzione invernale verde Residence Sassari
Come curare il prato in inverno: le istruzioni per avere un prato sempre verde anche in inverno. I lavori di manutenzione invernale del prato, consigli utili e cosa fare in caso di prato ingiallito o danneggiato dal gelo.
Come curare il prato in inverno
Un periodo assolutamente importante è quello del riposo vegetativo, perché la natura si possa preparare al nuovo ciclo con maggior vigore.
Nei mesi della stagione fredda, il giardino non va assolutamente trascurato; si tratta del periodo in cui vengono poste le basi per la qualità del periodo vegetativo successivo. In questo periodo nemmeno la manutenzione del prato va trascurata. Anche in questo caso bisogna porre le basi per restituire il rigoglio del manto erboso a primavera. Ma vediamo nel dettaglio come curare il prato in inverno seguendo alcune indicazioni utili.
Manutenzione del prato a dicembre
Provvedete a rimuovere le ultime foglie cadute in autunno. Assicuratevi che le piante intorno al prato siano state opportunamente potate per limitare al minimo le zone in ombra. In caso di neve, non calpestate il manto erboso.
Lavori sul prato a gennaio
Nel mese di gennaio, il prato non ha bisogno di grandi cure a parte le indicazioni viste nei paragrafi successivi. Il prato, nel settentrione, tra gennaio e febbraio sarà ricoperto in parte da gelo o neve. E’ assolutamente sconsigliato calpestare il prato quando questo è ricoperto da ghiaccio o neve perché finireste per danneggiare il manto erboso e compattare lo strato superficiale. Lasciate che la neve sul prato si sciolga in modo naturale.
Se notate prato ingiallito o macchie di diverso colore, è proprio perché avete eccessivamente compattato lo strato di neve o di ghiaccio calpestandolo. Se volete un prato sempreverde, meglio evitare di passeggiarci sopra quando è coperto da neve o ghiaccio!
Manutenzione del prato a febbraio
I lavori sul prato a febbraio non differiscono da quanto visto in precedenza. In caso di ristagni idrici, assicuratevi un buon drenaggio oppure eseguite dei piccoli fori sul terreno per rendere più rapido l’assorbimento dell’acqua.
Se no assicurate un buon drenaggio, probabilmente il vostro prato soffocherà, si formeranno ingiallimenti del manto erboso con comparsa di muffe e muschi.
Lavori del prato a marzo
Se le temperature lo permettono, potete riprendere i tagli ma sempre mantenendo un’altezza più elevata: circa 4 – 5 cm dal suolo. Con temperature miti si provvede all’arieggiatura e, a fine marzo, con la prima concimazione. Se il prato ne ha bisogno, a marzo si può eseguire una leggera semina di rinfoltimento.
Concimazioni del prato
Se la prima concimazione del prato si esegue in primavera, l’ultima va fatta in autunno, tra ottobre e novembre. Per tutte le informazioni: come curare il prato in autunno. In autunno, inoltre, si dovranno eseguire trattamenti preventivi per erbe infestanti e malattie fungine.
Cura del prato in inverno
Molto spesso, una trascuratezza del manto erboso nel periodo invernale può aprile le porte a problemi come erba ingiallita o peggio, muffa ed erba marcia. Per avere un prato sempre verde anche in inverno, assicuratevi di:
- Assicuratevi che il prato respiri e riceva luce.
- Eliminate periodicamente il tappeto di foglie che si deposita in superficie, è sufficiente adoperarsi con un semplice rastrello ed eseguire movimenti delicati al fine di non danneggiare l’erba sottostante che a causa del freddo è più delicata.
- Eliminate foglie e cercate di ridurre al minimo le zone in ombra, in questo modo eviterete per di più la proliferazione di malattie fungine.
- Sospendete ogni tipo di concimazione del prato. Le ultime concimazioni vanno effettuate nel tardo autunno per poi riprendere a primavera. Non incentivate una crescita eccessiva dell’erba, a causa del freddo potrebbe subire danni.
- Sospendete le irrigazioni, saranno sufficienti le precipitazioni e l’umidità dell’aria.
- Assicuratevi che la pioggia non provochi ristagni d’acqua, anche i ristagni possono causare ingiallimenti del prato. In tal caso dovrete applicare della sabbia sopra, oppure, per un intervento definitivo, potete modificare la qualità del suolo o assicurare al prato una certa pendenza per il drenaggio dell’acqua.
- Praticate il taglio del manto meno frequentemente o sospendere momentaneamente questa operazione. E’ preferibile mantenere l’erba un po’ più alta per avere maggiore protezione dal freddo.
Cura del prato in inverno: il muschio
Il muschio, al pari del prato ingiallito, rappresenta uno dei nemici del più comuni del manto erboso in inverno, quando la luminosità è più scarsa e l’umidità elevata. La sua comparsa e profilerazione dipende
dalla scarsa quantità di luce: gli ambienti maggiormente a rischio sono quelli all’ombra. Se nei pressi del prato vi sono piante, provvedete a una potatura di sfoltimento per consentire l’arieggiamento della stessa pianta e la filtrazione dei raggi solari.
Per eliminare il muschio potete seguire i rimedi e le soluzioni viste nell’articolo dedicato al “Muschio sul prato“. Successivamente bisognerà eliminare il muschio morto e applicare un fertilizzante specifico per l’inverno.
Cura del manto erboso a fine inverno
A fine inverno vi sono dei lavori da fare sul manto erboso, in particolare, dovrete eseguire la scarnificazione e un’arieggiatura. Se necessario, poi, eseguire una risemina per recuperare quelle zone del manto erboso morte.
- Scarificazione è un’operazione che consiste nel sollevare lo strato di feltro depositato nel manto erboso: esistono macchine apposite per eliminarlo agevolmente
- Arieggiatura è un’operazione che consiste nel creare buchi nel terreno, che andranno poi riempiti con terra e sabbia: in un terreno molto pesante, l’operazione va effettuata con la carotatrice, la quale crea dei buchi nel terreno, che andranno riempiti con terra e sabbia.
Pubblicato da Anna De Simone
Fonte: https://www.ideegreen.it/come-curare-il-prato-in-inverno-31214.html

Sfalcio erba Parco dell’Asinara
Oramai da decenni lo sfalcio dell’erba sulle banchine e scarpate stradali e nei parchi e giardini urbani avviene con i mezzi meccanici. Sulle strade è eseguita con un trattore gommato, munito della cosiddetta “trincia”. In parchi e giardini cittadini in genere si usa il decespugliatore a filo, con il disco è troppo pericoloso. Per gli spazi più grandi si utilizzano i vari modelli di tagliaerba a quattro ruote.
Ma la grande potenza di taglio della “trincia” (a martelli) nulla può contro le bottiglie di plastica (le lattine d’alluminio e la carta) che si accartocciano su se stesse. Appena l’erba appassisce un po’, risaltano in brutta vista, per chissà quanti altri sfalci, o meglio, vita natural durante. Ciò che la crescita dell’erba aveva pudicamente nascosto, lo sfalcio meccanico riporta in primo piano!
Se si ha la voglia di riderci sopra: dopo lo sfalcio ogni persona che qualche settimana prima ha gettato via oggetti potrebbe riconoscere i suoi!
Sulle strade l’operazione è completamente meccanizzata. Negli spazi verdi urbani, dopo lo sfalcio con il decespugliatore, l’operatore, paziente, si china a raccogliere plastica, lattine, pacchetti di sigarette, ecc.
Si tratta delle immancabili e indistruttibili bottiglie di plastica, grandi e piccole, lattine di alluminio delle bibite, vasetti del thè (con o senza cannucce), bottiglie di vetro, pacchetti di sigarette, locandine volate via dai tergicristalli: chi più ne ha, più ne metta. Chi abbandona tutto questo? “Persone scriteriate, senza senso civico, né rispetto per il prossimo, esse pensano che la natura non sia loro e di nessuno. Spesso quegli oggetti sono gettati, con disprezzo e noncuranza, anche dal finestrino delle auto, o degli autocarri”.
È molto in voga tra i giovani uscire di notte dai pub, birrerie e discoteche, con la bottiglia di birra (di vetro) in mano e poi appoggiarla o, peggio, buttarla dove capita, in aree verdi, parcheggi, ruscelli, fiumi e spiagge. Gli oggetti abbandonati finiscono spesso nelle acque interne e nei mari ad inquinare e soffocare cetacei, mammiferi, tartarughe e a tutta la fauna ittica.
Nei centri urbani mi capita spesso di notare distinti signori ed eleganti dame che, con nonchalance, gettano i mozziconi di sigarette (con filtro), sigari e pacchetti in mezzo alla strada, magari prima di accedere a un locale pubblico o salire in auto. La distinzione di quelle persone è solo apparenza …
Poche settimane fa ho visto un operaio comunale tirare fuori da un chiusino centinaia di filtri di sigarette: era nei pressi di un pub.
Ritorniamo ai nostri vegetali erbacei che qualcuno chiama “erbacce”, termine scorretto perché una qualche funzione la svolgono, ad esempio, quello di un minimo contenimento delle scarpate che con le piogge lasciano scivolare metri cubi di terra sulla carreggiata stradale. I giovani non immaginano neanche che le “erbacce” stradali sfalciate diventavano fieno (alimento invernale dei quadrupedi) e negli anni Sessanta e Settanta erano una risorsa in più per i cantonieri. Bisogna anche precisare che i decespugliatori mescolano l’erba con la terra, dando al falciato un cattivo sapore: nessun animale mangia l’erba tagliata in quel modo, anziché con una normale falciatrice agricola.
È del 28 maggio scorso la notizia dal sito www.sicurezzalimentare.it (preso da “La Stampa” del 23 maggio 2018) che qualche dirigente del Comune di Roma ha lanciato la proposta di far pascolare, nelle aree verdi della città, le pecore, le capre e i bovini, i quali, alimentandosi, “tosano” le erbacce in modo ecologico ed economico.
A questo punto manca solo un breve cenno ai tempi di degradazione di alcuni rifiuti abbandonati: bottiglie di plastica: dai 100 ai 1.000 anni, lattine di alluminio: dai 10 ai 100 anni, mozziconi di sigaretta con filtro: 2 anni. Alle persone sensibili questi numeri mettono agitazione, invece a chi ignora o addirittura disprezza la Natura credo non faccia nessun effetto.
Se non si vuole mostrare a turisti e visitatori un ambiente degradato da “quarto mondo”, bisognerebbe mollare la deprecabile abitudine-malcostume di gettare via rifiuti. Quando e se entrerà a regime un’avveniristica macchina che, oltre allo sfalcio, raccoglie anche i rifiuti buttati tra l’erba, tanti oggetti sfuggiti finiranno nei campi e in altri luoghi privati.
Antoine Laurent Lavoisier (1743-1794), considerato il padre della chimica moderna, autore del postulato “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, non ha potuto vedere i danni causati da questi nuovi materiali invadenti (per colpa dell’uomo) e (quasi) indistruttibili.
Eno Santecchia
Fonte: https://www.storieeracconti.it/2018/08/lo-sfalcio-delle-erbacce/

Chiosco Umbras – Parco di Via Venezia (Sassari)
Venite a trovarci al Chiosco Umbras all’interno dei Giardini di Via Venezia a Sassari per una pausa e un po di relax.
Ideale per pensionati, runners, mamme con bambini e accompagnatori di cani e, in generale, per tutti gli affezionati del verde.
Trovare un gelato per il bambino, un caffè, uno snack, una bottiglia d’acqua, non è più un miraggio.
Per maggiori informazioni potete contattarci al numero 0792679111.

Deposito e Logistica Sassari
Il carrello elevatore (colloquialmente chiamato anche muletto) è un mezzo operativo dotato di ruote e azionato da motori elettrici, diesel e a gas, che viene usato per il sollevamento e la movimentazione di merci all’interno dei depositi di logistica o per il carico e scarico di merci dai mezzi di trasporto.
La storia
La nascita del carrello elevatore (comunemente definito anche muletto) viene fatta risalire agli anni venti grazie all’inventore statunitense Eugene Clark e il nome del marchio ad esso collegato è stato in varie parti del mondo e per lungo tempo un sinonimo di questo mezzo d’opera. La sua diffusione è stata naturalmente collegata direttamente alla diffusione dell’uso del pallet avvenuto alla fine della seconda guerra mondiale. Altrettanto notevoli sono state le evoluzioni nel corso degli anni con l’applicazione delle più moderne tecnologie, sia nel campo delle prestazioni, sia in quello del comfort e dell’ergonomia per i conducenti, sia nel campo della sicurezza. Le moderne elettroniche di bordo prevedono un display multifunzione dove vengono visualizzate le informazioni di base (stato di carica, modalità di esercizio, ore di esercizio, data e ora, ecc.) e informazioni tecniche.
Sono ad esempio di epoca recente l’applicazione di una cabina di protezione per l’abitacolo del conducente, così come l’abolizione del cambio manuale a favore della trasmissione automatica, l’utilizzazione del servosterzo e le applicazioni dell’elettronica in grado di sovrintendere alle operazioni principali.
Al giorno d’oggi sono attive molte aziende costruttrici di questo tipo di mezzo. Molte sono realtà operanti in ambito locale, mentre sul mercato mondiale anche nel 2010 si è confermato leader il marchio Toyota.
Terminologia
Nell’industria e nei trasporti, carrello elevatore viene chiamato comunemente anche muletto, dato che, nel 1949, in Germania, la fabbrica Still denominava il suo primo carrello ad alimentazione elettrica con il nome “Muli”. Al tempo si era soliti abbinare gli strumenti da lavoro ad un nome comune di un animale. Qualche anno dopo, i primi muletti arrivarono al porto di Genova, dove si diffuse l’abitudine di chiamarli “muletti”.
Descrizione generale della versione base
Nella sua versione base, che può essere a 3 o 4 ruote a seconda dell’utilizzo (3 ruote per le manovre in spazi ristretti, 4 ruote per gli utilizzi più gravosi), è dotato di due bracci anteriori paralleli in metallo (le cosiddette “forche”) che gli consentono la presa e la movimentazione dei pallet favorendo così un veloce e sicuro movimento di grosse quantità di merci. In commercio ne esistono innumerevoli tipi, differenziati tra loro sia per il tipo di motorizzazione, sia per la capacità di sollevamento in termini di peso ed altezza.
Le tipologie
Di seguito si riporta la classificazione tradizionale delle tipologie di carrelli elevatori:
- carrello elevatore controbilanciato elettrico o termico (frontale);
- carrello retrattile;
- carrello commissionatore;
- carrello trilaterale;
- carrello quadridirezionale;
- carrello laterale;
- carrello fuoristrada;
- carrello stoccatore (sollevatore);
- sollevatore telescopico;
- carrello per container;
- carrello cingolato;
- transpallet manuale o elettrico (caratterizzato da ingombro molto minore, in quanto timonato e sprovvisto di cabina di guida).
Può inoltre essere dotato di capacità specifiche, come quella di brandeggio o di spostamento laterale forche (seconda e terza via idraulica), ormai standard su tutti i nuovi modelli, avere la cosiddetta “quarta via idraulica” con posizionatore forche o avere in alternativa alle normali “forche” delle attrezzature specifiche per la movimentazione di particolari unità di carico, quali rotoli e/o bobine (lamine di metallo, carta, tessuti, ecc.), le merci liquide in fusti, gli elettrodomestici, i cassoni da svuotare (ribaltacassoni) o quant’altro.
Altre versioni specifiche di larga diffusione sono quelle che consentono l’elevazione di interi container anche di peso e mole considerevole.
Configurazione del carrello elevatore controbilanciato tradizionale
Il propulsore del veicolo, indipendentemente dall’alimentazione e dal tipo è sempre posto sul retro del mezzo, così come l’eventuale batteria, riuscendo in questo modo a bilanciare lo spostamento del baricentro verso l’avantreno causato dal carico sollevato. Nel caso di motori elettrici gran parte del contrappeso necessario viene fornito appunto dall’accumulatore, in altri casi si provvede all’installazione di opportuno carico sul retro del veicolo.
Le gomme sono nella maggior parte dei casi di tipo superelastico, ossia composte interamente di gomma e senza camera d’aria all’interno. Tale tipologia di gomme evita imprevisti quali le forature, ha una durata superiore e garantisce al mezzo una migliore stabilità rispetto alle ruote pneumatiche
Nella sua conformazione tipo il conducente è protetto da un telaio metallico a protezione da carichi eventualmente in caduta dall’alto e dai pericoli causati da un eventuale ribaltamento del mezzo. Per gli usi all’esterno l’abitacolo è spesso chiuso con cristalli per proteggere l’operatore dagli agenti atmosferici. Per ragioni di sicurezza sono solitamente montati sul tetto indicatori lampeggianti di colore arancione, nonché avvisatori acustici che segnalano l’inserimento della retromarcia del mezzo.
I carrelli moderni sono provvisti di variazione automatica della velocità, di conseguenza il movimento viene comandato in assenza del pedale della frizione. Sui carrelli endotermici (Diesel), insieme ad acceleratore e freno è possibile trovare un terzo pedale, posizionato a sinistra del freno, denominato “Incing Control”, che agisce sul freno disinserendo al tempo stesso la trasmissione.
Di fronte a sé il manovratore ha una serie di leve che comandano il sollevamento, sempre presente, e le altre eventuali funzioni idrauliche opzionali quali lo spostamento del carico lateralmente (traslazione) o longitudinalmente (brandeggio) e l’allargamento/stringimento delle forche.
Naturalmente nella cabina di guida è presente anche un classico volante che comanda lo sterzo, sempre sulle ruote posteriori mentre quelle anteriori sono fisse, in pratica al contrario di quasi tutti gli altri mezzi di trasporto.
Nella parte anteriore del mezzo vi è il cosiddetto montante, che ne consente l’operatività e che consiste in una struttura telescopica composta da una o più colonne inserite una nell’altra ed azionate da martinetti idraulici. I montanti possono essere Simplex (ZT), Simplex G.V. (a Grande Visibilità) (ZT Hilo), Duplex (Zz), Triplex (Dz) o, più raramente, Quadruplex a seconda del numero di slitte che compongono la struttura telescopica. I montanti duplex e triplex sono definiti SAL (Senza Alzata Libera) oppure GAL (Grande Alzata Libera), ciò dipende dalla presenza o meno del pistone di sollevamento centrale che permette alle forche di essere sollevate fino alla fine del montante prima che questo aumenti il suo ingombro. Il tipo di montante più richiesto in commercio è il Triplex in quanto permette di raggiungere altezze considerevoli nonostante con le forche a terra il montante rimanga molto basso. La visibilità è inoltre maggiore su questo tipo di montanti, quando il pistone centrale di sollevamento viene sostituito da due pistoni laterali permettendo così all’operatore di avere una migliore visibilità.
Le caratteristiche di un montante si possono riassumere con quattro dimensioni:
- ingombro minimo (h1) – altezza del montante con forche a terra;
- alzata libera (h2) – corsa di sollevamento lungo la quale l’ingombro minimo non cambia;
- altezza di sollevamento (h3) – altezza delle forche con montante sollevato al massimo;
- ingombro massimo (h4) – altezza del montante con forche sollevate al massimo.
La trazione elettrica
Negli ultimi dieci anni si è assistito al progressivo decadimento dei carrelli con motori elettrici a corrente continua (DC), in quanto le polveri create dal consumo delle spazzole, che periodicamente dovevano essere sostituite, tendevano ad intaccare le parti interne del motore. Vengono progressivamente sostituiti dall’apparizione, sui carrelli elevatori di ultima generazione, di motori elettrici trifase con rotore a gabbia di scoiattolo, che sono privi di spazzole, ma richiedono l’uso di un inverter per ottenere l’alimentazione in corrente alternata. L’azionamento dei motori (trazione e pompa) in corrente alternata, unitamente ai sistemi di frenata rigenerativa, favoriscono il rendimento in termini energetici; il che si traduce in una maggiore autonomia per ogni ricarica della batteria. Lo sviluppo tecnologico della parte elettronica (con i sistemi CAN-BUS) e l’abolizione di componenti come contattori e spazzole, consente di ridurre costi e interventi di manutenzione, oltre a incrementare comfort di guida e affidabilità complessiva della macchina.
Il carrello elevatore alimentato a batterie ha inoltre il vantaggio di poter essere usato in ambienti chiusi perché non emette gas di scarico. Per contro, la zona di ricarica dello stesso deve essere provvista di adeguati impianti di ventilazione a causa della possibile emissione di miscela gassosa esplosiva. Tale miscela di gas idrogeno e ossigeno può svilupparsi durante la fase di carica delle batterie piombo-acido non sigillate (che sono le più diffuse nei carrelli elevatori). Questo tipo di batterie ha però alcune problematiche dovute alla manutenzione continua che esse necessitano. L’acqua distillata che diluisce l’acido all’interno degli elementi va rabboccata ogni due o tre cicli di carica, con dovute accortezze da parte dell’operatore che esegue il rabbocco. Inoltre non è consigliato effettuare ricariche “intermedie” se la batteria non è tra il 40% ed il 20% di carica residua. È sconsigliato inoltre interrompere la fase di ricarica se questa non ha terminato il 100% del ciclo di carica che dura in media dalle 8 alle 12 ore.
Nonostante sia ancora oggi la tipologia di batteria più diffusa, essendo, tra tutte, quella con i costi più bassi, sempre più costruttori stanno allestendo i proprio carrelli con batterie al gel o al litio. In particolare quella agli Ioni di litio (Li-Ion) che permette svariati vantaggi tra cui un risparmio a lungo termine sul consumo medio di energia per la ricarica che dura dalle 2 alle 3 ore per il ciclo completo. Consente inoltre la possibilità di effettuare ricariche “al bisogno” e non necessita di alcun tipo di manutenzione essendo i cristalli di litio sigillati ermeticamente all’interno delle celle. Per questo motivo le batterie al litio non producono emissioni gassose. Unico problema: il costo. Al momento, a parità di caratteristiche, le batteria al litio costano oltre il triplo rispetto a quelle al piombo-acido ed il doppio rispetto a quelle al gel.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Carrello_elevatore

Carrelli industriali semoventi con operatore a bordo Sassari
La Melis Multiservizi pone da sempre la massima attenzione alla formazione del proprio staff per garantire un servizio di qualità a 360°.
In tal senso siamo lieti di comunicare di aver completato con successo il corso per l’abilitazione all’utilizzo dei carrelli industriali semoventi con operatore a bordo.
Il corso assolve agli obblighi indicati nell’articolo 73, comma 4, del D.Lgs. 81/08 e nell’ultimo accordo Stato Regioni in materia di formazione per l’utilizzo di attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, in particolare per la conduzione di carrelli elevatori semoventi con conducente a bordo.

Ritiro rottami, materiali ferrosi e metallici Sassari
Albo Gestori: raccolta e trasporto metalli ferrosi e non ferrosi, nuova sotto-categoria
Entra in vigore il prossimo 15 giugno 2018 la Deliberazione del 24 aprile 2018 dell’Albo Gestori con la quale si individua la sotto-categoria 4-bis (imprese che effettuano attività di raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi costituiti da metalli ferrosi e non ferrosi ai sensi dell’articolo 1, comma 124, della legge 4 agosto 2017, n. 124 e si dettano i criteri e requisiti di iscrizione (* vedi elenco aggiornato delle categorie in fondo).
Nella Deliberazione anche il Modulo per la comunicazione d’iscrizione alla sottocategoria da presentare alla Sezione regionale o provinciale territorialmente competente.
Requisiti per l’iscrizione
La Deliberazione indica le modalità semplificate d’iscrizione, nonché i quantitativi annui massimi per poter usufruire dell’iscrizione con modalità semplificate per l’esercizio dell’attività di raccolta e trasporto dei rifiuti costituiti da metalli ferrosi e non ferrosi.
All’Art.2 si richiede alle imprese che intendano iscriversi alla sotto-categoria 4-bis di:
a) essere iscritte al registro delle imprese o al repertorio economico amministrativo come imprese per l’attività di commercio all’ingrosso di rottami metallici (codice ATECO 46.77.10);
b) essere in possesso dei requisiti di cui all’articolo 10, comma 2, lettere a), b), c), d), e), f), g) e i), del DM 120/2014;
c) dimostrare la disponibilità, ai sensi della vigente disciplina in materia di autotrasporto, di un veicolo o di non più di due veicoli immatricolati ad uso proprio la cui portata utile non superi complessivamente 3,5 tonnellate.
Quanto ai rifiuti che possono essere raccolti e trasportati, l’articolo 3 fissa i relativi quantitativi annu, non superiori a 400 tonnellate per specifiche tipologie: ci ritroviamo rifiuti metallici, limatura e trucioli di metalli ferrosi, scaglie e polveri di metalli non ferrosi, corpi di utensile e materiale di rettifica esauriti, imballa metallici, rame, bronzo, ottone (vedi tutte le voci all’elenco di cui in art.3).
Modello d’iscrizione
All’art.4 si detta la procedura di iscrizione alla sottocategoria 4-bis: richiesta una comunicazione alla Sezione regionale o provinciale territorialmente competente, utilizzando il modello contenuto nell’Allegato alla Deliberazione del 24 aprile 2018. In essa di attestano sede d’impresa, tipologie di rifiuti da raccogliere e trasportare, estremi identificativi e l’idoneità tecnica dei veicoli, pagamento del diritto di segreteria
Sarà poi la Sezione regionale o provinciale a verificare la sussistenza dei presupposti e dei requisiti richiesti per l’esercizio dell’attività o eventualmente a vietarla qualora accerti mancato rispetto dei presupposti o dei requisiti richiesti con provvedimento motivato salvo che l’interessato non provveda a conformarsi, per non più di una volta, alla normativa vigente entro il termine prefissato dalla Sezione.
Previsto un diritto annuale d’iscrizione che può essere rinnovata ogni 5 anni ai sensi dell’articolo 22, comma 1, del D.M. 120/2014 (Regolamento Albo gestori).
Riferimenti normativi:
Deliberazione del 24 aprile 2018.
Individuazione della sottocategoria 4-bis (imprese che effettuano attività di raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi costituiti da metalli ferrosi e non ferrosi ai sensi dell’articolo 1, comma 124, della legge 4 agosto 2017, n. 124). Criteri e requisiti per d’iscrizione.
(*) Le Categorie dell’Albo Gestori
Ai sensi dell’Art. 8 del Regolamento Albo Gestori (DM n.120/2014 del 3 giugno 2014)l’iscrizione all’Albo è richiesta per le seguenti categorie di attività:
a) categoria 1: raccolta e trasporto di rifiuti urbani;
b) categoria 2-bis: produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti, nonché i produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti pericolosi in quantità non eccedenti trenta chilogrammi o trenta litri al giorno di cui all’articolo 212, comma 8, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;
c) categoria 3-bis: distributori e installatori di apparecchiature elettriche ed elettroniche (AEE), trasportatori di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche in nome dei distributori, installatori e gestori dei centri di assistenza tecnica di tali apparecchiature di cui al decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare di concerto con i Ministri dello sviluppo economico e della salute, 8 marzo 2010, n. 65;
d) categoria 4: raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi;
* categoria 4 bis raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi costituiti da metalli ferrosi e non ferrosi ai sensi dell’articolo 1, comma 124, della legge 4 agosto 2017, n. 124;
e) categoria 5: raccolta e trasporto di rifiuti speciali pericolosi;
f) categoria 6: imprese che effettuano il solo esercizio dei trasporti transfrontalieri di rifiuti di cui all’articolo 194, comma 3, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;
g) categoria 7: operatori logistici presso le stazioni ferroviarie, gli interporti, gli impianti di terminalizzazione, gli scali merci e i porti ai quali, nell’ambito del trasporto intermodale, sono affidati rifiuti in attesa della presa in carico degli stessi da parte dell’impresa ferroviaria o navale o dell’impresa che effettua il successivo trasporto;
h) categoria 8: Intermediazione e commercio di rifiuti senza detenzione dei rifiuti stessi;
i) categoria 9: bonifica di siti;
l) categoria 10: bonifica di beni contenenti amianto.
Fonte: https://www.insic.it/Tutela-ambientale/Notizie/Albo-Gestori-raccolta-trasporto-metalli-ferrosi-non-ferrosi/3855b06b-871b-4ebb-a1a1-56a9e6207a68

Raccolta rifiuti speciali con Big Bags Sassari
Un saccone o big bag o meglio un FIBC (acronimo di Flexible Intermediate Bulk Container) è un contenitore flessibile di misure standard utilizzato per trasportare e immagazzinare grandi quantità di prodotti solidi sfusi come ad esempio fertilizzanti o plastica in granuli, ma anche fanghi e prodotti in pasta.
Storia
Non c’è accordo su dove fu impiegato la prima volta, ma è certo che qualcosa di simile fosse già impiegato negli anni 1940. Questi precursori dei moderni sacconi erano realizzati in PVC spalmato di gomma e generalmente impiegati per il trasporto del nerofumo, un prodotto utilizzato come agente rinforzante nella produzione di alcuni tipi di gomma.
Negli anni 1960 lo sviluppo del polipropilene, unito a nuove tecnologie tessili ha portato alla costruzione dei big bag come li conosciamo oggi e fu rapidamente adottato dall’industria per immagazzinare e trasportare i prodotti sfusi in polvere o granuli.
Fu durante la crisi petrolifera degli anni 1970 che si rivelò il suo potenziale permettendo il trasporto di enormi quantità di cemento in Medio Oriente attraverso l’Europa per soddisfare la domanda dovuta alla rapida espansione dei paesi produttori di petrolio. All’apice del consumo si spedivano settimanalmente più di 50.000 tonnellate di cemento per sostenere il vasto programma edilizio.
Il moderno sistema basato su FIBC, in aumento, interessa 250 milioni di tonnellate di merci ogni anno e permette di manipolare, movimentare e immagazzinare prodotti molto diversi, che spaziano dai cereali ai prodotti chimici sfusi alle farine per l’alimentazione animale. Con possibilità di volumi superiori ai 3 m³ e pesi fino a due tonnellate hanno un prezzo contenuto, sono riciclabili e l’ideale per prodotti disaggregati in granuli, polvere, pellet o fiocco.
Descrizione
Normalmente è realizzato in tessuto di rafia di polietilene o polipropilene, ma anche in juta o in tessuto non tessuto. Cucito a ogni spigolo a formare un parallelepipedo o cilindrico ricavato da tessuto tubolare misura in base 110 × 110 cm, è alto da 100 a 200 cm e ha una portata massima di 2000 kg. Se richiesto dalle norme di sicurezza è confezionato in materiale conduttivo per evitare che l’accumulo di cariche elettrostatiche sia fonte di innesco su materiali pulverulenti incendiabili.
La movimentazione avviene su pallet o agganciandolo, ai cappi di cui è dotato, a paranchi, gru o alle forche di un muletto. Esistono versioni ad un solo punto di aggancio detti monopresa, adatti ad essere movimentati da un solo operatore, oppure a quattro prese, i più diffusi. Si svuota attraverso un’apposita apertura sul fondo o semplicemente tagliandolo.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Saccone

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